ELLEN FELDMAN.
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IL RAGAZZO CHE AMAVA ANNE FRANK.
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Titolo originale: The Boy who Loved Anne Frank. 2005.
Traduzione di: Elisabetta De Medio.
2006. Casa Editrice Corbaccio, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il ragazzo che amava Anne Frank  un libro che affronta di petto la questione dell'identit. Le paure e la rimozione, quello strano desiderio di vita e di morte, tutto insieme, che prende a tratti i sopravvissuti...
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Un libro che colpisce nella sua capacit di lasciare intatta la storia da cui prende spunto, per crearne un'altra. Sincera e profonda. Elena Loewenthal, La STAMPA.
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E se Peter, il ragazzo di cui scrive Anne Frank nel suo diario, fosse sopravvissuto e, finita la guerra, si fosse rifatto una vita come le aveva promesso?
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Questa  la storia di cosa sarebbe potuto succedere se Peter fosse riuscito a diventare un uomo e fosse emigrato negli Stati Uniti. Nell'America del boom degli anni Cinquanta Peter vive nel presente, fa piani per il futuro e non ha passato. Ma questo sogno ha un prezzo da pagare: dimenticare per sempre l'incubo di ci che  successo, rifiutare di ricordare, negare la propria origine e identit. La pubblicazione del Diario di Anne Frank, per, fa saltare l'argine della memoria troppo a lungo repressa e l'equilibrio faticosamente raggiunto da Peter va in frantumi, facendogli perdere il controllo sulla propria vita. 
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Il ragazzo che amava Anne Frank  un libro sulla memoria, che parla del male che possono causare la menzogna e i sensi di colpa di chi  sopravvissuto. Un romanzo sulla forza dell'amore e sull'importanza di essere fedeli a se stessi, costi quello che costi.
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L'Editore ringrazia la Casa Editrice Einaudi per l'autorizzazione a pubblicare i brani tratti dal Diario di Anne Frank e da I diari di Anne Frank.
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L'Autrice.
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Ellen Feldman  giornalista per il New York Times e American Heritage. Oltre a Il ragazzo che amava Anne Frank, ha scritto il romanzo Lucy. Vive a New York con il marito.
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Peter dice che dopo la guerra nessuno saprebbe se  cristiano o ebreo.
Anne Frank, Diario, 16 febbraio 1944.
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Abbiamo documenti di ci che  accaduto a tutti gli abitanti dell'alloggio segreto, ad eccezione di Peter.
Visita guidata alla Casa di Anne Frank, gennaio 1994.
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Prologo.
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13 agosto 1946.
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Nulla lo distingueva dalla folla, se non il fatto che non voleva
farsi notare. Ma questo non si capiva, guardandolo. Apparentemente,
era uno tra i tanti giovani che nel dopoguerra si
facevano largo a spallate sotto le insegne al neon, fiancheggiando
i tanti spettacoli invitanti. Era scarno e aveva lo sguardo
famelico. S'indovinava che non era del posto dal modo in
cui osservava i cerchi di fumo che si levavano dalla scritta Camel
sopra di lui, ma neppure questo lo rendeva speciale. Nelle
belle sere d'estate, Times Square era piena di turisti.
Ci aveva messo un anno ad arrivare l. S, era passato proprio
un anno, settimana pi settimana meno, da quando aveva
visto l'immagine di un marinaio americano su una copia
sgualcita di Life che baciava un'infermiera in camice bianco
con un appassionato casqu. Il marinaio aveva appena sentito
l'annuncio del presidente Truman che i giapponesi si erano
arresi. Quella foto gli aveva detto dove sarebbe andato.
Ecco un paese dove le uniformi erano innocenti come i vestiti
dei bambini. Ecco una citt dove la gente poteva urlare la
propria gioia dai tetti. Ecco un luogo dove l'amore l'avrebbe
sedotto con un casqu.
Le aureole immacolate dell'ingegnosit americana si levavano
in una O perfetta dalla bocca del fumaiolo, una dopo
l'altra. Sapeva come funzionavano, perch sulla nave aveva
fatto amicizia con un membro dell'equipaggio che aveva
tempestato di domande durante tutta la traversata. Gli anelli
avevano un diametro di tre metri e non era fumo, ma vapore
raccolto dal sistema di riscaldamento dell'edificio e immagazzinato
in un serbatoio dietro l'insegna. Ogni quattro secondi,
uno stantuffo faceva uscire il vapore dall'apertura.
Che paese, che popolo, ad applicare l'ingegno a simili scopi!
E adesso era uno di loro. Quando quella mattina era sbarcato
sul molo era un giovane immigrato, un profugo di guerra,
un espatriato. Quando un'ora dopo era uscito dalla dogana,
era un americano. E non aveva nemmeno dovuto mentire.
Era bastato stare zitto. Come aveva fatto per pi di due
anni, settecentocinquantatr giorni per la precisione.
Ssst. Non dire niente. Non muoverti. Potrebbero sentirti.

LIBRO PRIMO.
1952.

A tutte le ore si prega di parlare a voce bassa. Sono
ammesse tutte le lingue civili, quindi non il tedesco.
Anne Frank, Diario, 17 novembre 1942.


Capitolo 1.

Lo psichiatra si chiamava Gabor. Come le tre sorelle ungheresi
con tutti quei gioielli e mariti, avevo detto a mia moglie.
Zsa Zsa, va, e della terza non mi ricordo mai il nome. Cercavo
di fare lo spiritoso, quello che la prende con filosofia.
Non arrivi da nessuna parte se ce l'hai col mondo, mi avevano
avvertito, anche se era stato parecchi anni prima.
Non ce l'avevo con nessuno, adesso. Non avrei potuto essere
pi accomodante mentre il dottor Gabor mi invitava a
passare dalla sala d'attesa al suo studio. Mi ha fatto segno di
precederlo all'interno, piegando la testolina nera e lucida.
Sono entrato.
Le stecche delle veneziane erano serrate per tenere fuori il
sole cocente del pomeriggio. L'ombra inghiottiva gli angoli
della stanza. Sotto la finestra, un condizionatore borbottava
minacce incomprensibili. Accanto a una parete, una chaise
longue di pelle nera. Le sono girato alla larga e mi sono accomodato
sulla sedia davanti alla scrivania. Il dottor Gabor 
andato a sedersi sulla poltrona dietro la scrivania. Era piccolo,
almeno quindici centimetri e quindici chili meno di me, a
occhio e croce. Ho immaginato le sue gambe che dondolavano
impotenti dalla sedia, senza toccare il pavimento. Avrei
potuto batterlo facilmente.
Ha preso un blocco giallo e ha scelto una penna tra le tante
da un vasetto etrusco. La scrivania... sembrava di essere al
Monte di Piet tanto era ingombra. Erano i trucchi del mestiere:
carta e penna, il telefono, cinque o sei libri col dorso
rivolto verso di lui, una sveglia anch'essa girata verso di lui.
Poi c'erano i soprammobili artistici, ma forse facevano parte
anche quelli dei trucchi del mestiere: una riproduzione dei
Borghesi di Calais di Rodin (strano, vista la sua professione,
che non avesse optato per Il bacio), alcune teste precolombiane
con gli occhi incavati e la bocca spalancata e due statuette
africane, una con la pancia gonfia e i seni penduli, l'altra
con un pene dritto come una mitragliatrice, puntato proprio
verso di me. Volevo dire al dottor Gabor che non era
quello il problema. Una volta temevo che lo sarebbe stato,
ora non pi.
Lui si  appoggiato allo schienale e mi ha guardato attraverso
la montatura di metallo degli occhiali. Aveva lo sguardo
lontano e vacuo di un gufo. Non certo rassicurante. Gli
altri medici mi avevano detto che era la mia ultima speranza,
questo ungherese col doppiopetto stretto in vita che suggeriva
languidi pomeriggi spesi nei caff o in compagnia dei bign
biondi che portavano il suo cognome. L'abito non poteva
essere casuale.  il pi semplice dei travestimenti. Io ero
vestito da americano quando ero sceso dalla nave quella
mattina d'agosto. Forse era quello il punto. Il dottor Gabor,
che era arrivato qui prima di me, parecchi anni prima della
guerra stando ai diplomi incorniciati alle pareti, al contrario
del sottoscritto voleva mettere in risalto il suo legame col
Vecchio mondo, o forse stava solo resistendo alle brutture
del Nuovo. Ero certo che le avrebbe considerate brutture.
Allora Mr. Van Pels, mi ha detto dondolandosi un po'
sulla poltrona, ha perso la voce.
Avete perso i guantini, miei gattini birichini, cantava mia
moglie a nostra figlia.
Ho annuito, anche se in quei giorni riuscivo a bisbigliare.
Per tre settimane non ero riuscito a fare neanche quello. Parlavo,
ma dalla bocca non mi usciva alcun suono. Adesso almeno
ero in grado di produrre una specie di gemito, debole
come quello di un neonato. Anzi no, i neonati strillano. Avreste
dovuto sentire mia figlia quando il dottore l'aveva strappata
dalla pancia della madre. Un urlo da far tremare il mondo.
Stavo per esultare, ma la vista di quella creatura scivolosa
e sanguinolenta appesa per i piedi mi aveva bloccato. Avevo
pensato: E se scivola sul pavimento schizzando sangue e
muco sul linoleum? E se al dottore viene un raptus e la sbatte
contro la parete bianca, sfracellandola? Mia moglie diceva
che era impossibile che avessi visto nostra figlia appena nata.
Ma ero certo di non sbagliarmi, e lei era sotto l'effetto dei sedativi.
Forse ero in attesa fuori dalla sala parto e lanciando
un'occhiata quando avevano aperto la porta l'avevo vista.
Mia figlia allora mi aveva ridotto al silenzio, e ora era successo
di nuovo, ma nessuno sapeva chi o cosa fosse stato, stavolta.
Avevo visto pi dottori di uno stetoscopio. Mi avevano infilato
tubi in gola, radiografato il collo, sondato di qui, controllato
di l, e rivolto un'infinit di domande. Avevo dovuto
scrivere le risposte su un blocco. Cosa mangia? Di tutto.
Quanto beve? Non molto. Fuma?
Tutti me l'avevano chiesto e io avevo risposto di no. Ha
mai fumato? Mai, avevo scritto, anche se qualche sigaretta
l'avevo provata, da ragazzo. Non sapevo perch, ma ancora
oggi mi piaceva il profumo del tabacco. Lo trovavo calmante.
Ma mi bastava il piacere indiretto. Non avevo mai preso
l'abitudine del fumo. A loro non avevo detto tutte queste
cose. Avevo gi troppo da scrivere per pensare di perdermi nei
dettagli.
Erano passati alle allergie.  allergico a qualcosa? Non
che io sappia, avevo scritto sul blocco. E da bambino? Ha
avuto delle allergie infantili? No, avevo scarabocchiato. Nessun
ricordo di allergie da bambino. Nessun ricordo di quando
ero bambino, punto. Mi era stato confiscato, bruciato,
era stato bombardato dall'esistenza. Era nascosto in un luogo
segreto, cos segreto che non me lo ricordavo pi. Anche
questo non l'avevo scritto.
La perdita  stata graduale? mi ha chiesto il dottor Gabor.
 successo improvvisamente, o ha avvertito un progressivo
indebolimento della voce?
Dalla sera alla mattina, ho gracchiato. Letteralmente.
Sono andato a letto con la voce e mi sono svegliato senza.
 successo qualcosa di insolito durante la notte?
Ho scosso la testa in segno di diniego.
Sogni particolari?
Io non sogno.
Mi fissava.
Non sogno, ho ripetuto.
Lui si  riappoggiato allo schienale e mi ha guardato dalla
cima di quel suo naso lungo e stretto che divideva in due una
faccia piatta come la Grande pianura ungherese. Mi racconti
di lei, Mr. van Pels.
Sono un costruttore, ho sussurrato. Ho una moglie e
due figlie di tre e diciotto mesi. Vivo a Indian Hills, il complesso
residenziale che abbiamo progettato noi, io e il mio
socio.
Gabor ha alzato la testa dal blocco.
Questo  tutto, ho aggiunto emettendo un suono stridulo.
Dove  nato? Mi sembra di notare un leggero accento.
Hai notato un accento, dottore? Tu, con quella parlata
cantilenante che tanto vale che ti incolli la bandiera ungherese
alla fronte, dici a me che ho un accento? Devo ancora incontrare
uno dei tuoi connazionali che sia riuscito a liberarsi
della vostra cadenza. Il mio accento si nota molto meno.
Non proprio tedesco, esordiscono quando cercano di capire
di dove sono. Forse olandese, tirano a indovinare. Hai imparato
l'inglese britannico, non americano, mi aveva fatto notare
mia moglie la prima volta che le avevo parlato. Dice che
si  innamorata del mio accento francese, anche se le ripeto
continuamente che non  cos perfetto come sembra a lei.
Forse io so meglio il francese, Peter, ma tu sai molto meglio
l'inglese.
Osnabrck, ho sussurrato.
Quindi  tedesco.
Sono un cittadino americano.
Tedesco di nascita, intendo.
Mio padre era olandese, e cos mio nonno. Sono nato in
Germania per caso.
E questo quando?
L'8 novembre del 1926, ho risposto, anche se 13 agosto
1946 sarebbe stato pi vicino al vero.
Ed  arrivato qui?
Il 13 agosto 1946.
Quindi era in Germania durante la guerra.
Nessuno scoprir che siamo qui. Non si vede nemmeno da
fuori.
Ero in Europa.
 ebreo, Mr. van Pels?
E lei dottore?
Quello che sono io non ha importanza. Sono soltanto
uno strumento per aiutarci a capirla.
Non c' niente da capire.
A capire perch ha perduto la voce. Ha detto di essere
nato in Germania ma di trovarsi altrove in Europa durante
la guerra. Ecco perch le ho chiesto se era ebreo.
No. Ma mia moglie lo .
Di solito non lo dicevo, ma se dovevamo parlare di quello
che avevo fatto in Europa durante la guerra, mi sembrava
una buona idea farlo presente. Anche per prevenire l'eventuale
imbarazzo. Qualche mese prima, il tipo con cui trattavo
alla First Mutual mi aveva chiesto se volevo diventare socio
del Country Club, ma poi non ne aveva pi fatto parola.
Non mi sarei iscritto comunque, ma il fatto che da quel giorno
non sia pi riuscito a guardarmi negli occhi quando si
parlava di golf non facilitava certo i rapporti d'affari.
 stato nell'esercito? Doveva avere... ha dato un'occhiata
fuggitiva al blocco giallo tredici anni quando  scoppiata
la guerra e diciotto quando  finita.
Sono stato quasi tutto il tempo ad Amsterdam.
Si vedeva che pensava mentre scriveva. Cosa faceva ad
Amsterdam, Mr. van Pels? Radunava gli ebrei, visto che non
 uno degli eletti, o pestava gli olandesi? Non era il solo che
se lo domandava. A quanto sembrava, i sospetti erano l'unico
svantaggio del non essere ebreo. E data la storia recente
del mondo, chi avrebbe detto che ce ne fossero?
E la sua famiglia? Con chi  venuto in questo paese?
Il consolato americano
Rotterdam
Con la presente si dichiara che add 10 febbraio 1939 Hermann,
Auguste e Peter van Pels sono stati inseriti nella lista
d'attesa per emigrare in America.
I miei genitori sono morti.
Lui continuava a fissarmi.
Vittime di guerra. Un suono sibilante nello studio quasi
buio.
Fratelli o sorelle?
Sar come avere due sorelle.
Sar come avere due fidanzate - in sede. Guarda come diventa
rosso, Kerli.
Niente fratelli n sorelle.
Parenti sopravvissuti?
Voleva una lista? Nonno Aaron, arrestato dopo la Notte
dei cristalli, morto prima che ci dessimo alla macchia. Zia
Hetty ad Auschwitz, zia Klara a Sobibor.
Ho scosso la testa in segno di diniego.
Mi dispiace, ha mormorato, e ho capito che ci stava ripensando.
Qualunque cosa avessi fatto durante la guerra, e
se lo stava ancora chiedendo, non era stato tutto rose e fiori.
Comodi, certi anglismi. Mi avevano distinto sin dall'inizio
dagli altri immigrati, dai greenies, come ci chiamavano quelli
che erano qui da una generazione o anche solo da una decina
d'anni.
Deve essere stata dura.
Dura. Ah, le parole a cui ricorriamo per tenere a bada l'inimmaginabile.
S dottore,  stata dura. Ma anche, bench
mi vergogni un po' a pensarlo, vantaggioso. Se non fossi stato
solo, forse non sarei seduto qui adesso. Al campo dispersi
avevo conosciuto un polacco che al contrario del sottoscritto
non aveva perso l'intera famiglia in un batter d'occhio e
nemmeno in un anno. La moglie era sopravvissuta, e lo stesso
tre dei suoi cinque figli. A pensarci bene, lo conoscevo gi
prima del campo dispersi, quando ancora credeva di averli
persi tutti. Vivevamo all'aperto allora, sopravvivendo coi
prodotti della terra, prendendo quello che ci serviva dove lo
trovavamo.
Basta Peter. Ci siamo divertiti abbastanza per una sera. E
poi il vecchio non ha niente. Dorme nella stalla col bestiame.
Ma poi era venuto a sapere che la moglie e tre dei suoi figli
erano sopravvissuti. Nel campo dispersi avevano avuto
un altro bambino. Trovare la forza di riprodursi era ammirevole.
Non lo discutevo, ma sapevo anche come funzionavano
certe cose. Non avrei ripetuto l'errore di mio padre al
consolato americano a Rotterdam. Un giovane sano senza
nessuno a carico aveva maggiori probabilit di ottenere un
visto. Ci mettevi una moglie e gi le probabilit diminuivano.
Ci aggiungevi quattro bambini e potevi anche smettere
di sperare. Ma il polacco era uno che ci sapeva fare. Era riuscito
a ottenere il visto nonostante la moglie e i quattro figli.
Aveva portato tutta la famiglia fino alla visita medica. In
quella sede, per, abilit e diplomazia non bastavano pi.
Ed era stato l che avevano scoperto che la moglie aveva delle
macchie ai polmoni. Non capivo cosa ci fosse da sorprendersi.
Strano sarebbe stato se qualcuno non le avesse avute,
o non avesse sofferto di tubercolosi o altre malattie e carenze.
Anch'io portavo in corpo un promemoria degli anni in
cui ero stato chiuso in una soffitta come un souvenir dimenticato,
nutrendomi di patate e fagioli ammuffiti, quantunque
allora non sapessi che erano ammuffiti. Ma la moglie del polacco
aveva le macchie. Gli aveva detto di andare senza di
lei. Quando le macchie fossero passate, l'avrebbe raggiunto
coi bambini. No, aveva risposto lui, no dice, niente da fare.
Aveva perfezionato il suo slang americano negli ultimi mesi.
Niente da fare, o tutti o nessuno. Era andata a finire che non
era partito nessuno. Mentre aspettavano che sparissero le
macchie, le autorit avevano chiuso i campi e rimpatriato
tutti. Poi zio Stalin aveva calato la sua brava cortina di ferro,
e il polacco, la moglie e i figli, che nel frattempo erano diventati
quattro, adesso erano in una foiba comunista, se erano
ancora vivi. Quindi vedi, dottor Gabor, ci sono dei vantaggi
a non avere pi nessuno, anche se non  bello dirlo.
E qui? Aveva dei parenti quando  arrivato?
Aveva firmato le carte per patrocinarmi e mi aveva mandato
i soldi, ma non mi aveva chiesto quando sarei arrivato e
io non gli avevo scritto per dirglielo. Lo ricordavo appena, il
fratello di mio padre, quello che era in cima alla lista del consolato
americano a Rotterdam. Zio era un'altra delle tante
parole senza senso, per me.
Ho scosso la testa in segno di diniego.
Deve essere stata dura, ha ripetuto. Ma stavolta quel
commento buono per tutte le occasioni non era necessario.
Prima era stata dura. L'America era stata una boccata d'aria
fresca.
Ero contento di essere qui.
Me ne parli.
Da dove comincio, dottore? Da quella prima mattina al
molo? Non penso proprio. Non l'ho raccontata nemmeno a
mia moglie. O vuoi che ti dica in chi mi sono imbattuto appena
sbarcato, quando ho pensato che i giochi fossero finiti
ancora prima di cominciare? C'era una probabilit su un milione
di incontrarlo.
Amsterdam, aveva detto quando aveva visto la targhetta
sulla mia valigia. Forse hai conosciuto mio padre.
Risiedevamo in America adesso, liberi di andare ovunque
desiderassimo, eppure ci aggrappavamo ancora l'uno all'altro
per paura, per abitudine, o per sospetto. Lui quantomeno.
Io avevo fretta di andarmene. Ma quel residuo del mio
passato, ancorch in quel momento ancora non lo sapessi tale,
non voleva lasciarmi in pace. Avevo sentito parlare di lui
ma non ci eravamo mai visti, e quando me lo ero trovato davanti
sul molo, l'avevo creduto un emigrato qualunque. La
gente continuava a chiedere, chiedere, in tutta Europa, in
tutto il mondo. Eri in quel campo, conoscevi questo e quello?
Tornavano nei quartieri bombardati e domandavano, hai
sentito di quest'altro? Notizie di quell'altro ancora? Esaminavano
le liste della Croce rossa, mettevano annunci sui
giornali e tartassavano chiunque sapesse dire l'ora. E pi
avanti andavano con le domande, pi terrore avevano delle
risposte.
Forse hai conosciuto mio padre, aveva ripetuto quel tipo,
bench dovesse essersi accorto che cercavo di scansarlo.
Fritz Pfeffer. Faceva il dentista ad Amsterdam.
Quindi quello era Werner, il ragazzo con un anno meno
di me, il figlio che Pfeffer aveva avuto il fiuto di caricare su
un treno per l'Inghilterra dopo la Notte dei cristalli. Avevo
attraversato mezzo mondo per ritrovarmi davanti il bambino
che avevo invidiato per due anni. Non gli dovevo proprio
niente, tantomeno informazioni. Gli avevo suggerito di controllare
con la Croce rossa.
L'ho gi fatto. Mio padre  morto a Neuengamme. Sto
cercando qualcuno che lo conosceva quando era vivo. Dopo
che sono andato via. Aveva abbassato lo sguardo per un attimo,
ma non mi faceva compassione. Lui era in Inghilterra
durante la guerra. Ho saputo che si  nascosto con una famiglia
di nome Frank, aveva aggiunto.
Gli avevo detto che non sapevo nulla di un dentista di nome
Pfeffer o di una famiglia di nome Frank. Tanto la verit
non gli sarebbe stata di alcun conforto. Probabilmente tu
non sei d'accordo, dottore, ma non sei nella posizione di poter
giudicare. Non sai quanto male fanno i ricordi.
Non c' niente da dire, ho risposto al dottore. Sono
arrivato con una nave che ha attraccato a New York. Come
ho detto, ero contento di essere qui.
Dove  andato ad abitare all'inizio? In una famiglia? In
una facility?
Facility. Ecco un'altra parola anodina, ma come altro volevi
chiamare le Marseilles? Non era pi un albergo, nonostante
l'insegna sulla facciata, solo una fermata del viaggio
della miseria. Un atrio rumoroso e pericolante gremito di
adulti dai quaranta ai cinquanta che non avrebbero mai imparato
a parlare inglese perch avevano paura di quello che
avrebbero potuto raccontare, di bambini che tremavano
quando dovevano mettersi in fila per entrare in sala da pranzo,
per la visita del dottore o per la doccia, di uomini e donne
dallo sguardo diffidente, il sorriso incostante e la risposta
pronta a qualsiasi domanda. C'era una ragazza che si passava
continuamente le mani tra i lunghi capelli biondi come per
assicurarsi di averli ancora. Mi sorrideva sempre quando ci
incontravamo nell'atrio. Io le rispondevo con un sorriso, ma
tiravo dritto.
O dovrei raccontarti del tango marsigliese, dottore? Come
potrei descrivere quella triste danza della disperazione a
uno come te, con le pareti zeppe di credenziali a fare di te un
pilastro della comunit? Se anche avessi visto il ballo, non
avresti capito i passi.
Erano in piedi davanti alla mappa. Sopra, a grandi lettere
infantili, c'era scritto L'AMERICA  COS. Una donna o un uomo
o un bambino indicava un punto. Il gesto era fatto a caso
e alla cieca, come in un gioco. Gli altri ballerini - una moglie,
un padre, una vecchia zia il cui cuore spezzato pompava
qualche goccia dello stesso sangue - individuavano il punto.
Greensboro. Cleveland. Detroit. Poi uno di loro afferrava
tra il pollice e l'indice il nastro rosso che partiva da quel
punto e lo seguiva fino all'immagine corrispondente sulla
parete dietro la mappa.  l che cominciavano le discussioni.
Come tutti i tanghi, quello che si ballava nella hall del
Marseilles era carico di passione.
Somiglia troppo a Ldz.
Ma cosa dici, non somiglia abbastanza a Ldz, vorrai
dire.
C' troppa neve. Moriremo di freddo.
Guarda quelle palme. Ci mandano in una giungla.
Scorrevano avanti e indietro, puntando la mappa, sbirciando
le immagini, leggendo presagi nella familiarit delle
facciate gotiche, nel suono gradevole del nome di una strada,
nello sguardo contento di una folla di estranei, fino a che
un violinista che aveva suonato in un quartetto d'archi a Budapest
decideva che la sede della Philadelphia Orchestra
non poteva essere un posto cos tremendo e una donna che
non aveva mai messo il naso fuori dal suo paesino in Romania
si lasciava infine convincere dall'assistente sociale che le
giurava che non c'erano indiani a Indianapolis. Sapevo di
dovermene andare da l, e non col tango.
Trovai una stanza, ho risposto al dottore.
Tutti dicevano che era impossibile. Non avevo sentito che
mancavano gli alloggi? In tutto il paese la gente viveva in
vecchie caserme dell'esercito o in macchina o sotto qualche
portico. Una coppia era andata a stare in una vetrina di un
grande magazzino nella speranza che qualcuno li notasse e
affittasse loro un appartamento. Ma io ero riuscito a trovare
una stanza, un tunnel in realt, con una finestra sola a livello
del marciapiede. Costava nove dollari al mese ed ero stato
fortunato a trovarla. Non mi dispiaceva nemmeno la vista
sotterranea. Di sera o al mattino presto, me ne stavo a letto a
guardare i piedi che passavano. A volte sfilavano su dei tacchi
alti con le dita scoperte e le unghie smaltate che ammiccavano.
Con la fantasia facevo soffiare un vento violento che
risucchiava l'ignara portatrice di quelle scarpe non cos innocenti
attraverso la finestra, facendola finire nel mio lettino
di ferro.
Trovai un lavoro. Prima come cameriere. Quando presi
la patente guidai anche il taxi.
Complimenti, ha detto il dottor Gabor, ma non ha potuto
resistere alla tentazione di lanciare un'occhiata ai suoi
diplomi e attestati che tappezzavano le pareti, come per assicurarsi
che ci fossero ancora.
Non mi sono dato pena di dirgli che non c'era niente di
cui complimentarsi. Tutti facevamo pi lavori. Alcuni andavano
anche alle scuole serali, ma io non avevo la pazienza per
farlo. Non riuscivo nemmeno a stare seduto a leggere. Ci
avevo provato. Ero andato in biblioteca e avevo preso dei libri.
In quel nascondiglio piccolo e fetido, i libri erano stati la
nostra via di fuga. Leggevamo Goethe e Schiller, Dickens e
Thackeray. Ma in America non c'era pi bisogno di scappare.
Chi avrebbe voluto scappare dalla terra promessa? Dopo
aver letto una o due pagine, avevo buttato i libri da parte,
avevo preso il cappello e il cappotto e salito i tre gradini della
mia stanza sotterranea, tuffandomi nel mondo reale che era
appena fuori dall'uscio, improvvisamente alla mia portata.
Passeggiavo per Fulton Street, Borough Hall e Grand
Army Plaza, attraversavo a piedi il ponte di Brooklyn, percorrevo
a lunghi passi la Broadway e Park Avenue, andavo
dall'East River all'Hudson e riattraversavo. Mi attardavo a
Riverside e a Central Park a spiare le giovani mamme coi
bambini e le balie con le grandi carrozzine inglesi, mi fermavo
a guardare i ragazzini che giocavano a palla prigioniera e
seguivo a discreta distanza le donne eleganti sulla Quinta
strada e su Madison. Una volta ero salito al piano alto di un
autobus a due piani, perch avevo letto sui giornali che sarebbero
stati sostituiti da quelli a un piano solo, ma in genere
andavo troppo di fretta per sopportare gli ingorghi del
traffico e le lunghe fermate in attesa dei passeggeri che scendevano
e salivano e cercavano le monetine in tasca. Se dovevo
viaggiare, preferivo l'El. Mi piaceva la velocit, e sbirciare
non visto la vita degli altri. Mi sedevo nei vagoni immersi
in quella tetra luce giallognola e guardavo nelle finestre delle
case popolari di Harlem piene di bambini, e nei condomini
di Tudor City, dove le donne si affaccendavano ai fornelli
mentre gli uomini leggevano il giornale seduti in poltrona, e
negli edifici eleganti in pietra arenaria di Brooklyn in cui intere
famiglie facevano ognuno la propria vita, anche se all'interno
dello stesso spazio, in una scacchiera di riquadri illuminati.
A volte, seduto sull'El che sferragliava e sbatacchiava
e sbandava in curva, mi veniva voglia di spalancare la bocca
e mettermi a urlare. Ma persino quello era meglio che leggere.
Non avevo pazienza per storie non vere o informazioni
che non fossero di immediata utilit.
Il cinema era un'altra cosa. Al cinema potevo perfezionare
il mio inglese. Una volta una donna davanti a me aveva
chiamato la maschera perch facevo troppo rumore ripetendo
i dialoghi subito dopo gli attori, ma di solito riuscivo a
farlo senza disturbare. E al cinema ero meno solo. Il buio
pullulava di altri corpi vicini al mio. Gli attori erano vecchi
amici.
Ne ho altre di foto di attori, Peter, se le vuoi da appendere
sul letto.
E ora costruisce case, ha rimarcato il dottor Gabor. 
un bel successo.
Sapevo cosa stava pensando. Com' che un greenie come
me era riuscito ad arrivare fin l? Ma non avevo approfittato
di Harry. L'idea era stata mia, e Harry l'aveva perseguita.
Non avevo nemmeno insistito.
Mi parli di sua moglie, Mr. van Pels.
Mi parli di questo, mi parli di quest'altro. Non si era accorto
che ero senza voce?
L'ha conosciuta in Europa?
Se vedessi i suoi denti, dottore, non mi faresti questa domanda.
Sono la prova di una vita nutrita di latte pastorizzato,
verdura fresca e costose visite dentistiche. La prima volta
che mi ha sorriso ero stordito. Lo stesso con sua sorella.
L'ho conosciuta qui. Lei  nata qui.
Ed  ebrea ha detto?
Verr un giorno in cui torneremo a essere persone e non soltanto
ebrei.
Ho annuito.
 un motivo di attrito tra voi?
Aveva capito qualcosa qui, ma l'attrito non era tra noi, era
dentro di me. Non avrei mai voluto sposare un'ebrea, ero
decisissimo a non farlo, ma si diventa impotenti quando ci si
innamora.
L'ho sposata.
Era attratto dal fatto che fosse ebrea?
Attratto? Era stato amore a prima vista, ma non perch
era ebrea. Ero pazzo di lei, di sua sorella, di suo padre, che
riusciva a malapena a nascondere il piacere di avere un altro
uomo a tavola quella prima sera in cui avevo cominciato a insinuarmi
in seno alla famiglia, e di sua madre, che non si fidava
gran che di me. Una donna accorta, mia suocera.
Mi scusi dottore ma temo che cos non arriveremo da
nessuna parte. Ho perso la voce. Non ho altri problemi.
Dopo averlo detto, mi sono chinato a battere le nocche sulla
scrivania. Ma stavo scherzando. Non sono superstizioso.
Le  mai capitato un fatto del genere in passato? mi ha
chiesto.
Non ho mai perso la voce, ho sussurrato.
Altri problemi di salute che non sembravano avere origine
fisiologica?
Intende malattie psicosomatiche?
Lui ha scosso le spalle imbottite della giacca.
Dopo essere arrivato qui iniziarono a tremarmi le mani e
le gambe. Il primo medico da cui andai mi disse che avevo
l'istituzionite.
Scusi?
Certo dottore. Non ti biasimo. Era un imbecille, ma ero
andato da lui perch aveva una buona reputazione. Tutti al
Marseilles sapevano quanto odiasse l'Europa. La tomba degli
ebrei, la chiamava. Un uomo cos era improbabile che rifiutasse
di visitare qualcuno, fosse anche un gentile. Era la
mia pi grande paura. Se potevano tenerti fuori dal paese
per malattia, potevano deportarti per la stessa ragione? Non
mi sarei fatto tradire dal mio corpo.
Ti sentiranno tossire.
Dagli dell'altra codeina.
Vuoi ammazzarlo?
Se gli impiegati sotto sentono quella tosse, siamo tutti morti.
Quell'eventualit mi aveva trattenuto dal consultare un
medico per settimane. Stavo a letto con la testiera di ferro
che sbatteva contro il muro, tanto tremavo. Alla fine non
avevo avuto altra scelta. Ero andato dal medico che odiava
l'Europa.
Disse che avevo paura di stare solo e che volevo tornare
al campo dispersi, ho detto al dottor Gabor. Avevo trascorso
parecchi mesi al campo prima di ottenere il visto. Disse
che volevo che la gente si prendesse cura di me.
Istituzionite.
 cos che avevo capito che i tremori non erano psicosomatici.
L'ultima cosa che volevo era essere alla merc di
qualcun altro.
I tremori sono poi scomparsi o ne soffre ancora?
Sono scomparsi. Andai da un altro medico, in seguito.
Venne fuori che soffrivo di ipertiroidismo.
Il dottor Gabor ha preso un altro appunto, poi ha posato
la penna e si  riappoggiato allo schienale della poltrona.
Mi racconti della sera in cui ha perso la voce, Mr. van Pels.
Si ricorda qualcosa di particolare?
Ho scosso la testa in segno di diniego.
Cosa ha fatto quella sera?
Sono uscito dall'ufficio e sono andato a casa in macchina,
ho giocato con le mie figlie, ho cenato con mia moglie,
abbiamo letto il giornale e guardato la TV e siamo andati a
dormire. Una sera come tutte le altre.
Il suo matrimonio  sessualmente soddisfacente?
Assolutamente.
Quanto spesso fa l'amore, una volta al mese, una alla
settimana, pi spesso?
Pi spesso, ho sussurrato.
Ha fatto l'amore quella sera? La sera in cui ha perso la
voce?
Ho guardato la statuina africana che il dottore aveva puntato
verso di me. Ho annuito.
E ha avuto un orgasmo soddisfacente? Nessun intoppo?
Nessun intoppo.
E sua moglie? Ha avuto un orgasmo?
Mia moglie, dottore, non  affar tuo. La dolcezza della
sua bocca, l'esuberanza della sua seduta, come la chiamerebbero
se fosse in sella a un cavallo, e quel gemito che mi ricorda
sempre le note della tromba di Bunny Berigan alla fine di
I Can't Get Started, non sono affari tuoi. C'era quella canzone
la sera in cui mi aveva portato fuori per curarmi le ferite.
Mi ricordo ancora le monete che scendevano nel juke-box.
A volte, quando le sfugge quel suono, mi chiedo se sapesse,
da vergine irrequieta, che quello era il grido che avrebbe fatto.
Se con quella canzone non mi stesse promettendo qualcosa.
Me lo chiedo, dottore, ma ripeto, non sono affari che ti
riguardano.
Ho annuito di nuovo.
E poi? C' stata qualche recriminazione, qualche dissapore?
Qualunque cosa abbia la mia voce, ho bisbigliato,
non ha nulla a che vedere col sesso.
Sto solo cercando di scoprire cos' successo quella sera.
Avete parlato? Si  messo a dormire?
Ho dormito.
E sua moglie?
I borghesi di Calais brillavano oziosamente alla luce fioca.
Quella scultura doveva pesare almeno cinque chili. Il braccio
alzato di Pierre de Wissant avrebbe potuto accecare
qualcuno.
Ha letto. Legge sempre prima di addormentarsi.
E questo la urta?
Il fatto che legga?
Il fatto che legga dopo che avete fatto l'amore.
Perch dovrebbe?
Ci sono persone che la ritengono una presa di distanza a
livello emotivo.
Chiami stare distesi nelle lenzuola calde che profumano
di sesso e sudore e sapone per biancheria e i bambini che
dormono nella stanza accanto presa di distanza? Forse hai
sbagliato mestiere, dottore. O forse hai passato troppo tempo
in quei caff sui boulevards.
Non mi urta.
Cosa stava leggendo quella sera sua moglie?
La domanda era assurda, ma dicevano che era la mia ultima
speranza. Mi sono sforzato di ripensare a mia moglie seduta
sul letto che prendeva il libro dal comodino e poi si sistemava
sui cuscini. Ho cercato di vedere il libro posato sull'orlo
di seta blu della coperta. Non era uno di quei grossi
volumi consumati a furia di sfogliarli che leggeva ai tempi di
scuola. Madame Bovary. Anna Karenina. Il libro di Thackeray
sul colonnello. Quello lo conoscevo bene. L'avevamo letto
la seconda primavera che avevamo passato nascosti. Il libro
che stava leggendo quella sera era nuovo, fresco di libreria.
Ho stretto gli occhi per visualizzarlo. Lettere nere in
grassetto. Una fotografia.
Tutto bene? ha domandato Gabor.
Come?
Ha appena afferrato la sedia come se stesse per cadere.
Gli ho detto che si sbagliava. Stavo solo cambiando posizione.
Parlavamo di quello che leggeva sua moglie la sera che
ha perso la voce.
Un libro qualunque.
Non ricorda cosa fosse?
 importante?
Per la prima volta, Gabor ha sorriso. Forse no. Ero solo
curioso di conoscere i suoi gusti.
Legge di tutto. Ma non ho notato cosa stesse leggendo
quella sera.

Non ha senso uccidersi di dolore, rimuginare.
Dobbiamo andare avanti, continuare a vivere, a
costruire.
Otto Frank in una lettera al fratello,
16 marzo 1946, citato in
The Hiddeti Life of Otto Frank di Carol Ann Lee


Capitolo 2.

Uscito dall'edificio basso che ospitava solo uffici in cui si trovava
lo studio del dottor Gabor, mi sono scontrato contro un
muro di calore. L'aria era densa e nel cemento del parcheggio
rimanevano impresse le orme delle scarpe. Andando verso
la macchina, mi sono tolto la giacca e la cravatta, ma non
mi sono rimboccato le maniche della camicia. Non che me
ne vergognassi. Soltanto, non mi andava di ostentarlo.
Pap, cos' questo? mi chiedeva mia figlia maggiore
indicandolo con la manina, quasi timorosa di toccarlo, morendo
dalla voglia di posarci il ditino sopra.
Solo una cosa che si  fatto pap quando era piccolo,
rispondevo io, e la risposta la faceva desistere. Non le andava
di considerarmi meno di quanto mi considerasse ora.
Aveva bisogno di tutta la statura e la massa e la sostanza che
poteva. Non era certo stupida, mia figlia.
Avevo lasciato i finestrini abbassati, ma in macchina si
soffocava lo stesso. Il sedile di pelle bruciava. Il volante mi si
appiccicava alle mani. Solo la chiave non scottava, perch
l'avevo tenuta in tasca mentre ero dal dottore.
Ho messo in moto e ho allungato la mano verso il pulsante
della radio. Il metallo mi ha ustionato le dita. Persino la
voce dell'annunciatore era surriscaldata, ma dentro di me
ero ancora sintonizzato sulle notizie della BBC. Cinquecento
aerei delle Nazioni Unite avevano bombardato la Corea del
Nord. Il Congresso aveva riapprovato la legge contro l'immigrazione
straniera, nonostante il veto del presidente Truman.
Mi sono unito al traffico che avanzava a passo lento lungo
la Route One. Nulla di straordinario che avessi visto o sentito
quella sera? Tutto dottore, tutto quella sera, e quella prima,
e quella dopo, e oggi. I raggi di sole che si riflettono sul
cofano della macchina come diamanti; le insegne che vibrano
nell'aria calda promettendo 26 CENTESIMI AL GALLONE,
PRENDI DUE E PAGHI UNO E PARCHEGGIO SUL RETRO; il guidatore
distratto che devia davanti a me e quello che mi fa segno
di sbrigarmi con un gesto poco raffinato; i grandi alberi che
fanno ombra sulla rampa d'accesso e il profumo dell'erba
appena tagliata man mano che mi avvicino a casa.  tutto
straordinario dottore, e dopo tutto quanto  successo, mi
spezza ancora il cuore. Forse  questo il punto.
Ho svoltato su Indian Hills Road. Ho spinto il pedale del
freno col piede sinistro e sollevato il destro dall'acceleratore.
Era un'abitudine strana, anche se non lo sapevo finch non
me l'aveva fatto notare mia moglie. Allora non era ancora
mia moglie.
Guidi con tutti e due i piedi, aveva detto con lo stesso
tono affascinato con cui aveva sottolineato le diverse lingue
che parlavo o i libri che avevo letto prima di smettere di leggere.
In che senso?
La gente sposta il piede destro dall'acceleratore al freno.
Tu usi un piede per pedale.
Mi ero guardato i piedi. In effetti uno era sull'acceleratore
e uno sul freno.
Hai mai voglia di andar via ma anche di restare? aveva
canticchiato parodiando Jimmy Durante. La mia familiarit
con gli uomini di spettacolo e gli attori americani era un'altra
cosa di me che l'aveva stupita.
 un segno di ambivalenza, aveva detto riferendosi ai
miei piedi.
Guido cos, avevo risposto io, sebbene dopo averlo
notato per un po' avevo cercato di usare un piede, come a
suo dire facevano tutti gli altri. Ma tempo un paio di settimane
ero tornato alle vecchie abitudini. Mi sentivo pi sicuro.
Adesso stavo guidando con entrambi i piedi e le mani sul
volante. La lancetta del tachimetro oscillava tra le venticinque
e le trenta miglia all'ora. Il mio socio Harry diceva che se
avesse dovuto comprare un'auto usata, cosa che si augurava
di non dover fare mai, l'avrebbe comprata da me. O da una
vecchietta che la usava solo per andare in chiesa la domenica,
aggiungeva, per farmi capire che stava scherzando. Harry
poteva scherzare quanto gli pareva, ma quello che non capiva
era la facilit con cui capitavano gli incidenti. Persino qui.
Anzi specialmente qui, dove gli impianti d'irrigazione spruzzavano
arcobaleni sui campi appena seminati e le nuove finestre
Windex rendevano la vita di tutti un libro aperto. Dove
i bambini andavano in giro non con le biciclette nere da soma
che affollavano le strade di Amsterdam prima che i tedeschi
portassero via anche quelle, ma con bici colorate come
le pietre dei gioielli che mia suocera riceveva da mio suocero,
il quale come parecchi uomini d'affari aveva guadagnato
molto durante la guerra. I bambini in bicicletta erano la mia
pi grande preoccupazione. Me li immaginavo rimbalzare
sul cofano della mia Buick e scivolare sotto le ruote.
Da Algonquin ho girato su Iroquois. Una mossa istintiva.
Avrei potuto ritrovare casa mia a occhi chiusi, non fosse stato
per la paura di investire i bambini. A volte quando passavo
di qui in automobile immaginavo la vista dall'alto. Vedevo
queste vie vicino all'autostrada, nella contea di Middlesex,
nello Stato del New Jersey, nella nazione degli Stati Uniti
d'America. E vedevo me che le percorrevo con entrambi i
piedi sui pedali e le mani sul volante. Vedevo, come invece il
dottor Gabor non vedeva quando mi faceva tutte quelle inutili
domande sul sesso, la foresta al posto degli alberi.
Appena svoltato sulla Seminole, ho avuto la solita fulminea
sensazione di panico. La casa non c'era pi. Al suo posto,
rovine fumanti. Peggio, un'imperturbata distesa di erba
e alberi. Non c'era mai stata nessuna casa. L'avevo solo sognata.
E in un attimo mi sarei svegliato in quell'altro mondo.
Ma la casa c'era. Ho espirato e sono entrato nel vialetto d'accesso.
Ho visto una macchia bianca e blu con la coda dell'occhio.
Ho premuto il freno col piede sinistro. Non mi sono
fermato di colpo, ho solo rallentato un po'. Mi sono girato
per vedere cosa aveva attirato la mia attenzione. Scottie
Wiener, con il faccino lavato, i capelli bagnati, un pigiama a strisce
bianco e blu di un paio di taglie pi grandi della sua, in
piedi nel suo giardino. Era a una certa distanza dal passo
carraio. Avrei dovuto fare uno sforzo non indifferente per
investirlo.
L'ho salutato con un gesto, e lui ha risposto al saluto.
Salve Mr. van Pels, ha detto attraverso la fessura tra i denti.
Ero simpatico ai bambini del quartiere. Ero gentile con
loro. Non alzavo mai la voce, come facevano alcuni padri.
Non perdevo mai la pazienza. Almeno, loro non mi avevano
mai visto perderla. Alcune settimane prima, avevo detto a
Scottie che avrebbe potuto aiutarmi a montare l'altalena nel
nostro cortile sul retro.
Mi sono allontanato dal bambino magro con la fessura nei
denti e sono entrato adagio in garage, facendo attenzione a
tenermi lontano dalla station wagon che mia moglie aveva
parcheggiato tutta da un lato per lasciare spazio alla mia
macchina. Il tagliaerba, i rastrelli, i badili e tutti gli altri attrezzi
per tenere a bada il caos erano accuratamente stipati e
appesi.
Sono sceso dall'auto, ho allungato un braccio all'interno
per prendere la giacca e la cravatta e sono andato verso la
porta sul retro passando tra le due macchine. Il caldo record
degli ultimi dieci giorni aveva fatto gonfiare il legno e ho dovuto
spingerla con la spalla per aprirla. La casa era ben fatta
per far parte di un complesso residenziale e avevo sistemato
tutto quello che potevo, ma non sarebbe mai stata solida come
avrei voluto.
Entrando sono stato colpito da un muro di aria fredda come
lo ero stato da quello di aria calda quando ero uscito dallostudio del dottor Gabor. Avevo messo un condizionatore
in soggiorno e un altro in camera nostra. Ho chiuso la porta
alle mie spalle, ho aperto la bocca, mi sono ricordato di essere
senza voce e l'ho richiusa. Poi ho mormorato: Sono a casa.
Non potevo resistere a non dirlo ogni volta.
Ho attraversato il soggiorno. Il box occupava parecchio
spazio ma intorno ne rimaneva ancora. Era un soggiorno pi
grande di quelli che si trovavano in case simili a Pineview o a
Devon, o in tutti gli altri complessi urbani nelle vicinanze.
L'idea era stata mia. La mia trovata geniale, come la chiamava
Harry, anche se a me sembrava cos semplice che non potevo
credere che nessuno ci avesse mai pensato prima di me.
Attraversando la stanza, la superficie grigio cenere della
TV mi ha restituito la mia immagine. Un uomo alto coi capelli
corti e con una giacca di tela indiana agganciata a un dito
sulla spalla, un marito, un padre, un uomo d'affari, un americano.
Ho salito i cinque gradini che portavano in cucina. C'era
una copia della Gioia di cucinare aperta sul banco, macchiata
delle aspettative e degli ingredienti di duecento pranzi. Sul
seggiolone all'angolo, i postumi di una battaglia. Sul ripiano
di formica, un piatto con dei maccheroni al formaggio ormai
freddi. Doveva essere stata una cena travagliata. Mia moglie
di solito buttava gli avanzi delle bambine nella pattumiera
prima che arrivassi a casa. Forse la vista di quegli avanzi, o
forse il dottor Gabor, ma improvvisamente mi sono ritrovato
al Marseilles. Mai, nemmeno prima della guerra, avevo visto
tanto cibo. Scodelle di minestra e insalatiere, tavoli fumanti
di carne, pesce, pollo e verdure, carrelli alti come grattacieli
traboccanti di piatti con torte colorate e dolci alla crema.
C'era tutto il cibo che volevo, cos tanto che quasi sembrava
che un giorno ce ne sarebbe stato abbastanza per tutti. Nel
breve periodo trascorso al Marseilles, ero diventato una leggenda.
Eccolo che arriva, mormoravano l'una all'altra le
pettorute volontarie avvolte dagli abiti scuri quando si avvicinava
il mio turno nella fila e mi vedevano col vassoio di metallo
in mano. La buona forchetta. Dall'altra parte del
banco, le loro facce rosse e sudate davanti ai cibi caldi si
aprivano in un sorriso invitante, mentre facevano a gara per
riempirmi il piatto. E io le lasciavo riempire. Praticamente
stavo facendo loro un favore.
Ho preso il latte avanzato nel bicchiere di mia figlia e l'ho
bevuto. Ho portato il suo piatto e il bicchiere al lavandino e
mentre li sciacquavo sotto l'acqua ho guardato fuori dalla finestra.
Le mimose che avevo piantato l'anno prima erano rigogliose.
Mia moglie voleva un ippocastano, ma non mi piaceva
l'idea di guardare fuori dalla finestra e vedere un ippocastano.
Non gliel'avevo detto per. Che uomo era uno che
aveva pregiudizi contro gli alberi? Mi ero limitato ad accennare
vagamente alla ruggine degli ippocastani, commentando
che le mimose erano pi esotiche. A mia moglie piacevano
le cose inusuali. Io ne ero una dimostrazione vivente.
Una sottile striscia di bosco separava il quartiere di Indian
Hills dal circolo del golf, quello a cui il tipo della First Mutual
mi aveva chiesto di iscrivermi prima di scoprire che mia
moglie  ebrea. Il bosco e il campo da golf lo rendevano appetibile
come quartiere, tuttavia la vista che preferivo era
quella delle case dei vicini, o meglio quella all'interno delle
loro case. Nessuno chiudeva gli scuri o tirava le tende nelle
cucine e nei soggiorni di Indian Hills. Al piano di sopra la
privacy era permessa, ma al piano terra no. Mia moglie diceva
di sentirsi in imbarazzo quando guardava fuori dalla finestra
e vedeva un'altra donna che sminuzzava le cipolle o
sbatteva le uova o lavava i piatti come stava facendo lei. Ma
a me piaceva guardare in casa degli altri da casa mia, vedere
le loro facce ingorde che masticavano le bistecche al sangue e
inghiottivano le verdure scongelate, e la soddisfazione delle
loro espressioni ignare davanti alla TV, e l'innocenza mozzafiato
degli abbracci e dei baci quando mandavano a letto i figli,
certi di ritrovarli l l'indomani mattina.
Guardando dalla finestra della cucina ho visto Jane Wiener
apparire alla finestra della sua. Era in piedi al banco con
la testa china, le spalle infantili che si muovevano appena
mentre lavorava. Ha sollevato un braccio per spostarsi i capelli
neri e dritti dalla fronte e ha guardato fuori in cortile
coi suoi enormi occhi neri. D'improvviso il suo viso delicatamente
ossuto si  piegato in un sorriso per qualcosa che aveva
sentito e pensato, e ho immaginato, anche se da cos lontano
non riuscivo a vederle, le sue fossette.
Perch vuoi sempre che rida?
Perch  bello, ti vengono le fossette sulle guance.
Mi piaceva Jane, anche se non la conoscevo meglio di
quanto conoscessi le altre mogli del quartiere, ovvero poco.
Ma per qualche motivo sentivo un attaccamento per lei.
Ho chiuso l'acqua e sono salito al piano di sopra. Avvicinandomi,
ho sentito gli strilli e le risa di una bambina e la voce
di una donna che cantava. My ship has sails that are macie
ofsilk, leggermente stonata, diventava sempre pi forte.
Chi  che canta Kurt Weill ai figli? chiedeva mia suocera.
Chi  che sposava un espatriato di cui non sapeva nulla, uno
straniero che avrebbe potuto essere un ladro, un assassino o
un nazista, nonostante il numero sul braccio? Perch sapevamo
tutti cos'avevano fatto alcuni per sopravvivere, ma
non era questo il punto. Sapeva qualcosa di me.
Ho aperto la porta del bagno. Mia moglie era in ginocchio
di spalle, piegata sul lato della vasca con le piante pallide
dei piedi scoperte. Come faceva ad andare in giro cos, offrendo
una superficie vulnerabile ai frammenti di vetro o ai
chiodi arrugginiti o alle centinaia di trappole nascoste mascherate
da oggetti innocui? Ho spostato lo sguardo da quei
piedi in cerca di guai arcuati come quelli di una ballerina ai
calzoncini violacei che trasformavano il suo didietro in una
bella susina matura.
Davanti a lei, due corpicini abbronzati e insaponati che
schizzavano acqua gioiosi. La bimba pi grande si  alzata
per venire da me,  scivolata ed  sparita oltre il margine della
vasca. Ho fatto un balzo. Mia moglie ha allungato il braccio
abbronzato come quelli delle bambine e ha riportato in
vista Abigail coi capelli fradici e la bocca spalancata per le
risa.
Pa-pi, pa-pi! ha strillato Betsy come una sirena. No,
come un segnale di cessato allarme.
Mia moglie si  girata verso di me. Il calore e l'umidit le
avevano arricciato i capelli scuri. Mi ha fatto il suo sorriso
al latte.
Ecco, dottor Gabor, cosa significa straordinario.
Raccontami del dottore, mi ha detto mia moglie.
Stavo portando i piatti della cena dal tavolo al banco della
cucina mentre lei si occupava delle solite faccende. Strofinare,
sciacquare, chinarsi, strofinare, sciacquare, chinarsi. Stava
lavando i piatti prima di metterli nella lavastoviglie, come
facevano tutte le mogli del quartiere. Di solito la prendevo in
giro per questo, come facevano gli altri mariti, perch amavo
l'ordinariet dello scambio, ma quella sera non l'ho presa in
giro, perch sapevo quanto le era costato aspettare tanto a
chiedermi del dottor Gabor.
Quella mattina mi aveva assicurato che rispettava il fatto
che il rapporto tra medico e paziente rimanesse confidenziale.
Mia moglie aveva seguito parecchi corsi di psicologia al
Bernard College, anche se, diversamente dalla sorella, poi
non si era laureata in quella materia. Ma ne sapeva abbastanza
per preoccuparsi. Temeva che il dottore scoprisse qualcosa
che non andava in me. Aveva paura che mi convincesse
che c'era qualcosa di sbagliato in lei. Quindi non aveva potuto
trattenersi dal chiederlo, nonostante il rispetto per il
rapporto medico-paziente, e il fatto che avermi sposato le
aveva fatto perdere l'abitudine di indagare troppo a fondo
sulle cose.
Mi ha fatto un sacco di domande.
Che domande?
Di tutto un po'. Su di me. Su di te.
Lei si  girata a guardarmi dal lavandino. Si era lavata il viso
e pettinata i capelli ma non si era truccata. Aveva la pelle
abbronzata dai pomeriggi trascorsi in giardino coi bambini.
I suoi occhi lunghi, di un nocciola screziato di verde e troppo
fiduciosi, si sono stretti di preoccupazione.
Cosa ti ha chiesto di me?
Non c' bisogno che mormori, le ho detto, tu non hai
mica perso la voce.
Lei  tornata a girarsi verso la lavastoviglie.
Non volevo essere sgarbato, ma non mi piaceva parlare
del dottor Gabor. Mi infastidiva quasi quanto parlare con
lui. Quindici dollari all'ora per discutere dei libri che leggeva
mia moglie.
Voleva sapere anche della mia famiglia. Di prima.
Lei continuava a darmi le spalle. Erano le domande che
voleva farmi anche lei. Raccontami, diceva sempre all'inizio,
voglio sapere.
Non voleva sapere, ma era un'altra delle cose che non le
avevo detto.
E del sesso.
Lo immaginavo. Si  girata di nuovo verso di me, il
labbro superiore stiracchiato mentre tormentava coi denti il
labbro inferiore. La sua inesperienza la rendeva insicura.
Non le avevo mai detto quanto invece le ero grato per essa.
Gli ho spiegato che qualunque cosa avesse la mia voce
non aveva niente a che vedere con quello.
Secondo lui con cosa ha a vedere?
Non ne ha idea. Ecco perch faceva tutte quelle domande.
Voleva persino sapere cosa leggi.
Non avevo intenzione di parlarne, anche se, quando prima
di cena ero salito in camera, non avevo potuto evitare di
avvicinarmi al suo comodino. Ma avevo perso la voce settimane
prima. Probabilmente aveva gi letto altri libri da allora.
Adesso sul comodino c'era L'avvocato del diavolo di Taylor
Caldwell.
Che cosa strana da chiedere.
Era un tentativo di ottenere informazioni. Non sa nemmeno
lui cosa vuole sapere.
Tutto quello che ti ricordi. Per libera associazione.
Come ho detto, aveva seguito alcuni corsi.
Ma io non ricordo niente.
Non era una bugia. C'erano cose che avrei potuto dirle
ma che avevo scelto di non dirle. Ma ce n'erano altre di cui
non ero certo. Non avevo problemi col passato recente. Non
dimenticavo mai il suo compleanno, l'anniversario, il momento
in cui avevo capito che l'avrei sposata, che, insisteva
lei, era stato quasi un anno dopo rispetto a quando lei aveva
deciso di sposare me. Ricordavo quanto pesavano le mie figlie
alla nascita e il momento in cui le avevo portate a casa
dall'ospedale e quella prima notte passata accanto alla culla
di Abigail. Alla fine di una riunione in ufficio, ero in grado di
ripetere tutto quello che era stato detto e chi l'aveva detto, di
elencare i costi dei materiali dell'anno scorso e dell'anno prima.
Della mia vita attuale ero un esperto. Ma quella di prima
era un mistero. Anche quando cercavo di ricordarla, avevo
delle difficolt. A volte per, quando non ci stavo provando,
quando giocavo con le bambine o ero seduto in ufficio o stavo
pensando a cose che non avevano nulla a che fare col passato,
avveniva come un'esplosione, come le bombe dagli aerei
alleati che arrivavano alti oltre il campanile Westertoren,
e io vedevo il mondo come l'avevo visto durante quelle incursioni
aeree, nitido, bianco e accecante. Sentivo persino le
sirene e l'odore delle case che bruciavano. Qualche mese
prima c'era stato un incendio in cantiere e Harry continuava
a lamentarsi per l'odore ma non potevate sapere quanto puzza
il fuoco finch non avevate inalato una citt in fiamme.
Erano ricordi vividi. Ma prima di poterli afferrare, quel
mondo si oscurava di nuovo, proprio come durante i bombardamenti.
Sapevo certi fatti della mia vita. Riuscivo persino
a metterli in ordine temporale, perch era cos che dovevano
essere avvenuti. Ma non ricordavo nulla di quando erano
successe certe cose, di dove erano successe e neanche se
erano successe a me o a qualcun altro. Ero nato sei anni prima
in un ufficio della dogana sul fiume Hudson. Ero stato
concepito un anno prima di allora in una notte di temporale
nella puzza di sterco di una stalla da qualche parte in Germania.
La mia vita fino a quel momento mi era quasi sconosciuta.
Era come se ne avessi soltanto sentito parlare, qualche
volta, per caso. Al posto della memoria avevo l'istinto.
Al posto del passato avevo questo inspiegabile, illecito, malato,
del tutto straordinario presente.

Altri credono che il Disperso sia un essere umano,
cosa che non , soprattutto se si tratta di ebrei,
che sono meno che animali... una specie subumana
senza alcuna delle caratteristiche culturali e sociali
del nostro tempo.
Generale George S. Patton


Capitolo 3.

Il caldo ha ucciso dodici persone nella zona di New York, un
operaio in cantiere  collassato per disidratazione, il tempo
alla fine  cambiato e io continuavo ad andare dal dottor
Gabor. Non avevo altra scelta. Non potevo stare senza voce.
Torniamo alla guerra, ha cominciato lui alla visita successiva.
Non ricordo molto.
Ha detto che era ad Amsterdam.
Ho annuito.
Suo padre faceva parte delle forze d'occupazione?
Gliel'ho detto, mio padre era olandese. Ci siamo spostati
prima della guerra. Giugno 1937.
Perch?
Opportunit d'affari.
E una volta scoppiata la guerra?
Non mollava. Cosa ci faceva un olandese che viveva in
Germania ad Amsterdam durante la guerra?
Ero ad Auschwitz. La mia voce raschiava come una
chiave che gira in una serratura arrugginita.
Lui ha alzato lo sguardo dal blocchetto giallo. Come
guardia o come prigioniero?
Il figlio di puttana.
Prigioniero.
Ha sbarrato gli occhi. I lineamenti del viso si sono accordati
allo sguardo. Non lo vedevo da un po'. La guerra era finita
da sette anni. Non ero il solo a volerlo dimenticare. Ma
c'era stato un periodo in cui conoscevo quello sguardo come
il dorso della mia mano o il numero sul braccio. Esprimeva
piet, vergogna, e un'altra cosa ancora: avversione. Non mi
odiava come quando pensava che denunciassi gli ebrei e pestassi
gli olandesi, ma non gli piacevo nemmeno, perch ero
stato l.
Ricordati soltanto che dove sei stato, quello che hai visto,
non ti garantir la simpatia della gente.
Mi sembrava avesse detto di trovarsi ad Amsterdam.
Infatti. Fino all'agosto del '44. Al 4 agosto per la precisione,
quando sono stato arrestato e mandato prima a
Westerbork, poi ad Auschwitz.
Per quale ragione?
Pensa che dovessero avere una ragione?
Se fosse stato ebreo no, altrimenti di solito un pretesto
c'era. Attivit politica. Omosessualit.
Non per quello.
Ha posato la penna ed  tornato ad appoggiarsi allo schienale
della sedia. Attivit politica?
Avevano riunito una trentina di combattenti della Resistenza,
ma non si sa come era venuto fuori che tra loro c'era
un ebreo. I soldati delle SS si erano precipitati nelle carrozze
del treno brandendo i fucili e urlando di abbassarsi i pantaloni,
abbassarsi i pantaloni. Solo in tedesco, che rifiutavo di
parlare, persino dentro di me.
Attivit politica, ho confermato.
Mene parli.
Ho scosso le spalle. Davvero non ricordo molto. Che ci
creda o no.
Certo che ci credo.  un fenomeno comune tra quelli
che sono stati nei campi di concentramento.
Io non sono come loro, ho gracchiato.
Nel senso che non  ebreo?
Nel senso che rifiuto di vivere nel passato. Non ne parlo.
Non ci penso mai. Quando la mia mente torna indietro, si
ferma alla plancia da sbarco della nave da cui sono sceso.
Bene, mi parli di questo.
Non potresti capire, dottore. Tu, che sei arrivato prima
della guerra con la tua bella laurea e i bauli pieni di libri. O
hai dovuto abbandonarli con tutte le tue cose? Sei sfuggito
per un pelo a Hitler? Ma ce l'hai fatta, furbetto d'un ungherese.
Per quelli che sono arrivati dopo, per,  un'altra storia.
Il sole picchiava forte dal cielo bianco e incendiava il fiume
untuoso. I gabbiani strillavano come vecchie pazze, il fischio
della nave lacerava l'aria che odorava di sale e la gente
urlava in una babele di lingue diverse. Anche se non si capiva
cosa dicevano, era chiaro che erano eccitati ma anche terrorizzati.
Avrei giurato che qualcuno sarebbe finito in mare
o calpestato nella fretta di scendere dalla nave e trovarsi sul
suolo americano.
Alla dogana era stato ancora peggio. Il baccano delle ruote
che stridevano, dei bagagli che sbattevano e delle voci
umane scuoteva le pareti sottili. Gli uomini si spostavano come
se nuotassero sott'acqua e le donne si facevano aria con i
cappelli, i fazzoletti e i documenti. I bambini piangevano.
Un vecchio era svenuto. E in fondo alla baracca, da una fessura
nella parete di metallo, filtrava un raggio di sole. Era accecante.
Era l'America.
La folla ribolliva. Tutti cercavano la fila giusta. Gli
ufficiali indicavano qui, mandavano l e chiamavano gli interpreti.
I volontari di una decina di diverse agenzie cercavano di dare
una mano ma perdevano la pazienza, e finivano per urlare
contro i poveracci che erano venuti ad aiutare, spaventandoliancora di pi. Avevo trovato posto in fondo a una fila. Si
era mossa di qualche centimetro, poi si era fermata per lasciare
agli sbarcati il tempo di cercare i documenti nelle sacche,
in tasca e nelle fodere dei cappotti troppo pesanti per
quel mattino afoso. Improvvisamente una donna si era messa
a piangere. Voleva il suo bambino. Dov'era il suo bambino?
Le donne avevano cominciato a gridare. Gli uomini si
erano precipitati verso gli accessi alle passerelle guardando
freneticamente in mare, tra i vortici d'acqua creati dai motori.
Un grido dall'altra parte del molo. Eccolo qui!  qui! La
donna era corsa dal figlio, l'aveva preso in braccio, l'aveva
messo gi, l'aveva scosso, abbracciato, scosso di nuovo. La
gente si era girata. Ognuno ai problemi suoi.
La fila procedeva lentamente. Pi tempo passava, pi agitato
diventavo. Qualcosa poteva sempre andare storto. Le
regole cambiavano. I documenti che andavano bene quando
ero partito da Brema potevano non bastare una volta sbarcato
a New York. Continuavo a prenderli e a controllarli. Non
ero riuscito a evitarlo nemmeno sulla nave, infatti erano
sgualciti e pieni di impronte. Il certificato di identit in vece
del passaporto era quello conciato peggio. Vedi dottore, alcuni
di noi non avevano quello vero. A quel tempo, lo consideravo
ancora una mancanza. Non mi era mai venuto in
mente che sarebbe stato un vantaggio.
La presente per attestare che Peter Van Pels...
Avevo trattenuto il respiro mentre il segretario al campo
batteva a macchina l'informazione negli spazi vuoti.
...nato a Osnabriick, Germania, l'8 novembre 1926, maschio,
celibe, intende immigrare negli Stati Uniti d'America.
Altezza 1 metro e ottantasei.
Capelli castani, occhi azzurri.
Segni particolari: cicatrice sul polso destro.
Avevano messo la cicatrice a destra, quella per il morso
del ratto, ma non quella a sinistra col numero. Ce n'erano
troppe per essere un segno particolare.
Il richiedente dichiara di non essere mai stato condannato
e di non agire contro la legge.
I cardini della porta della stalla cigolano. Gli animali si agitano
e sbuffano e scalpitano. Il vecchio russa.
Ma io non ero mai stato condannato.
Avevo riposto i documenti nella tasca della giacca, al sicuro
dai danni, pronti per essere consegnati all'occorrenza.
Avevo ancora una decina di persone davanti. Forse mi ero
preso una malattia a bordo, che avrebbero riconosciuto da
qualche segno rivelatore. Forse qualcuno aveva espresso
una rimostranza contro di me. La gente inventava sempre
storie. Questo era un kap. Quello era un comunista. Quell'altro
ancora operava al mercato nero. Lo faceva per portarsi
avanti, per prendere punti, e perch in qualche modo doveva
pur scaricare la rabbia che aveva in corpo.
Mi stavo avvicinando. C'era rimasta una persona sola davanti
a me. L'ufficiale di dogana aveva preso il passaporto e il
visto dell'uomo e fissato per un attimo i documenti.
Wishwzzzz... La voce si era affievolita in un ronzio di consonanti.
Aveva scosso la testa. Questo non  un nome,  una
parolaccia. Aveva scritto qualcosa sui documenti, li aveva
timbrati e glieli aveva restituiti. Benvenuto negli Stati Uniti,
signore. Aveva fatto sibilare la s, ma il tipo si era limitato
a riprendersi i documenti, annuendo parecchie volte
per gratitudine, ed era passato oltre. Avevo consegnato i
miei documenti prontamente, ma non troppo velocemente.
E niente saluto militare. Non volevo che si facesse un'idea
sbagliata.
Ero rimasto sorpreso che non mi tremasse la mano quando
gli avevo dato il certificato d'identit. Lui l'aveva preso e
l'aveva guardato. Van Pels. Oh, ecco un bel nome americano.
Americano come Stuyvesant. Sa che New York si chiamava
Nieuw Amsterdam? Anche Brooklyn in origine era
Breuckelen. Harlem era Haarlem. Poi aveva mormorato
qualcos'altro. Stava ancora guardando il certificato e aveva
parlato sottovoce, ma conoscevo le parole. Le conoscevo in
inglese, francese, olandese e tedesco. Le avrei probabilmente
riconosciute anche nelle lingue che non parlavo.
Non fa parte del popolo eletto, questo aveva detto.
Mi ero domandato se fosse uno scherzo o un test. L'avevo
guardato. La prima volta che l'avevo visto ero allibito. Ancora
non mi riprendevo dallo sconcerto. Sui documenti tedeschi
e olandesi, persino quelli del campo dispersi, c'era la religione
del portatore. Sul certificato di identit in vece del
passaporto emesso dal Consolato generale degli Stati Uniti
c'era scritto solo quanto ero alto, se avevo segni particolari
sul corpo e se ero stato condannato per qualche crimine.
Che paese!
L'ufficiale aveva alzato lo sguardo dal documento. Avevo
atteso che si accorgesse dello sbaglio. Sulla nave mi avevano
preso tutti per uno di loro.
Passi abbastanza tempo in questo posto, Mr. Van Pels, e
cominci a pensare che non siamo altro che un deposito per
la spazzatura del mondo. Ti chiedi per che cosa hanno combattuto
i nostri ragazzi. Aveva timbrato il certificato d'identit.
Credo di aver fatto passare un centinaio di immigranti
stamattina e lei  il primo a cui permetterei di sposare
mia sorella. Mi aveva fatto una strizzatina d'occhio e mi
aveva restituito il documento. Lo prenda, Mr. Van Pels.
Prenda il suo bel nome olandese-americano e il suo certificato
di identit che non riporta il suo credo e benvenuto in
America, non eletto tra i non eletti.
Ci pensavo da anni. Avevo calcolato le probabilit, considerato
i possibili intoppi e immaginato come sarebbe potuta
andare, ma non mi sarei mai aspettato di cavarmela cos facilmente.
Non c'era nessuna prova di quello che ero. Non
c'era traccia di quello che ero stato. La Croce rossa non mi
aveva nemmeno elencato tra i sopravvissuti. Secondo i loro
verbali, ero morto durante la marcia forzata per Mauthausen,
o subito dopo nel campo di concentramento. Avrebbe
potuto effettivamente andare cos se quel soldato tedesco,
non meno ariano degli ufficiali delle SS che ci portavano a
ovest, non pi umano di quel bastardo di contadino alla stalla,
non mi avesse dato, per qualche ghiribizzo che non capir
mai e lui probabilmente neppure, quel pezzo di pane
stantio. O forse lui aveva intuito. La fine della guerra era in
vista. Stava facendo il suo patto col futuro. Ma erano tutte
supposizioni, quelle sulle motivazioni di quell'uomo, e quelle
sul destino di un ragazzo di nome Peter van Pels.
Avevo alzato il braccio per prendere il certificato. Il polsino
si era sollevato di pochissimo, non abbastanza perch si
vedesse il numero, ma io sapevo che c'era. Non l'avevano
messo sul certificato perch non era un segno particolare,
ma poteva comunque tradirmi. Mi ero domandato cosa
avrebbe detto l'ufficiale che aveva sussurrato ingiurie antisemitiche
se mi fossi tolto la giacca e mi fossi rimboccato le
maniche, dimostrandogli di far parte anch'io della spazzatura
del mondo. Certo, non tutti quelli che erano stati nei campi
di concentramento erano ebrei. Il numero rivelava dove
ero stato ma non chi ero. Un giorno avrei potuto persino farmelo
togliere. Avevo sentito che c'erano dei medici che lo facevano.
Ero rimasto a guardare i documenti pieni di ditate in mano
all'ufficiale di dogana. Non credevo in Dio. Come potevo,
dopo quello che avevo visto e dove ero stato? Non ricordavo
nemmeno le preghiere.
Avevo il labbro superiore imperlato di sudore. Il sudore
emanava anche dalle ascelle e mi colava lungo i fianchi. La
camicia era fradicia. Le mutande mi stavano appiccicate alla
pancia, al sedere e al vero problema. La prova di chi ero. Il
segno del patto, l'incisione della mia infanzia, la pelle mancante
del prepuzio, la circoncisione di Abramo, la prova incontrovertibile
di me.
Ero rimasto a guardare l'uomo in uniforme che mi aveva
scambiato per un gentile, ricordandomi di altri uomini in
uniforme che erano stati altrettanto inefficienti. No, non ricordando,
perch la storia non apparteneva a me, anche se
in qualche modo raccontandola e immaginandola era diventata
mia.
L'uomo che aveva raccontato la storia era stato fermato e
caricato su un treno di combattenti della resistenza polacchi
- alcuni comunisti, alcuni cattolici, tutti antisemiti, aveva
giurato l'uomo - ma si era sparsa la voce che c'era un ebreo
tra loro. E subito erano piombati l gli ufficiali urlando parole
turpi, sbatacchiando il calcio del fucile e ordinando loro
di calarsi i pantaloni. L'uomo che aveva raccontato la storia
era balzato davanti alla fila e aveva cominciato ad aprirsi i
bottoni. Il calcio del fucile lo aveva colpito al petto. Era caduto
rotolando tra i combattenti della resistenza lividi, pesti
e non circoncisi, non scoperto.
Ma adesso ero in America. Qui gli uomini in uniforme
non ordinavano agli altri di calarsi i pantaloni. Qui gli uomini
in uniforme sorridevano, anche quando pronunciavano
insulti sottovoce, e dicevano benvenuto e buona fortuna e
star bene qui.
Ma prima o poi avrei calato i pantaloni. Vedevo ancora la
foto di Life con il marinaio che faceva fare il casqu all'infermiera.
Prima o poi mi sarei tradito. L'odio per gli ebrei non
conosceva sesso. C'era un tipo al campo di concentramento
che era stato denunciato dalla sua amante ariana. Forse pi
di uno, ma io conoscevo lui.
Ecco a cosa stavo pensando la prima volta che avevo visto
Susannah. O forse lo stavo pensando perch l'avevo gi vista
con la coda dell'occhio.
Ah, un'altra cosa, quanto mi manca per arrivare al bagno di
Susanna?
E che cosa sono ipeccati di Sodoma e Gomorra?
Anne, Peter, siate seri voi due!
La prima cosa che avevo notato erano stati i capelli. Ci
avevo messo di pi ad abituarmi alle donne coi capelli che a
quelle senza. Che ne pensi dottore? I capelli di Susannah
erano biondo scuro e setosi. Li portava lunghi allora, come
Veronica Lake prima della guerra. Avevo letto, sempre su Life,
che all'inizio del conflitto l'attrice, per patriottismo, si era
tagliata quella splendida chioma in cui tutti gli uomini
avrebbero voluto infilare le mani. Un gesto che non aveva
conseguenze cos terribili da quando avevano tagliato i capelli
a Sansone. Da un giorno all'altro Veronica era diventata
una vecchia gloria. Ma Susannah aveva i capelli come Veronica
prima che li tagliasse, un nasino dolce un po' all'ins e
certi denti dritti che avrebbero fatto piangere di meraviglia il
Dr. Pfeffer. Come ho detto, i denti erano lo stampo di famiglia.
Stava sorridendo a uno degli orfani sbarcati dalla nave e
in quel sorriso avevo visto un'amorevole famiglia che aveva
sorriso cos a lei sin dall'infanzia. Portava una targhetta col
nome appuntata su uno dei piccoli seni, ma non ero abbastanza
vicino per leggere il nome o quello dell'agenzia per
cui prestava assistenza come volontaria. In seguito abbiamo
discusso su questo. No, non discusso, discordato.
Si era forse sentita osservata, perch aveva alzato la testa.
I nostri sguardi si erano incrociati. Era diventata rossa.
Mouschi  un maschietto o una femminuccia?
 un maschietto, Anne.
E allora mi era venuto in mente. Un'amante avrebbe potuto
saperlo. Una prostituta l'avrebbe saputo. Ma una brava
ragazza non ne avrebbe avuto idea. Potevo calarmi i pantaloni
e mantenere lo stesso il mio segreto.
Avevo preso il certificato di identit in vece del passaporto
dall'ufficiale di dogana, l'avevo infilato in tasca ai pantaloni
sudati e mi ero avviato verso il quadrato di luce accecante
in fondo all'ufficio. Uscendo dalla baracca ed entrando nella
mia nuova vita, mi ero sentito stranamente leggero. Tanto da
volare via. Questo avevo fatto quando Werner Pfeffer mi
aveva chiesto notizie del suo defunto padre.
Non so niente di Fritz Pfeffer o di una famiglia di nome
Frank, avevo risposto, ed ero sparito sulla Dodicesima
Avenue, in America.

Il 23 ottobre, il giorno dopo il decreto di "arianizzazione",
su proposta di Otto (...) fu fondata una
nuova societ (...), direttore Kugler, consigliere
(...) J.A. Gies (...). Le quote del capitale versate (...)
erano a nome di Kugler e Gies. Si trattava pertanto
di una societ puramente ariana', almeno ufficialmente,
dato che il vero proprietario era Otto
Frank.
I Diari di Anne Frank, edizione critica,
a cura dell'istituto per la documentazione
bellica dei Paesi Bassi basata
sul dossier 103586 della Croce rossa olandese.


Capitolo 4.

Quando Harry  uscito in corridoio dal suo ufficio, sapevo
che il momento non era casuale. Aspettava che uscissi dal
mio per parlarmi, ma non voleva che si capisse che mi stava
aspettando. Se mai avessi voluto approfittare di lui quando
era cominciata, cosa che decisamente non volevo, non sarebbe
stato difficile.
Harry aveva una calvizie incipiente, un'ombra rossastra
sulla mascella e un sederone grosso che mi ricordava il pupazzetto
di plastica di mia figlia Abigail, col peso sotto i piedi
che lo fa raddrizzare quando lo si mette sdraiato o anche a
testa in gi.
Come va la gola, socio? Quando ci eravamo conosciuti,
Harry mi chiamava giovanotto, ma appena aveva scoperto
che non ero ebreo era passato a socio. Aveva anche smesso
di infarcire la conversazione di espressioni yiddish, almeno
quando era con me. Voleva apparire disinvolto, ma sapevo
che era preoccupato. Alle banche non piaceva dare credito
agli invalidi. Nessuno voleva comprare case da uno che oggi
c'era e domani chiss.
Migliora di giorno in giorno, ho risposto uscendo dall'edificio
e andando verso il parcheggio.
Ottimo, ottimo. Ha allungato la mano e mi ha dato
una pacca sulla spalla. Hanno trovato il problema?
No, amico. Gli hanno dato un nome. Afonia, l'ha chiamata
il dottor Gabor. Ma non avevo nessuna intenzione di dirlo
a Harry. Non gli avevo detto nemmeno del dottor Gabor.
Era un tipo impressionabile. Aveva addirittura una specie di
riverenza per le malattie. Quando parlava di infarti e ictus
abbassava la voce. La parola cancro non la usava del tutto.
Il male con la C era il massimo che arrivava a dire. Credeva
nel potere delle parole. Il termine afonia avrebbe potuto
persino piacergli, cos musicale e scientifico nello stesso tempo.
Ma poi avrei dovuto spiegargli che non era una malattia
del corpo ma l'indicazione dell'assenza di una malattia del
corpo, e questo l'avrebbe messo in agitazione. Preferiva che
le malattie fossero osservabili al microscopio, visibili ai raggi
X o misurabili da una macchina.
Non c' da preoccuparsi, gli ho detto. Non  comunicabile,
voglio dire, trasmissibile mi sono corretto, e ho riso
per fargli capire che era una battuta.
Lui si  allisciato i capelli scuri che da un annetto a quella
parte aveva cominciato a pettinarsi di traverso sulla testa.
Te lo chiedo solo perch la gente continua a farmi domande.
Stamattina ho incontrato George Johnson. Voleva sapere
come stava il mio socio, e non sapevo che diavolo dirgli.
Di' a George e a chiunque altro te lo chieda che sto bene.
Che vado migliorando. Non senti che  pi forte la mia voce
adesso? ho gracchiato.
Siamo arrivati alla sua macchina, una Coup de Ville blu,
appena uscita dalla catena di montaggio, e la vista di quelle
cromature abbaglianti e di quei paraurti curvilinei l'ha distolto
dai miei problemi.
 o non  una bellezza? mi ha domandato. Ho concordato
che lo fosse. Lui ha aperto la portiera e si  seduto sulla
soffice imbottitura che aveva un odore cos buono che veniva
voglia di mangiarla. Forse dovresti cominciare con queste,
ha detto prendendo un pacchetto appiattito di Lucky
Strike dal taschino e schiacciando l'accendisigari nella plancia
portastrumenti. Non servirebbe alla gola ma almeno
avresti una scusa.
Ha avvicinato Paccendisigari alla sigaretta, l'ha accesa, ha
inspirato profondamente e ha espirato. L'aroma del tabacco
ha galleggiato verso di me, pi dolce dell'odore della pelle
nuova, pi forte delle esalazioni pungenti del traffico. Mi sono
aggrappato alla portiera blu dell'auto per non cadere.
Sai perch non abbiamo soldi per mangiare, Putti? Perch
se ne vanno in fumo. Il fumo delle tue schifose sigarette.
Il dolore  scomparso improvvisamente cos come era venuto,
ma sapevo di non averlo sognato. Sono rimasto l inebetito,
coi sudori freddi. Il dottor Gabor e gli altri si sbagliavano.
Il dolore era stato troppo acuto per essere psicosomatico.
Doveva essere il sintomo di una malattia mortale.
Ero in ritardo di dieci minuti all'appuntamento col dottor
Gabor. Ho dato la colpa a Harry.
Il mio socio doveva parlarmi di alcune faccende, ho
detto.
Problemi?
Cose di lavoro.
Lei e il suo socio andate d'accordo?
Ho annuito.
Come siete finiti in affari insieme?
Al campo dispersi, se si parlava del passato, si parlava dei
se. Se fossi stato all'inizio della fila quella mattina e non in
fondo. Se fossi rimasto indietro invece di venire avanti. Se
non fossi stato il primo a cominciare a slacciarmi i pantaloni
quando le SS erano salite sul treno. Dai se si formavano le
teorie. Ero sopravvissuto perch ero stato cauto. Ero vivo
perch avevo rischiato. Ma al di l della convinzione dell'efficacia
di certi comportamenti, c'era sempre il rispetto timoroso
per il caso. Era stato il caso a farmi incontrare Harry
Wolfe - Come lupo ma con la e' finale, mi aveva detto
quando si era presentato - ma io ero stato bravo ad approfittarne.
Non di lui, della situazione, intendo dire.
Harry possedeva un lotto di terreno, ho detto con voce
stridula. Aveva messo dei soldi da parte e cercava un modo
di farli fruttare.
Non era una bugia. Anch'io avevo messo da parte qualche
soldo, tutto quello che avevo guadagnato facendo il cameriere
e il tassista. Ma non era per quello che Harry mi aveva
preso a bordo. Non gli servivano i soldi, gli servivo io.
Non era colpa mia.
 stato il primo amico che ho avuto in America.
Harry era un cliente fisso al ristorante dove lavoravo.
Questo prima di sposarsi. Veniva tre o quattro volte a settimana,
a volte con una ragazza o con un amico, ma pi spesso
da solo. Si teneva compagnia coi giornali, i documenti e le
brochure. Io glieli sbirciavo mentre gli servivo la cena o gli
portavo via i piatti. Direttive generali dell'Amministrazione
federale per l'edilizia. Metodi e costi dei prefabbricati.
Il finanziamento ipotecario come chiave della grande
produzione.
Una sera mi aveva sorpreso a guardarli. Il segno del futuro.
Aveva indicato la brochure con il coltello. Questa
scarsit di case non finir molto presto.
Avevo annuito ed ero tornato a occuparmi degli altri tavoli.
Da quando c' stata la guerra, aveva ripreso quando
ero tornato, tutte le coppie vogliono una casa propria. Anzi,
per la precisione, il governo dice che hanno il diritto a
una casa propria.  scritto nel G. I. Bill of Rights.
Conoscevo la costituzione americana. Avevo gi cominciato
a studiare per ottenere la cittadinanza, anche se avrei
dovuto aspettare ancora pi di quattro anni prima di poter
provare a fare l'esame. Ma per quanto mi sembrasse strano,
non avevo mai sentito del G. I. Bill of Rights.
E sai dove la vogliono, la casa? aveva continuato Harry
quando ero tornato con il suo caff e la fetta di torta. Non
stavo indugiando, stavo solo facendo il mio lavoro. Non
qui in citt dove i bambini cresceranno senza sapere che
aspetto ha un filo d'erba, a meno che i genitori non li portino
a Prospect Park. Non al loro paese dove le case sono vecchie
e andrebbero ristrutturate e hanno un solo bagno con un
pessimo impianto idraulico per tutta la famiglia. Le vogliono
in periferia. Nuove, mai abitate, in sobborghi nuovi di zecca.
Dove i bambini possono avere un giardino intero per giocare.
E le donne la cucina nuova e lustra con tutti gli elettrodomestici
di ultima generazione. E dove non devi preoccuparti
del pregio della tua casa perch tutte le altre case sono esattamente
come la tua e i vicini sono come te, o almeno liberi,
bianchi e giovani.
Gli avevo risposto di aver letto di due tipi di nome Levitt
che stavano programmando qualcosa del genere a Long
Island. Gli occhi, un po' troppo vicini per ispirare fiducia, si
erano stretti, come se mi stesse vedendo veramente per la
prima volta, e avevo capito che era sorpreso. Non ero soltanto
un greenie che serviva ai tavoli. Forse ero addirittura pi
intelligente di quello che sembravo.
Ti ricordi quando  arrivato, Anne, quella mattina in cui
eravamo tutti a colazione? Che stupido, hai detto. Non deve
essere un gran che.
Margot! Non ho mai detto una cosa simile.
Una settimana dopo Harry mi aveva informato di avere
un biglietto in pi per gli Yankees e i Dodgers allo Yankee
Stadium e voleva sapere se mi interessava andarci. Non mi
piaceva l'idea di assentarmi dal lavoro, ma qualcosa mi diceva
che Harry era una buona opportunit. Il mio principale
mi ripeteva sempre che se continuavo cos potevo contare su
un lavoro come cameriere per il resto dei miei giorni. Avevo
detto a Harry che non avevo mai visto una partita di baseball
e che mi sarebbe piaciuto andarci.
Bene, aveva risposto lui, solo che non  baseball, 
football. Non preoccuparti, giovanotto,  un errore comune.
Lo fanno tutti.
Da quel giorno Harry aveva preso l'abitudine di rimanere
fino a quando gli altri clienti erano andati via tutti. Allora mi
diceva di versarmi una tazza di caff e di mangiarmi una fetta
di torta offerta da lui, e di sedermi un attimo. Non occorreva
essere un greenie che viveva da solo in un seminterrato in
cerca della grande occasione per capire che Harry Wolfe era
un uomo solo. Facevo come diceva, e parlavamo. O meglio
lui parlava e io ascoltavo. Harry era stato per me quella che la
scuola serale era per i camerieri e i tassisti che avevano meno
fretta. Era stato lui a insegnarmi che il G. I. Bill of Right permetteva
agli ex militari di andare al college, di avviare attivit
e, questa era la parte pi interessante, di comprare case, o,
come la metteva Harry, di diventare proprietari di case. Mi
aveva detto degli incentivi del governo per far s che le banche
concedessero finanziamenti a basso interesse ai veterani
e delle garanzie da parte del governo che le banche avrebbero
ritirato una parte del loro investimento se i veterani
avessero fallito. Da lui avevo saputo dell'esistenza di regole precise
che stabilivano l'inclinazione dei tetti e lo spessore dei muri,
e dell'egoismo dei comitati per l'edilizia della contea che
erano pi interessati a richiamare societ che pagavano le
tasse che semplici veterani a cui servivano scuole, fogne e altri
costosi servizi. Mi aveva riferito altre informazioni sui
Levitt, che erano il suo mito dal punto di vista professionale
e che sarebbero diventati suoi nemici personali. Quando mi
aveva detto che erano ebrei, avevo registrato l'informazione
senza batter ciglio. E soprattutto avevo saputo che, grazie a
tutti quei programmi di governo, le banche avrebbero dato
degli anticipi ai costruttori man mano che i lavori procedevano,
cos uno come Harry - o anche come me, aveva aggiunto
il mio futuro socio facendomi l'occhiolino - non doveva per
forza nascere ricco per mettersi in affari.
Ma pian piano nei suoi discorsi aveva cominciato a insinuarsi
la parola quando, poi sostituita da se. Non il se istruttivo
delle passate esperienze a cui i dispersi si aggrappavano,
ma il se pieno di rammarico per un'opportunit perduta. Le
banche la tiravano per le lunghe, diceva. Il comitato per l'edilizia
locale non gli rivolgeva la parola. Ogni volta che cambiava
i progetti o qualche particolare per conformarsi alle
norme, qualche figlio di puttana saltava fuori con un'altra
norma che lui non aveva mai letto da nessuna parte.
Mi chiedo perch abbiamo fatto la guerra, aveva detto
una sera mentre passeggiavamo in Fulton Street. Il vento tagliava
l'aria come un coltello. Le grate alle finestre dei negozi
chiusi sbatacchiavano. Da un bidone della spazzatura spuntava
un albero di natale deperito.
In che senso?
Nel senso che abbiamo mandato milioni di ragazzi contro
Hitler ma nessuno alza un dito per combatterlo a casa.
Combattere cosa?
L'antisemitismo, giovanotto. L'odio per gli ebrei, la
guerra contro gli ebrei senz'armi, niente cani ed ebrei, alla
larga da quei bastardi uccisori di Cristo.
E i Levitt allora? Loro li ottengono, i finanziamenti. I loro
progetti vengono approvati dal comitato per l'edilizia.
L'avevo detto con distacco, come l'avrebbe detto un uomo
che avversava l'ingiustizia, pi che come una vittima interessata.
 proprio questo il problema. I Levitt hanno comprato
met delle aziende agricole di patate di Long Island. Io voglio
costruire venti o trenta case. Loro parlano di due o tremila,
forse anche di pi.
Quella sera Harry stava sottovalutando i suoi eroi. Il loro
primo complesso alla fine avrebbe compreso pi di diciassettemila
unit. Avrei dovuto dirlo al dottor Gabor. Non sarebbe
stato cos impressionato da quello che ero riuscito a
fare. Ma non avevo nessuna intenzione di dirgli del mio accordo
con Harry. Nemmeno mia moglie conosceva il vero
motivo per cui ci eravamo messi in affari insieme.
Il punto , aveva continuato Harry, che sono proprio
i Levitt a mettere i bastoni tra le ruote ai piccoli imprenditori
come me. La gente li guarda e dice: "Oh, gli ebrei stanno acquisendo
il controllo dell'industria edilizia". "Attenzione, i
giudei si stanno comprando tutto." E cominciano a fare
ostruzionismo contro quelli come me.
Avevamo camminato per un altro paio di isolati. Gli avevo
chiesto se era certo che non fossero solo paranoie sue. Lui
aveva risposto che l'aveva capito quando ci aveva sbattuto il
muso. Gli avevo domandato dei dieci acri su cui poteva costruire
in New Jersey. Lui aveva descritto di nuovo il luogo.
Mi ero fatto ripetere qualche altro dettaglio, anche se sapevo
gi tutto a memoria. Ma stavo prendendo tempo per pensare.
Non potevo farlo. Non era giusto. Ma altri l'avevano fatto.
Arrivano quelli di Francoforte.
Kugler dovr incontrarli.
Kugler non  all'altezza.
Kugler  tutto quello che abbiamo.  una societ ariana
adesso, ricordatelo.
No, non potevo farlo. Sarebbe stato scorretto.
Ci eravamo fermati a un angolo ad aspettare il verde del
semaforo. Avevo visto un altro albero di natale spuntare da
un cestino della spazzatura. I fili d'argento si aggrappavano
ai rami con tutte le loro forze.
D'altra parte, non avrei fatto del male a nessuno. Avrei
fatto un favore a Harry. Sarei sceso in campo a favore della
giustizia e degli ebrei. O almeno di un ebreo. L'avrei aiutato
a superare gli ostacoli che gli sbarravano la strada. Pi ci
pensavo, pi mi sembrava giusto. Pi ripassavo il piano che
avevo in mente, pi mi sembrava semplice e sicuro. Avevamo
continuato a camminare, Harry piegato sotto il peso delle
sue preoccupazioni, io galoppando accanto a lui sul mio
cavallo bianco, con l'armatura che produceva un rumore
metallico nel vento invernale.
Forse posso aiutarti, avevo detto.
Gli avevo spiegato il piano e lui si era fermato ad ascoltarmi.
Harry mi avrebbe preso come socio e io avrei comprato
alcune quote coi soldi che avevo messo da parte, e la V&W
Construction, V per van Pels e W per Wolfe, avrebbe avuto
un socio non ebreo, io, molto visibile, e uno ebreo, Harry,
che sapeva dissolversi sullo sfondo quando necessario.
Bene, sar un figlio di puttana, continuava a ripetere
fermo sotto la luce livida dell'insegna al neon dell'Hebrew
National. Bene, sar un figlio di puttana.
Quasi ci cascavo, aveva detto mezz'ora dopo, seduto
di fronte a me al tavolo unto di un ristorante aperto tutta la
notte. Al riflesso dei lampadari la sua mascella ispida
sembrava infiammata, e aveva lo sguardo diffidente. Come biasimarlo?
Nessuno rinuncia a met del suo sogno senza pensarci
due volte. Ma avevo ripassato il piano parecchie volte e
non ero riuscito a trovargli una pecca.
Cascavi in cosa? gli avevo chiesto. Che un greenie appena
sceso dalla nave potesse escogitare un piano come questo?
Adesso che quel termine cominciava ad appartenermi
di meno, lo usavo anch'io.
Noo, ho sempre saputo che sei un tipo sveglio. Forse
per quello credevo fossi ebreo. Pensavo avessi cambiato nome
ma avrei dovuto immaginarlo. Un conto  passare da
Moscowitz a Miller, ma van Pels era troppo vistoso. Se sei un
Rabinowitz non diventi improvvisamente Roosevelt. Non
che cambi qualcosa. Per me, voglio dire.
Per lui non cambiava niente, ma improvvisamente niente
pi barzellette sugli ebrei. Ci sono tre conigli in un magazzino...
Nessuna reazione agli insulti. Se quello pensa di
potermi mettere sotto perch sono ebreo... Non si vantava
neanche pi. Avresti dovuto vedere come l'ho sistemato,
quel gentile. Gli ero ancora simpatico. Si fidava di me. Ma
era meno a suo agio con me.
Le banche si erano dimostrate ben contente di concedere
finanziamenti garantiti dal governo a Peter van Pels, e i consiglieri
comunali avevano risposto alle mie telefonate e intascato
le mie mazzette. Qualcuno si chiedeva come mai mi
fossi ritrovato in quel caos in Europa, ma nessuno aveva l'animo
di chiederlo. Li sollevava l'idea di trovare un buon cristiano
che aveva resistito a Hitler e di poter far affari con lui
piuttosto che con uno degli altri. Ero una prova vivente che
non avevano nulla contro gli stranieri. Ero, aveva scherzato
George Johnson dopo aver firmato le carte del primo finanziamento,
il loro piano Marshall privato.
Avevo dei soldi da investire, ho detto al dottor Gabor,
ma non era solo quello.
Cosa intende dire?
Sono sempre stato bravo con le mani.
Sicuramente  andato ben oltre.
 stata la mia idea a farci vincere la concorrenza. Se
Harry se lo fosse mai dimenticato, ero qui a ricordarglielo.
Ero pi che un uomo di facciata.
Di che idea si trattava?
Abbiamo costruito case pi grandi e le abbiamo vendute
allo stesso prezzo. Senza perdere in qualit.
E com' stato possibile? Ho letto interesse negli occhi
da gufo. Aveva il tacito rispetto degli intellettuali per le abilit
pratiche.
Semplice, gli ho detto. Tanto semplice che avevo stentato
a credere che nessuno ci avesse ancora pensato. Del resto
nessun altro aveva Susannah. Almeno non in quel periodo.
Lo spazio interno costa poco. Un terzo dei costi complessivi
per metro quadro. E non richiede ampliamento dell'impianto
idraulico o elettrico o aggiunta di finestre. Adesso
lo fanno anche gli altri ma noi siamo stati i primi.
E l'idea le  venuta cos, improvvisamente, ha detto?
Improvvisamente, ho risposto.
Gli affari vanno bene, ho proseguito. L'azienda  florida.
Qualunque cosa ci sia che non va, non ha a che vedere
col lavoro.
 rimasto seduto a guardarmi. L'attimo di curiosit  passato.
L'equilibrio tra noi si  spostato nuovamente.
 mai ricorso in passato all'aiuto di uno psicologo, Mr.
van Pels?
Ho scosso la testa in segno di diniego.
Nemmeno quando ha avuto quegli episodi di tremori?
Sapevo che il medico si sbagliava. L'ultima cosa che volevo
era tornare al campo dispersi.
E il campo di concentramento? Di solito occorreva anche
una valutazione psicologica per ottenere il visto.
Era sveglio il dottore, senza dubbio. La chiamavano valutazione.
Percorso di guerra, sarebbe stato pi appropriato.
L'esame psicologico era ancora pi insidioso di quello fisico.
L almeno sapevi cosa cercavano. Una lesione ai polmoni.
La spirocheta nel sangue. Ma chi sapeva cosa cercavano
questi civili coi loro titoli incomprensibili tipo assistente sociale
psichiatrico, ricercatore in psicologia, dottore in servizi
sociali? Chi poteva indovinare quali risposte ti avrebbero
permesso di partire e quali ti avrebbero tradito? E come si
faceva a concentrarsi sulle domande in quell'ufficio in cui fino
a poco tempo prima tenevano i verbali e urlavano ordini
gli ufficiali delle SS? Era l che facevano le valutazioni. Spesso
mi chiedevo chi aveva avuto la brillante idea di mettere un
campo dispersi nelle vecchie caserme delle SS. Doveva avere
un senso dell'umorismo deviato, o forse era solo un tipo pratico,
che aveva individuato un ottimo spazio utilizzabile. S,
probabilmente la seconda. L'Ente delle Nazioni Unite per il
soccorso e la ricostruzione guidava l'operazione, ma era l'America
che comandava tutto.
Come ero entrato nell'ufficio avevo sentito il rumore degli
stivali che scattavano sull'attenti. Quando mi ero seduto dove
mi avevano indicato, m'era parso di udire il ringhio delle
minacce e il sibilo di piani letali sussurrati in segreto. Ma
il tizio seduto dall'altra parte della scrivania quella mattina non era un ufficiale tedesco. Era un civile americano.
STANLEY MINTZ, MSW, diceva la targa sulla scrivania su cui aveva
fatto scorrere le dita mentre mi interrogava.
Si sente in colpa?
In colpa? avevo ripetuto.
In colpa. Mintz aveva tolto la mano dalla targa e preso
un dizionario inglese-tedesco, cominciando a sfogliarlo.
So cosa significa. La rabbia nella mia voce mi aveva
spaventato. Era un lusso che non potevo permettermi.
Mintz aveva posato il dizionario e si era appoggiato allo
schienale della sedia. Non arriver da nessuna parte se ce
l'ha col mondo, giovanotto.
Non avevo risposto.
Ebbene? Si sente in colpa? Non c' nulla da vergognarsi.
 una reazione normale.
Stavo seduto a fissare la targa. Era un triangolo di metallo
con la base ampia e il vertice tagliente. Lo prendevo per sentirne
il peso. Poi lo fracassavo sulla testa di Mintz, che spruzzava
sangue come un fiore che sbocciava. Mintz spalancava
gli occhi tondi e senza vita come due monete, proprio come
gli occhi dell'uomo nella stalla.
Lasciamo stare la colpa e parliamo di vendetta, avrei dovuto
dire.
No, avevo detto a Stanley Mintz.
No, ho ripetuto al dottor Gabor. Non sono mai ricorso
all'aiuto di uno psicologo. Perch avrei dovuto?

Che [Peter] sia bello non c' bisogno di dirlo, lo
vedono tutti. Ha dei bellissimi capelli - sani riccioli
castani. Gli occhi tra il grigio e il blu.
Anne Frank, Racconti dell'alloggio segreto.

Adesso capisco anche perch stringe cos forte
Mouschi. Evidentemente anche lui ha bisogno di
tenerezza.
Anne Frank, Diario, 16 febbraio 1944.

Nel frattempo sulla mia felicit  calata un'ombra.
Gi da tempo sospettavo che a Margot Peter
piacesse parecchio.
Anne Frank, Diario, 20 marzo 1944.


Capitolo 5.

Susannah era seduta in soggiorno quando sono tornato dal
mio appuntamento col dottor Gabor quella sera. Non ero
sorpreso di vederla. Mia moglie e la sorella erano sempre l'una
a casa dell'altra.
Madeleine  di sopra con le bambine, mi ha detto. Io
sto facendo passare il tempo. Norman ha la macchina dal
carrozziere e devo andarlo a prendere.
Senza alzarsi dal divano su cui era seduta con un giornale
in grembo, ha alzato una guancia per farsela baciare. Mi sono
prestato. Era un gesto innocente, privo di ricordi, come
tanta parte della mia vita.
Come va la voce? mi ha chiesto. Mi sembra migliorata.
Avevo detto solo ciao, e con un mormorio rauco, ma era
una brava donna, mia cognata. Era questo che ci aveva separati.
Madeleine mi ha detto del dottore, ha continuato.
In effetti mi ero domandato se Madeleine avesse detto ai
suoi di Gabor. Immaginavo che non l'avesse detto alla madre,
che mi trovava gi abbastanza strano senza una diagnosi
professionale, ma se ne era vantata con la sorella, la
psicologa, che poteva solo invidiarle un marito tanto impavido
da scavare nelle profondit del suo passato.
Penso sia molto coraggioso da parte tua. La maggior
parte degli uomini morirebbe piuttosto che andare da uno
psichiatra. Si  passata una mano tra i capelli setosi, e mi
sono chiesto, anche se non mi capitava quasi mai, come sarebbe
stato se avessi sposato lei al posto di sua sorella.
Ci eravamo conosciuti a una festa alcuni mesi dopo che io
e Harry eravamo diventati soci. Non avrei mai avuto il coraggio
di avvicinarla e nemmeno di andare alla festa, se avessi
fatto ancora il cameriere e il tassista. Camminando sulla
Broadway quella sera, tra le corone di foschia che pendevano
dai lampioni, ascoltando lo sfrigolio delle gomme sull'asfalto
bagnato, avevo avuto comunque un ripensamento.
Non conoscevo nessuno a parte il tipo del corso serale sul
mercato immobiliare che stavo seguendo, e anche lui lo conoscevo
appena. Ci sarebbero stati un sacco di universitari e
veterani di guerra e stranieri che, o avrebbero voluto sapere
chi ero e da dove venivo o non avrebbero voluto sapere nulla.
Mi sarei sentito o intrappolato o ostracizzato. Ma il tipo
del corso serale aveva detto che ci sarebbero state le ragazze.
Tante ragazze.
Mi ero fatto largo nella sala. Era stato come tuffarsi in un
sogno di abbondanza. Capelli lucenti e ciglia vellutate e lingue
che saettavano da bocche colorate col rossetto. Era cos
affollato che era impossibile muoversi senza sfiorare dei fianchi
sinuosi o vedere un seno che ballonzolava. Credevo che
ci sarei affogato, l in mezzo. Poi l'avevo vista.
A dire il vero, l'avevo riconosciuta. Era la ragazza della
dogana, anche se non gliel'avevo detto. Volevo passare per
un uomo di mondo, non per un immigrato appena sbarcato.
Vuoi sapere cosa ho pensato la prima volta che ti ho visto?
mi aveva domandato in seguito mentre eravamo aggrovigliati
sul divano in broccato dorato nel soggiorno dei
suoi. Eravamo cos certi di avere un futuro che cominciavamo
a costruire il passato.
Cosa? avevo ansimato cercando di ignorare le molestie
di quel traditore nei pantaloni.
Che eri diverso.
Non le avevo detto che non volevo essere diverso. Quando
per me l'aveva detto in quel modo l'avevo fatto. Ma
nemmeno allora le avevo detto di averla vista alla dogana.
Diverso poteva andare bene. Greenie era un'altra cosa. Era il
colpo mortale, o cos pensavo in quel momento.
Tutt'intorno la gente si innamorava. La gente si innamora
sempre ma quell'anno era particolare. Durante la guerra si
innamoravano perch non c'era un domani. Adesso si innamoravano
perch c'era domani, l'anno prossimo e l'anno
dopo ancora.
Sedevamo al buio delle sale cinematografiche, con le spalle
lisce di lei nella curva del mio braccio, il mio ginocchio coperto
di flanella grigia - l'ho detto che i vestiti sono il travestimento
pi semplice - premuto contro la sua coscia fasciata
dalle calze di nailon. Passeggiavamo per le strade mano
nella mano, uniti e inseparabili. Ci chiudevamo nelle cabine
d'ascolto dei negozi di dischi e ascoltavamo gli ultimi ellepi;
lei andava in estasi per Beethoven e schioccava le dita sentendo
Stan Getz che suonava con la Woody Herman Band e
io le spiegavo la magia che stava dietro ai trentatr giri al minuto.
Facevamo cose che lei non aveva mai fatto prima, e
provavamo sensazioni che eravamo certi nessuno avesse mai
provato prima, e ci mormoravamo parole come oh e s e ti
prego e infine, poich era una brava ragazza e voleva restare
tale fino al matrimonio, no.
Pap dice che in queste cose l'uomo  sempre la parte attiva,
la donna pu frenarlo.
Ero contento adesso che avesse detto di no. Sapevo che
c'erano uomini che trovavano eccitante l'idea di andare a
letto con la sorella della moglie, ma io non ero uno di loro.
A me avrebbe creato solo confusione.
Una domenica eravamo andati in New Jersey con la
Chevy del '39 che Harry mi aveva venduto dopo aver passato
un paio di centoni sottobanco al venditore per averne una
di quelle nuove appena uscite dalla catena di montaggio. Volevo
far vedere a Susannah le case che stavo costruendo.
Quando ci eravamo fermati al cantiere con le cornici di
legno piantate nei solchi del terreno fangoso, lei aveva emesso
un piccolo grido. Le avevo chiesto cosa non andava. Aveva
risposto che le sembrava di guardare una fotografia di
una citt bombardata come se ne vedevano ancora su Life.
Avrei dovuto capire allora chi avevo di fronte. La mia ragazza
non accettava di seppellire tutto sotto le ceneri e andare
avanti con una nuova vita. Le avevo ricordato che le case
nelle foto erano state distrutte, mentre queste erano in costruzione.
Quando avevamo attraversato le assi stese sul fango ed
eravamo giunti in una stanza aperta verso il cielo metallico,
soli in mezzo alle tavole di legno standard di due pollici per
quattro, persino lei si era dimenticata delle nuvole e aveva
volto il pensiero a un futuro sereno.
Il divano va l, aveva detto muovendosi nel futuro soggiorno,
e due sedie, una per te e una per me, l. Si era fermata.
Non c' spazio per un tavolino. Ti servir un tavolino
con una bella lampada per leggere il giornale della sera. E i
tuoi libri. Come poi sua sorella, era impressionata dal fatto
che avessi letto non solo Dickens e Thackeray ma anche
Goethe e Schiller in originale, come diceva lei. Mi dispiace
dirtelo, Peter, ma dovrai fare il soggiorno pi grande.
Non le avevo detto che il soggiorno aveva le stesse misure
degli altri in complessi di quel genere. Se per Susannah era
troppo piccolo, doveva essere pi grande. Improvvisamente,
avevo trovato il modo di farlo senza aumentare i costi. E
adesso eravamo in uno dei soggiorni risultanti da quel progetto.
Mia cognata ha guardato l'orologio, si  alzata e si  lisciata
la gonna col gesto insinuante di un gatto che si fa la toilette;
ho capito che, proprio come un attimo prima mi stavo
chiedendo come sarebbe stato se avessi sposato lei invece
della sorella, lei si stava ricordando di avermi spezzato il
cuore. A quel tempo mi sembrava l'avesse fatto sul serio, anche
se avrei dovuto sapere che nessuno dei miei organi era
tanto fragile.
Era l'estate seguente alla sua laurea alla Bamard. Lei viveva
nella bella casa Tudor dei suoi in una strada alberata non
lontano da dove eravamo adesso e lavorava coi bambini del
campo profughi. Quando aveva cominciato avevo commentato
che quel lavoro era proprio la sua vocazione, o quantomeno
che doveva avere un debole per quei bambini.
Cosa vuoi dire? aveva domandato lei, ed era stato l
che le avevo detto della prima volta in cui l'avevo vista, mesi
prima della festa. Ormai era passato tempo sufficiente perch
potessi confessarlo, o almeno confessare in parte.
Non ci sono mai stata.
Devi averlo dimenticato.
Ho fatto del volontariato per la HIAS,* aveva insistito,
ma non sono mai scesa al molo per assistere gli sbarcati.
Avevo lasciato perdere. L'ultima cosa che volevo era litigare
con Susannah, anche se poi quella sera d'estate avevamo
litigato.
Eravamo stati al cinema e poich era una bella serata e i
suoi non abitavano in un complesso di periferia senza marciapiedi
ma in una citt dove la gente poteva andare ancora a
piedi in lavanderia, a fare la spesa e al cinema, eravamo a piedi.
Stavamo rientrando a casa sua quando aveva tirato fuori
il discorso. Sopra di noi, la volta di querce, olmi e aceri nascondeva
le stelle e a destra e a sinistra le case con le luci
spente sonnecchiavano in silenzio nel caldo estivo. Le ombre
gemelle che spuntavano dai nostri piedi diventavano
sempre pi lunghe e macilente man mano che ci allontanavamo
da un lampione, tornando nelle giuste proporzioni
quando entravamo nel cerchio luminoso del lampione successivo.
Oggi ho sentito una cosa stranissima. Parlava cos piano
che non disturbava neppure la quiete di quella notte placida.
E cio?
Una ragazza al campo conosce il tuo socio Harry. Penso
che le piaccia.
Fantastico, avevo detto. Volevo che Harry fosse felice.
Gli dovevo molto.
Non so se le piace cos tanto, ma non  questa la cosa
strana.
Cosa allora?
Harry le ha detto che tu non sei ebreo.
Non aveva alzato la voce, ma sentivo tremare l'aria. Eravamo
avanzati di qualche altro passo. Le ombre davanti a
noi avevano cominciato a svanire e a formarsi alle nostre
spalle.
Le ho detto che deve aver capito male. C'era una nota
d'urgenza nella sua voce. Oppure che stava parlando di
qualcun altro.
Eravamo proprio sotto il lampione, senza nessuna ombra.
Lei aveva sollevato il viso verso di me. Sulla bella fronte liscia,
in cima al suo nasino all'ins, che allora non sapevo fosse
rifatto, si era formata un'unica grinza.
Stava parlando di qualcun altro, vero?
 importante?
Lei mi aveva lasciato la mano. Non essere sciocco Peter.
Certo che  importante.
Le avevo preso la mano e provato a rimettermi in cammino,
ma lei non mollava.
Vuoi dire che non sei ebreo?
Non voglio dire niente. Tu lo sei, Harry anche, la ragazza
al campo profughi pure, guarda quanti ce ne sono.
Lei aveva tirato con forza la mano per sganciarla dalla
mia. Non  una cosa su cui scherzare.
S che lo ! ho esclamato sorridendo.
Mi aveva preso la mano e avevamo ripreso a camminare.
Grazie al cielo. Per un attimo mi hai fatto preoccupare.
Avevamo camminato in silenzio, cercando di stare al passo
con le nostre ombre.
Rimane il fatto che non dovresti scherzare su queste cose.
E nemmeno Harry.
Avevamo continuato a camminare. Non avevo detto ancora
nulla. Lei si era fermata di nuovo.  uno scherzo o
no?
Mi ero voltato verso di lei. Eravamo a met tra un lampione
e l'altro, e il suo viso era in ombra. Avevo sperato che lo
fosse anche il mio. Trovo strano che tu gli dia tanta importanza.
Ma  importante.
Sono la stessa persona, in un modo o nell'altro.
Non  questo il punto.
Qual  il punto?
Perch non me l'hai detto?
Detto cosa?
Che non sei... si era interrotta. Peter, ti stai prendendo
gioco di me? Se lo stai facendo, non ti perdoner mai.
Scommetto di s invece, avevo risposto e mi ero chinato
verso di lei, ma lei aveva fatto un passo indietro.
Dimmelo. Lo sei o no? Adesso la sua voce disturbava
la pace di quella strada addormentata all'ombra degli alberi.
Avevo cercato di riprendere a camminare ma lei aveva
messo radici in quel punto. Dimmi la verit, Peter.
Potevo dirle solo la mia verit. La amavo, ma tenevo di pi
alla mia pelle. Quando fossero tornati, io non ci sarei stato.
Non lo sono.
Aveva inspirato di colpo. Era stato come un alito di vento
tra le foglie sopra di noi.
Non fa nessuna differenza. Mi ero chinato di nuovo
verso di lei. Lei aveva fatto un altro passo indietro. Non mi
interporr alle tue credenze. Cresceremo i bambini come
ebrei, le avevo promesso, anche se sapevo che non l'avrei
fatto. Quando fossero tornati, i miei figli non ci sarebbero
stati. Non potevo evitare il fatto che la madre fosse ebrea.
Non avrei mai voluto innamorarmi di un'ebrea. Certo non
mi ero innamorato di lei perch era ebrea, checch ne dicesse
il dottor Gabor. Ma dopo esserci sposati, dopo la nascita
dei figli, avrei trovato un modo per cancellare le tracce. Allora
per non glielo avevo detto.
Lei aveva ripreso a camminare con la testa voltata dall'altra
parte, le spalle dritte, le scarpe alte che divoravano l'asfalto
con piccoli passi furenti. I tacchi le stiravano i polpacci
e mentre si allontanava, la vista di quei muscoli tesi come
un arco mi avevano straziato il cuore.
Non posso pi stare con te, mi aveva detto. Mi dispiace,
ma proprio non posso.
Avevo allungato il passo per starle dietro. Questo  ridicolo.
Non capisci.
No, e non capisco nemmeno le leggi razziali dei nazisti
che proibivano a ebrei e gentili di frequentarsi.
 una cosa orribile da dire.
Pu darsi, ma vera.
Lei si era fermata e si era voltata verso di me. Spezzerei
il cuore ai miei genitori.
Io piaccio ai tuoi genitori, le avevo detto, pur sapendo
che era un'affermazione vera a met. Piacevo a suo padre.
La madre, come ho detto, non si lasciava ingannare facilmente.
Un conto era far venire un paio di cugini dopo la
guerra. Un altro era permettere alla figlia primogenita, una
ragazza bella e intelligente che poteva avere tutti gli uomini
che voleva, di sposarne uno.
Non posso farlo. Non posso sposare un gentile.
Ero intrappolato nel cerchio di luce bianca sepolcrale.
Non c'era via d'uscita. Se anche le avessi detto la verit, avrei
solo peggiorato le cose. Adesso ero solo un gentile, uno che
non poteva sposare. Se avessi confessato, sarei stato un
ebreo che era passato dall'altra parte, uno che rinnegava se
stesso, uno che poteva solo disprezzare.
Stava piangendo. Non posso farci niente, Peter. Forse
prima della guerra avrei potuto, aveva detto, tenendo il viso
rigato di lacrime girato verso di me. Allora non mi sembrava
cos importante. Ma adesso lo . Aveva preso un fazzoletto
dalla tasca e si era soffiata il nasino chirurgicamente
abbellito. Hitler ha fatto di me un'ebrea.
Che coincidenza, avrei voluto urlare alla notte, svegliando
tutti quei vicini che dormivano tranquilli e soddisfatti. Aveva
fatto lo stesso a me.
7 gennaio 1941: agli ebrei non  permesso andare al cinema.
15 aprile 1941: gli ebrei devono consegnare i loro apparecchi
radio.
31 maggio 1941: agli ebrei non  permesso l'uso delle piscine
e dei parchi pubblici.
15 settembre 1941: agli ebrei non  permesso entrare negli
zoo, nei bar, nei ristoranti, negli alberghi, nelle pensioni,
nelle biblioteche e nelle sale di lettura, andare a teatro, ai
concerti o agli spettacoli di cabaret.
23 gennaio 1942: agli ebrei non  permesso usare le moto
con sidecar.
29 maggio 1942: agli ebrei non  permesso pescare.
6 luglio 1942: agli ebrei non  permesso l'uso dei telefoni.
Ci aveva reso tutti ebrei, i devoti e i dubbiosi, i religiosi e i
laici, quelli che avevano due genitori e quattro nonni ebrei
ed erano ebrei al cento per cento e quelli che avevano solo
una goccia di sangue ebreo di qualche antenato dimenticato.
Ma qui in America era diverso. Qui una ragazza che non si
era mai rasata i bei capelli lucenti, la cui pelle tenera non era
mai stata tatuata e il cui corpo pallido non era mai stato gettato
nel fango per fare da passerella agli ufficiali che evitavano
cos di sporcarsi gli stivali lucidati di fresco, poteva dire
che Hitler aveva reso ebrea anche lei. Su quella strada tranquilla,
guardandola allontanarsi da me, avevo pensato che ci
fosse davvero un popolo eletto. Non erano gli ebrei.
Sua sorella Madeleine mi aveva chiamato il giorno seguente.
Non le avevo mai parlato per telefono e se l'avevo fatto avevo
chiesto di Susannah senza notarne la voce. Era ricca e
densa come il cioccolato, non quello americano delle tavolette
Hershey ma una sostanza pi scura e consistente che
apparteneva alla mia lontana infanzia. Mi aveva detto che se
ero triste anche solo la met di quanto lo era Susannah, potevo
approfittare di lei per tirarmi un po' su. Mi avrebbe portato
fuori e mi avrebbe fatto ubriacare. Non era il genere di
cose che una brava ragazza avrebbe dovuto dire e mi aveva
un po' sorpreso e un po' offeso, ma l'avevo perdonata. Stavo
gi cominciando a sostituire l'oggetto dei miei desideri. Anzi,
non dovevo neanche sostituirlo. La sera in cui Susannah
mi aveva portato a casa sua per la prima volta mi ero innamorato
di tutta la famiglia. E ancora prima, li avevo amati da
quando avevo visto il suo sorriso alla dogana, anche se lei diceva
di non esserci mai stata, e avevo immaginato i familiari
che le avevano sorriso per tutti quegli anni.
Madeleine e io ci eravamo sposati l'estate seguente, appena
dopo la sua laurea. A lei non importava che non fossi
ebreo. Hitler, aveva detto, aveva fatto di lei un'atea.
Quanto al segreto che portavo nascosto nei pantaloni,
avevo ragione sul fatto che le brave ragazze non ne sapevano
nulla. Eravamo sposati da tre mesi prima che si accorgesse
che ero circonciso. Ma ormai sapevo che in America, diversamente
che in Europa, alcuni gentili lo erano. Le avevo detto
che i miei genitori erano venuti in America in luna di miele
e poich ero stato concepito l avevano deciso di fare
omaggio all'usanza del posto. Non parlavo mai di mio padre
e di mia madre e la storia le era piaciuta.
D a Madeleine che la chiamo domani, ha detto Susannah.
Si  alzata sulla punta dei piedi per darmi un bacio casto
sulla guancia e d'un tratto ho avuto la risposta alla mia
inutile domanda. Se avessi sposato lei invece della sorella, a
cui era legata da una benevola rivalit da tutta la vita, avrebbe
fatto poca differenza. Questo non significava che non
amavo mia moglie.

Se il mio diario si perdesse sarebbe una cosa terribile.
Anne Frank, citata in The Stolen Legacy
of Anne Frank: Meyer Levin, Lillian Hellman,
and th Staging of th Diary di Ralph Melnick

* Hebrew Immigrant Aid Society, una grande societ che si occupava
dell'immigrazione nella terra della libert' di moltissimi profughi. (N.d.T.)


Capitolo 6.

Il dottor Gabor mi chiedeva di rado della mia voce, ma me
l'ha chiesto quella sera. Non ha notato nessun miglioramento?
Sei tu il dottore, avrei voluto rispondergli, dimmelo tu.
Era gi un mese che andavo da lui, due volte la settimana.
Da un mese mi sedevo nell'ombra del suo studio, osservavo
intensamente il disordine della scrivania, rispondevo alla
meno peggio alle sue domande stupide e per questo piacere
pagavo quindici dollari l'ora. Ne avevo abbastanza.
Un pochino, s, ho mentito.
Si  appoggiato allo schienale della grande poltrona che lo
faceva sembrare pi piccolo e si  sbottonato la giacca di uno
dei suoi completi eleganti. La luce fioca della lampada da tavolo
brillava sulla catena d'oro che gli pendeva sul gil. Mentre
lui si dondolava avanti e indietro, il riflesso andava e veniva.
Le potrei dare qualcosa... ha esordito.
Non credevo alle mie orecchie. Era un cretino. Peggio, un
ciarlatano. Mi aveva fatto perdere un mese di vita con domande
che non avevano niente a che vedere con la voce
quando avrebbe dovuto semplicemente prescrivermi una
medicina, e sarei tornato a parlare. Volevo prendere i Borghesi
di Calais e tirarglieli in testa. Ma ho mantenuto la calma.
Avevo fatto parecchi soldi dal giorno della valutazione
psicologica nell'ex ufficio delle SS, ma la rabbia era ancora
un lusso che non potevo permettermi.
Cosa stiamo aspettando? ho chiesto.
 una cosa semplicissima. Le somministro una minima
dose di Amobarbital. Finch sar sotto l'effetto del farmaco
potr parlare normalmente. Inizier anche a ricordare avvenimenti
che forse la riporteranno alla perdita della voce.
Sta parlando del siero della verit?
Un termine infelice.
Infelice, caro dottore, ma preciso. Dannatamente preciso.
Tu vuoi iniettarmi nelle vene qualcosa che mi faccia parlare.
Non c' nulla da temere, ha detto.
E tu che diavolo ne sai?
La terapia si  dimostrata efficace in casi come il suo.
Casi come il mio? Non ci sono casi come il mio, dottore,
forse due o tre.  questo che non ti entra in quella maledetta
testa lucida. Io non sono uno dei milioni che sono scomparsi.
Io sono uno dei pochi che  riuscito a venirne fuori. Come
te lo spieghi? Come lo giustifichi?
Ho preso dalla tasca un fazzoletto per asciugarmi il labbro
superiore imperlato di sudore. Ho spostato indietro la
sedia di qualche centimetro. Avevo bisogno di un po' di spazio
per allungare le gambe. Mi stava ancora osservando con
quell'aria da gufo, ma io non riuscivo a guardarlo. Il mio
sguardo rimbalzava per la stanza, in cerca di un punto su cui
fermarsi. Ho sentito i cappi dei Borghesi di Calais stretti intorno
al collo.  stato l che l'ho visto. Era su una libreria
bassa dietro la sua scrivania. Non mi capacitavo di come
potesse essermi sfuggito fino a quel momento, ma quello che
soprattutto non capivo era come avevo fatto a cancellare la
sera in cui Madeleine aveva preso un libro dal comodino, e
io avevo perso la voce. Era proprio quel libro. Ne ero sicuro,
sebbene non riuscissi neppure a spiegarmi la sua esistenza.
Aveva la copertina ruggine, il colore del sangue secco. La
sua fotografia la riempiva per met. I grandi occhi mi guardavano
fisso. Erano cupi e accusatori. Sul viso minuto era
stampata un'espressione precisa. Giudizio. La bocca carnosa,
le spalle strette e incredibilmente fragili. Avevo dimenticato
che era una bambina. Non sarebbe mai stata nient'altro.
Come poteva essere? Era morta. Erano morti tutti, tranne
Otto. Lo sapevo dagli elenchi della Croce rossa. Io ero l'unico
di cui non esisteva documentazione.
Il suo nome sotto la fotografia. Ogni lettera, in grassetto
bianco, era incastonata in un riquadro nero, dritto e stretto
come una bara.
ANNE FRANK.
Sotto c'era il titolo, in caratteri che riproducevano la scrittura
a mano.
Diario
 seduta al piccolo scrittoio della sua stanza, sta scrivendo
in fretta. Il dottor Pfeffer vuole il posto, ma lei lo scongiura
di darle un altro po' di tempo.  curva sul tavolo della
cucina a prendere un appunto. Mammichen le sta dando fastidio.
Fammi vedere, Anne, solo una pagina.  raggomitolata
su una sedia, sta scrivendo furiosamente sul quaderno
che tiene sulle ginocchia. Margot  su un'altra sedia, sta scrivendo
il suo diario. Scrivono per i posteri, come ha chiesto
loro di fare il ministro Bolkestein, membro del gabinetto,
parlando da Londra ai microfoni di Radio Orange. Alla fine
della guerra, ha promesso, si pubblicher una raccolta dei
diari e delle lettere per testimoniare a tutto il mondo che tipo
di vita facevamo. Lo pubblicheranno, dice Anne, diventer
famosa. Margot non fa previsioni sul futuro del suo diario,
bench tutti noi supponiamo che in caso sar il suo ad
attrarre l'attenzione. Margot  la sorella seria.
Ma  il diario di Anne che il porco della Grne Polizei fa
cadere per terra quella calda mattina d'estate in cui vengono
a prenderci. Un vicino ha visto un'ombra dietro gli scuri della
finestra? Uno degli uomini che lavorano di sotto ha sentito
un rumore, nonostante l'estrema circospezione con cui ci
muovevamo durante il giorno? Un commerciante si  insospettito
per la quantit di cibo che Miep, ex segretaria di Otto,
ora nostro cordone ombelicale con il mondo, cercava di
procurarsi con tessere annonarie false, e sorrisi seducenti, e
grazie agli accordi presi da mio padre con il macellaio prima
di rifugiarci nel nascondiglio? Qualcuno ha fatto una soffiata,
perch i bastardi sanno benissimo dove andare. Salgono
le scale con le pistole in pugno, spostano lo scaffale girevole
con gli schedari che nasconde l'entrata all'alloggio segreto, e
si arrampicano per l'altra rampa di scale fino alle nostre stanze
anguste. Sono tutti in borghese, solo uno  in divisa. Chiede
dove teniamo gli oggetti di valore. Nel pugno grasso
stringe un fascio di fiorini. Adocchia i gioielli ma non li pu
prendere senza lasciare il denaro. Si guarda intorno cercando
qualcosa dove ficcare il malloppo, arraffa la valigetta con
una mano, e la capovolge. Il diario di Anne cade a terra con
un capitombolo. Scivola nel raggio di luce mielata che penetra
obliquamente da una finestra. Nessuno, neanche Anne,
lo degna di uno sguardo mentre lasciamo l'alloggio segreto e
usciamo a rivedere quella luce dorata per la prima volta dopo
pi di due anni. Ma l'istante successivo siamo inghiottiti
dal buio del furgone della polizia.
Credo valga la pena di fare un tentativo, ha detto il
dottor Gabor.
Non  necessario. Le mie parole hanno scosso le pareti
del piccolo studio.
Il dottor Gabor ha fatto un balzo sulla poltrona. Fino a
quel momento non aveva mai sentito la mia vera voce.
Quella sera, appena tornato a casa, ancor prima di salire le
scale e dire a Madeleine che avevo recuperato la voce, sono
andato dritto alla libreria del salotto. Ci ho messo un po' per
trovare il libro. Ho fatto avanti e indietro con la testa piegata
da un lato per leggere le coste dei libri, curvandomi a terra
per vedere gli scaffali in basso, e slogandomi il collo per
guardare in alto. Faulkner, Fitzgerald, Forster, Frank. Stop.
L'aveva messo tra i romanzi.
Ho preso il libro dallo scaffale, anche se non avevo la minima
idea di che farne. Anne mi fissava. I suoi occhi rifiutavano
di chiudersi. Erano oltraggiosi. Volevo chiuderle le palpebre.
Invece, mi sono allungato al massimo e ho messo il libro
sullo scaffale pi alto, fuori dalla portata delle mie figlie,
troppo alto anche per Madeleine.
Cos' successo? continuava a chiedermi Madeleine.
Non lo so, continuavo a risponderle io.
Forse qualcosa che ha detto il dottor Gabor, ha ipotizzato
a tavola.
Forse, ho concordato.
Quando sono sceso in salotto dopo cena, il libro era ancora
dove l'avevo messo, sullo scaffale pi alto. Spostandomi
da un punto a un altro della stanza, non potevo trattenermi
dal dargli una sbirciatina. Lo sentivo acquattato dietro di me
mentre guardavamo la televisione. Avevo nelle orecchie il
leggero bisbiglio che emetteva. Dacci notizie, Peter. Dicci
cosa succede nel mondo senza di noi.
Era l quando sono sceso la mattina dopo, e quando sono
tornato a casa la sera, e il giorno seguente. Era come un vecchio
amico o un lontano parente che attraversa un momento
difficile, e che tu ospiti in casa con le migliori intenzioni, ma
che a poco a poco ti diventa antipatico. E proprio come un
ospite sgradito mi seguiva dappertutto, cercando di farsi notare,
avido di conforto, disperatamente in cerca di qualcosa,
ma non sapevo di cosa.
Mi spaventava, come quel sabato pomeriggio in cui Madeleine
mi ha lasciato solo con le bambine per andare a comprare
un tostapane al posto di quello che non ero riuscito a
riparare. Ecco un'altra cosa. Improvvisamente ero diventato
uno che non sapeva fare niente in casa. Madeleine mi ha preso
in giro. Se avessi voluto un uomo che non sa riparare le
cose, mi sarei cercata un marito ebreo. Mi  arrivata alle
spalle mentre ero al banco di lavoro, mi ha buttato le braccia
intorno al collo, e mi ha dato un bacio sulla testa. Non le importava
del tostapane, era solo contenta perch mi era tornata
la voce. Il fatto che l'avessi persa l'aveva preoccupata molto
pi di quanto avesse lasciato intendere.
Quel pomeriggio in cui  andata a far spese ero seduto sul
divano in salotto, un occhio al giornale e uno alle bambine.
Abigail mi stava preparando un dolce immaginario sul fornelletto
rosa che mia suocera le aveva regalato per il compleanno.
Betsy stava bisbigliando un racconto fantastico a
un pubblico di giocattoli. L'esistenza delle mie figlie ancora
mi meravigliava. Il timore reverenziale che provavo nei loro
confronti non era diminuito rispetto alla prima sera in cui
avevo portato a casa Abigail dall'ospedale.
Madeleine era andata a letto presto. Era sfinita e si sarebbe
dovuta alzare di l a poche ore per allattare la bambina. Io
ero entrato nella cameretta in cui ancora si sentiva l'odore
di vernice fresca per darle un'ultima occhiata prima di andare
a letto. Dovevo vederla di nuovo. Dovevo sincerarmi che fosse
ancora l.
Mi ero riproposto di controllare e andarmene, ma lo spettacolo
di mia figlia mi aveva tenuto attaccato alla culla come
una calamita. Ero rimasto in piedi con gli occhi spalancati su
di lei per alcuni minuti. Infine, avevo spostato la sedia a dondolo
vicino alla culla, mi ero seduto, e avevo infilato il braccio
fra le sbarre. Era normale una pelle cos calda? Aveva
piegato le gambe minuscole contro il petto. Aveva schioccato
le labbra. La mano stretta intorno al mio dito. Era stato
come se la bambina avesse chiuso a chiave la porta. Non riuscivo
a lasciare la stanza. Non riuscivo nemmeno a sfilare il
dito. Anche quando lei aveva allentato la presa, ero rimasto
comunque prigioniero. Quel minuscolo pezzo di umanit,
quella cosa viva, era fatta della mia stessa materia. Non riuscivo
a capacitarmi del miracolo. E non ci riuscivo ancora
adesso. L'arrivo di Betsy non aveva fatto altro che intensificare
quell'esperienza. Avevo dei discendenti.
Quel pomeriggio, mentre me ne stavo seduto con un occhio
puntato sulle bambine, un movimento sull'ultimo scaffale
ha attirato la mia attenzione. Sembrava che il libro tremasse.
Sono rimasto l a guardarlo, inchiodato al divano, incapace
di muovermi. Girava avanti e indietro. Traballava sul bordo.
Stava per cadere. La distanza fra lui e il pavimento stava
diminuendo. Il libro prendeva forza e velocit. Inutile dirmi
che stavo immaginando tutto. Aveva iniziato la discesa. Era
un masso che stava per schiantarsi, un meteorite che puntava
dritto sulle mie figlie.
Mi sono liberato dalla morsa del divano e mi sono buttato
sulle bambine. Abigail ha girato la testa di scatto, il visino
spaventato. Betsy si  messa a strillare. Le ho prese al volo,
una per braccio, stringendo a me i loro corpi che mi sono
sembrati sorprendentemente massicci. Ho guardato in su. Il
libro era ancora sull'ultimo scaffale.
Dovevo portarlo via, ma non sapevo che farne. Non potevo
bruciarlo. Era quello che avevano fatto loro con i libri. Non
volevo gettarlo nella spazzatura. Era quello che avevano fatto
loro con noi.
Un luned mattina, l'ho preso dallo scaffale e l'ho portato
in macchina. Non mi piaceva averlo accanto sul sedile anteriore
mentre guidavo, mio passeggero non invitato, mio passato
mal accetto, ma avrei escogitato qualcosa.
Quando la sera sono uscito dall'ufficio, era ancora l. I
grandi occhi scuri spalancati su di me. L'ho girato dall'altra
parte. La quarta di copertina era scritta con una calligrafia
fitta e minuta. QUESTA  UNA PAGINA DEL DIARIO DI ANNE
FRANK. Le parole in olandese sfilavano sulla pagina come degli
insetti. Ho aperto il vano portaoggetti, ci ho buttato dentro
il libro, e ho richiuso lo sportellino sbattendolo.
L'idea mi  venuta passando davanti alla stazione. Con
una curva brusca e avventata sono entrato nel parcheggio.
Non lo avrei distrutto. Lo avrei passato a qualcun altro.
Da una parte c'erano parcheggiate delle automobili vuote.
La zona pi vicina ai binari, dove siedono al volante le
mogli limandosi le unghie, o leggendo una rivista, o dicendo
ai figli sul sedile posteriore di smetterla di litigare mentre
aspettano i mariti, era deserta. Sul marciapiede non c'era
nessuno. Ero fra un treno e l'altro.
Mi sono fermato in uno dei posti vicino ai binari, ho preso
il libro dal vano portaoggetti, e sono sceso dalla macchina.
Mi guardavo continuamente intorno, bench non ci fosse
nulla di illegale nel lasciare in giro un libro che un
pendolare annoiato o un viaggiatore curioso possono raccogliere.
Ho fatto di corsa le scale che portavano ai binari. Mi sentivo
pi leggero di quanto non mi sentissi da giorni. Quando sono
arrivato in cima ero senza peso. Forse l'ho fatto per questo.
Non vedevo altre ragioni. Non era ci che volevo fare.
Camminavo di buon passo, con il libro nella mano destra,
ma invece di dirigermi verso le panchine, sono andato
in direzione dei binari. Mi sono girato tutto da una parte,
come un lanciatore che si avvolge su se stesso per il tiro, ho
portato indietro il braccio, poi l'ho liberato in avanti con un
gesto circolare e ho lasciato partire il libro.  volato alto sopra
i binari, libero e senza peso come me,  andato a sbattere
contro il bordo dell'altra banchina con uno schiocco, ed
 caduto. Ho sentito il tonfo nel momento in cui ha colpito i
binari. Era finito in mezzo, spiaccicato ad ali spiegate sulle
traversine.
Ero l in piedi e lo fissavo. Non volevo distruggerlo. Volevo
soltanto portarlo fuori di casa. Sono tornato con circospezione
verso la macchina, le spalle curve e la testa bassa.
Mentre uscivo dal parcheggio, una macchina stava entrando.
Ho distolto lo sguardo.
Quando venti minuti pi tardi sono entrato in salotto, lo
sguardo  corso immediatamente all'ultimo scaffale. Tra i libri
era rimasto un piccolo spazio. A mano a mano che la sera
avanzava, lo spazio si allargava sempre di pi. Sentivo il vuoto
come una sensazione fisica di fame che mi sembrava non
dovesse mai placarsi.
Erano passate le dieci quando mi sono alzato in piedi e ho
detto a Madeleine di aver dimenticato dei documenti in ufficio
che dovevo andare a prendere.
Perch non esci un po' prima domani mattina? Non
v'era sospetto nella sua voce. Ero un buon marito, un padre
amorevole, una persona perbene, non uno che andava a
spasso di notte. Tutto ci che desideravo era qui, in questa
casa.
Le ho detto che sarei ritornato subito, sono salito di sopra
a prendere le chiavi della macchina, e uscendo ho afferrato
una torcia elettrica. Cos trovo gli interruttori del palazzo,
le ho spiegato prima che potesse chiedermi qualcosa.
Questa volta il parcheggio era completamente vuoto. Ho
messo di nuovo la macchina vicino al marciapiede. Quando
ho aperto e chiuso la portiera, nel buio si  sentito un lamento.
Ho fatto le scale a due a due. Non avevo tempo da perdere.
Ho acceso la torcia per scrutare i binari con il fascio di luce.
Sono state necessarie diverse perlustrazioni per trovarlo,
nonostante giacesse l dov'era atterrato, sulle traversine in
mezzo ai binari.
Mi sono avvicinato al bordo della banchina. Non era alto.
Sono saltato. Appena toccato terra ho preso una storta alla
caviglia. Ho sentito cedere le ginocchia. Ho ripreso l'equilibrio
un attimo prima di cadere.
Mi sono avviato sui binari, seguendo il fascio di luce della
torcia. Le scarpe scricchiolavano sulla massicciata. La luce si
muoveva a scatti creando dei cerchi nell'oscurit. Una figura
indistinta  passata zampettando. Ho visto degli occhi luccicanti.
Una coda strisciante. Sul braccio, la cicatrice del morso
del ratto ha cominciato a pulsare, bench fino a quel momento
non mi avesse mai dato fastidio.
Camminavo in fretta, nonostante il dolore alla caviglia. A
quell'ora i treni sono pochi e, anche se ne fosse arrivato uno,
lo avrei sentito da lontano e avrei visto le luci, ma non era comunque
una cosa intelligente da fare, n per un marito e per
un padre, n per nessuno.
Un altro ratto  scivolato dentro al fascio di luce. L'ho
seguito con la torcia finch non si  rintanato in un buco sotto
la banchina. Quando ho spostato di nuovo la luce sui binari,
il libro non c'era pi. Ho fatto ondeggiare la torcia avanti e
indietro in ogni direzione. Maledetto ratto. Maledetto libro.
Non fosse per lui ora sarei a casa, con mia moglie che legge
accanto a me e le mie figlie che dormono dall'altra parte del
corridoio. La torcia  scivolata su per un binario e gi per un
altro,  passata rapidamente sulle traversine, si  arrampicata
sulle pareti della banchina,  tornata indietro strisciando
lentamente, poi si  fermata a pochi centimetri dal punto in
cui mi trovavo. Gli occhi neri spalancati su di me. Dove sei
stato, Peter? Ti stavo aspettando.
Mi sono chinato a raccogliere il libro. Accarezzandolo ho
sentito una specie di patina sabbiosa fatta di cenere e sporcizia
sotto le dita. Sono tornato indietro attraversando i binari.
La torcia danzava sulle rotaie.
Arrivato alla banchina, ho posato libro e torcia sul cemento
per avere le braccia libere e ho messo le mani sul bordo
per issarmi. Ho piegato le braccia, poi le ho irrigidite e ho tirato
su le gambe, ma il muretto era pi alto di quanto pensassi.
Ho sbattuto il ginocchio sul cemento. Mentre cadevo
sui binari mi hanno ceduto le gambe. Ho pensato a Betsy
rannicchiata nella culla. Ho immaginato Abigail col braccino
coperto di peluria stretto intorno alla gola di un orsacchiotto
fin quasi a strangolarlo. Ho visto Madeleine che dava
un'occhiata all'orologio.
Ho piegato di nuovo le braccia, di nuovo le ho irrigidite,
di nuovo ho tirato su le gambe, e di nuovo sono caduto sui
binari. Ci sono voluti altri tre tentativi per riuscire a sollevarmi
fin sopra alla banchina. Avevo le mani scorticate e sanguinanti,
e mi facevano male le ginocchia e gli stinchi che avevo
sbattuto contro il cemento. Quando sono tornato alla macchina
mi sono accorto che mi ero strappato una gamba dei
pantaloni.
Ho rimesso il libro nel vano portaoggetti. Per il momento
sarebbe stato bene l.
Quando sono arrivato a casa, Madeleine era seduta sul
letto a leggere. Ha alzato gli occhi dalla pagina, ha visto le
mani sanguinanti e i pantaloni strappati, e mi ha chiesto cosa
diavolo fosse successo. Le ho raccontato di essere inciampato
sulle scale che scendono dall'ufficio al parcheggio. Mi ha
domandato che fine aveva fatto la torcia che mi ero portato
dietro. Ho risposto che si erano scaricate le pile. Rispetto alle
menzogne che avevo raccontato, questa era roba da nulla.
La settimana successiva ho continuato a spostare il libro da
una parte all'altra. Proprio come chi passava dalle cantine
agli stanzini alle grotte per trovare un nuovo nascondiglio
quando i benefattori cominciavano ad avere paura, o i vicini
si insospettivano, o il denaro per comprare il silenzio era finito,
cos io cercavo nuovi posti per il mio capo d'accusa.
L'ho tolto dal vano portaoggetti della macchina e l'ho messo
di nuovo su quello scaffale in salotto fuori della portata di
tutti tranne che della mia. L'ho nascosto dietro al banco di
lavoro nel seminterrato. L'ho chiuso nella cassaforte in fondo
al guardaroba con la biancheria. La cassaforte non era
grande, e lo spazio per il libro appena sufficiente dato che ci
tenevo il passaporto e la busta con il contante. L'ho tolto dalla
cassaforte. Non volevo contaminasse le altre cose. L'ho
chiuso a chiave nel cassetto pi alto della scrivania in ufficio.
Non avevo intenzione di leggerlo, ma non potevo abbandonarlo.
Mi seguiva ovunque. Ero riuscito a non notarlo quando
stava sul comodino dall'altra parte del letto in cui dormivo.
Gli annunci pubblicitari e le recensioni mi erano sfuggiti
perch non leggo mai quella sezione del giornale. Ma ora
che ne conoscevo l'esistenza, non riuscivo pi a evitarlo. Per
strada, le donne lo portavano stretto al seno come una medaglia.
Dietro la cassa del ristorantino dove io e Harry ci fermavamo
qualche volta a mangiare, la ragazza aveva alzato gli
occhi dal libro scocciata quando l'avevamo interrotta per
pagare il conto. Un pomeriggio, tornando in ufficio, avevo
visto Anne di sfuggita prima che la mia segretaria la nascondesse
sotto la scrivania. Mi sentivo come un ricercato che vede
dappertutto manifesti che invocano il suo arresto.

Non puoi immaginare cosa significhi tutto questo.
Il diario sar pubblicato in tedesco e in inglese,
e racconter tutto quello che ci  successo mentre
eravamo nascosti - tutte le paure, le discussioni,
il cibo, la politica, la questione ebraica, il tempo,
gli umori, i problemi della crescita, i compleanni
e i ricordi - in breve, tutto.
Lettera di Otto Frank, 11 novembre 1945,
citata in The Hidden Life of Otto Frank
di Carol Ann Lee.

Anche se sono stato picchiato, non mi sono rimaste
cicatrici.
Lettera di Otto Frank, 26 gennaio 1975,
citata in The Hidden Life of Otto Frank
di Carol Ann Lee.


Capitolo 7.

Non avevo intenzione di leggerlo, ma alla fine l'ho fatto. Come
esimermi? Lo leggevo al banco di lavoro nel seminterrato
dove ufficialmente stavo costruendo una cesta per i giocattoli
da mettere nella stanza di Abigail; e poi in bagno nel
cuore della notte, mentre Madeleine dormiva al di l della
porta chiusa a chiave; e nel parcheggio di un supermercato
dove lei non fa la spesa perch anche se i prezzi sono pi
bassi, la qualit dei prodotti  inferiore; e nel parcheggio della
ferrovia, fin quando lei una sera mi ha chiesto se era mia la
macchina che aveva visto passando davanti alla stazione quel
pomeriggio. Le stazioni ferroviarie la preoccupavano. Sua
sorella le aveva raccontato la storia di un sopravvissuto di
uno dei troppi carri bestiame, che si era sdraiato sui binari
aspettando che un treno gli passasse sopra. L'incidente, se
cos lo vogliamo chiamare, aveva bloccato i treni in entrambe
le direzioni per diverse ore. Ho detto a Madeleine che
non era la mia macchina, e ho smesso di andare in quel posto,
ma non di leggere il diario. Non potevo. Ero come un ragazzino
con il suo vizio segreto, com'ero stato all'epoca,
quando me ne stavo disteso in quel letto angusto come una
bara, aggrappato a me stesso, senza preoccuparmi che al di
l del muro che trasudava umidit i miei genitori potessero
sentirmi, o di diventare cieco, pazzo, o dei peli che potevano
crescermi sulle mani, perch probabilmente sarei morto prima
che una di queste cose potesse accadere.
Quando non lo leggevo, ci pensavo. Questo, come avrebbe
notato il dottor Gabor se avessi continuato a consultarlo,
era tipico di un vizio segreto. Era diventato il mio vero mondo,
pi reale del seminterrato in cui costruivo oggetti per la
moglie e le figlie; pi del bagno in cui cercavo di scappare
sotto una doccia flagellante, anche se il motivo per cui credevo
di sfuggire a quel tipo di ricordi sotto la doccia, tra tutti i
posti che potevo scegliere, non lo capisco; pi del parcheggio
del supermercato dove le donne passavano di corsa con i
carrelli della spesa che traboccavano in modo osceno. L'umidit
del canale che si arrampicava su per i muri era reale, e il
fetore di muffa e sudore e peti e piscio e merda, e il sapore
delle patate marce e dei fagioli ammuffiti, e il freddo che faceva
diventare bianche come ghiaccio le mani di mia madre
sotto i guanti mangiati dalle tarme, e il caldo che picchiava
dal cielo e saliva come vapore dalle strade in cui noi non potevamo
camminare, e il terrore, e l'umiliazione di quel terrore.
Ero prigioniero di quel libro come ero stato prigioniero
in quella casa. Ma - e questo era ci che non riuscivo a comprendere
- ne avevo anche nostalgia. Desideravo ardentemente
di trovarmi ancora in quelle stanze maleodoranti, dove i muri d'estate fumavano e d'inverno grondavano condensa
gelida. Mi struggevo al pensiero di quei genitori. Mi
mancava Anne. Morivo dalla voglia di me stesso.
Ogni tanto mi prendeva la rabbia. Non solo perch lei
aveva cambiato i nomi, che comunque era gi abbastanza
grave. Il fatto di chiamare Pfeffer Dussel, che in tedesco
significa idiota, mentre scriveva il diario nell'alloggio segreto,
senza che lui lo sapesse, era il gioco innocente di due ragazzi
che mordono il freno. Ma ora il povero Pfeffer sarebbe
stato Dussel in eterno. Aveva anche maltrattato e bistrattato
mia madre e mio padre. Questi van Daan, come li aveva rinominati,
non erano i miei genitori. Avrei voluto gridarglielo,
ma non potevo, perch l'odore delle sigarette di mio padre
mi stringeva la gola e il suono della risata di mia madre
mi copriva la voce. Mi abbandonavo ai ricordi che il diario
faceva riaffiorare. Non riuscivo a opporre resistenza agli
strattoni di questi fantasmi. Sorgevano dalle pagine strappate
e sporche di terra, mi buttavano le braccia intorno al collo,
e mi inchiodavano sul posto ansimando, ridendo e singhiozzando,
di nuovo vivi, di nuovo all'epoca in cui erano in
vita.
Mia madre piega il dito in cui porta l'anello. Ti ricordi la
sera in cui ti ho tagliato i capelli? Mi sussurra, e stiamo ballando
nella stanza, io porto il costume da bagno e le scarpe
da ginnastica, lei un vestito di tessuto stampato con qualche
rammendo, le afferro i polsi, lei agita le braccia, fingendo
una lotta. Sta ridendo e piangendo e mi sta urlando di lasciarla
sola, e io prima la allontano e poi la tiro verso di me e
la trascino per tutta la stanza, un po' per divertimento, un
po' per rabbia, pervaso dall'orrore della forza che ho, che
per un attimo sovrasta l'altro orrore, quello in cui viviamo
tutti.
Mio padre mi urla di dargli il libro, non il libro su cui sono
piegato nella macchina avvolta dall'oscurit come in un
sudario, ma un altro libro, perch sono troppo giovane per
capire certe cose - anche se non sono troppo giovane per
scendere insieme a lui e al signor Frank gi negli uffici con
un martello in mano, in caso incontrassimo dei ladri - e afferra
l'altro libro, quello che parla del pene e della vagina e
dei rapporti sessuali, me lo strappa dalle mani, e ci diamo
spintoni e schiaffi e ci prendiamo a calci, lui inveisce contro
di me e mi spedisce in soffitta senza cena, io vado e mi siedo,
ascoltando il terremoto del mio stomaco vuoto che brontola
e gli altri che mangiano e chiacchierano e il rumore dei piatti,
e spero che lui muoia, anche se so che in questa situazione
 una speranza senza senso.  un idiota, sbraito nella mia testa,
un dussel pi grande di Pfeffer. Almeno Pfeffer ha messo
suo figlio su una nave per l'Inghilterra.
Ma un'altra volta stiamo entrambi in ginocchio, mio padre
e io, gomito a gomito, e sistemiamo la rete antimosche
della dispensa che stiamo costruendo, e il signor Frank, che
mi aiuta con l'inglese ma non sa fare niente di manuale, sta in
piedi a osservarci. Mio padre dice a voce bassa, come se fosse
un segreto da nascondere a quelli che non sanno costruire
le cose, bene cos, Peter, ben fatto.
Seduto al parcheggio del supermercato, ascoltando mio
padre che mi parlava piano nell'orecchio, guardavo il libro
appoggiato contro il volante. Era ferito, la rilegatura si era
rotta quando era atterrato sui binari della ferrovia e aveva le
pagine a brandelli. Mi sono allungato per aprire il vano portaoggetti
e ho tirato fuori un rotolo di scotch. Ed esattamente
come avrei fasciato il ginocchio di Abigail o baciato la bua
di Betsy, mi sono messo a medicare le ferite del libro. Lavoravo
canticchiando. Madeleine diceva che spesso canticchiavo
mentre lavoravo, anche se io non me ne accorgevo. Ma
improvvisamente me ne sono reso conto. Stavo canticchiando
Mozart. La macchina risuonava di Eine kleine Nachtmusik,
e io ero tornato nell'anticamera della soffitta con Anne.
 la sera della domenica di Pasqua, la seconda domenica
di Pasqua che passiamo l, l'ultima che passeremo l, e
ascoltiamo musica alla radio, mentre l'ippocastano fuori
dalla finestra si esibisce in una provocatoria promessa di primavera.
Terminate le medicazioni, ho ricominciato a sfogliare il
libro.
 il compleanno di mia madre, e mio padre d del denaro
a Miep nella speranza che riesca a trovare dei garofani rossi,
il suo solito regalo. Mia madre urla di piacere all'eccitazione
scarlatta nelle nostre vite grigie, e butta le braccia al collo di
mio padre, e lo bacia a lungo sulla bocca, ma oggi invece di
distogliere lo sguardo disgustato, come ho fatto allora, strizzo
gli occhi per vedere meglio. Come sono giovani; mia madre
 una donna florida e vivace, con una grande bocca che
prende a morsi la vita; mio padre  alto, azzimato, avvolto in
una nuvola di fumo di sigaretta e di vecchie barzellette. Che
cosa fa click 99 volte e una volta clack? Un centopiedi zoppo!
Si amavano? Facevano l'amore in quell'orribile nascondiglio
senza un minimo di privacy?
Li sento litigare.
Non vender mai la pelliccia.
Benone, quest'inverno mangeremo pelliccia di coniglio.
Tu vuoi soltanto soldi da sprecare in sigarette.
E tu li vuoi per comprare altri vestiti quando la guerra
sar finita! Quando sar finita! E cosa mangeremo fino a
quando non sar finita?
Ma fanno la pace. Fanno sempre la pace. Lui si avvicina
di soppiatto mentre lei sta davanti all'acquaio, la stringe in
un abbraccio, e raccoglie i suoi seni grandi come meloni nelle
mani macchiate di nicotina. No, grida lei, ma nella sua
bocca diventa un rapido s. Kerli, le sussurra lui all'orecchio.
E si mettono a ballare il valzer in camera da letto.
Affamati, li definisce Anne. Oh, s, erano affamati.
Giravo le pagine, avido di notizie su di noi. Mi ha bloccato
una frase.
Peter si sentiva molto in imbarazzo, comunque  riuscito ad
ammettere che non vorrebbe vedere i suoi per due anni.
Nell'alloggio segreto barcollo qua e l, rimbalzo da una
parete umida e fatiscente a un'altra. Sto soffocando, sono
troppo alto per questi soffitti bassi e per queste stanze in cui
non c' spazio per muoversi, troppo forte per una madre terrorizzata
e inerme e un padre incapace e violento, troppo
grande per essere domato da lei e picchiato da lui. I miei piedoni
fanno troppo rumore. Con queste braccia lunghe sbatto
dappertutto. Ho paura di fare tutti a pezzi. Sogno di farli
tutti a pezzi.
Ho allungato un braccio per prendere un pacchetto di sigarette
che Harry aveva lasciato sul sedile davanti. Tenendo
il libro con una mano, ho tirato fuori una sigaretta scuotendo
il pacchetto e l'ho accesa. Non sapevo nemmeno cosa stessi
facendo finch non ho inspirato. L'odore di mio padre  calato
su di me. Riuscivo a malapena a respirare. Ho aperto la
portiera con uno strattone per prendere un po' d'aria. Con
un capitombolo il libro  ruzzolato sulla strada. Anne mi fissava
dall'asfalto nero del parcheggio. L'ho raccolta, l'ho
spolverata, ho chiuso la portiera della macchina. I suoi occhi
seri mi scrutavano da quel viso eternamente da bambina.
Gli adulti sono soltanto invidiosi perch noi siamo giovani,
sussurro io, mentre saliamo le scale che dalla mia camera
da letto portano in soffitta.
Fuori dall'alloggio segreto cadono le bombe, e gli assassini
marciano sulle strade, e i vagoni merci trasportano il loro
carico verso est, mentre dentro, i genitori, che non sono mai
dello stesso parere su niente, sono d'accordo sul fatto che
Anne e io non dovremmo passare le serate da soli al buio, e
Otto, che ancora crede alle vecchie convenienze sociali - ero
un ufficiale dell'esercito tedesco nell'ultima guerra, dir all'uomo
della Grne Polizei, mentre quell'animale infila i nostri
oggetti preziosi nella valigetta - mi prende da parte e mi
parla del sentiero alla ricerca del piacere, e una cosa tira l'altra,
e che ci dobbiamo mantenere puri, o almeno Anne, per
il futuro. Quale futuro? Vorrei domandargli, ma non lo faccio,
perch ho bisogno di pensare che abbia ragione lui. Tuttavia,
Anne e io continuiamo a salire le scale della soffitta, e
ci sediamo l al buio, a respirare il primo risveglio della primavera
e i vapori puzzolenti che salgono dal canale di fronte
a casa, aggrappati uno all'altra con tutte le nostre forze. Se
Dio la lascer vivere, dice lei nel segreto della notte, non far
come sua madre, lei si far sentire, si adoperer per il genere
umano. Se io sopravvivr, le dico, andr nelle Indie Olandesi
e far qualcosa di me stesso. Ma a poco a poco la smettiamo
di parlare e a passi incerti ci avviamo sul sentiero della ricerca
del piacere di cui parlava Otto. Sento il suo corpo di
bambina diventare grande tra le mie braccia, e la vita che mi
urla nelle orecchie, o forse sono solo le sirene dell'allarme
antiaereo.
Ho chiuso gli occhi, ma Anne, mio padre, mia madre e
tutti loro, persino il povero Pfeffer, erano stampati all'interno
delle mie palpebre. Non c'era modo di liberarsene. Ho
aperto gli occhi. Delle gocce d'acqua bagnavano il viso di
Anne sulla copertina impolverata del libro. Aveva cominciato
a piovere. Ho cercato di tirare su il finestrino. Era gi
chiuso. Ho guardato in alto. Sul supermercato era sospeso
un sole simile a una vecchia moneta.
Ho preso un fazzoletto dalla tasca, mi sono soffiato il naso
e mi sono guardato intorno. Le donne che passavano di corsa,
il corpo piegato in due nello sforzo di spingere i carrelli
strapieni, mi lanciavano un'occhiata, poi guardavano oltre.
Un bambino si  fermato a osservarmi. La madre l'ha trascinato
via strattonandolo. Un'altra donna non ha voluto nemmeno
rischiare. Tenendo il figlio per mano, ha fatto un ampio
giro col carrello intorno al posto in cui mi trovavo. Li
guardavo dalla gabbia della mia auto. Riuscivo a leggere i sospetti
che aleggiavano dentro di loro, come avessero sulla testa
un fumetto coi sottotitoli. Pazzo. Criminale. Assassino.
Quella notte, mentre Madeleine dormiva accanto a me, mi
sono alzato dal letto e a passi felpati sono sceso in cucina.
Passando dalla moquette al linoleum, ho sentito il freddo
sotto i piedi nudi. Prima di accendere il lume centrale ho
chiuso le porte e ho sbattuto le palpebre per la troppa luce.
Andando verso il frigorifero mi sono appoggiato alla finestra,
e mi sono parato gli occhi in modo da escludere la luce
della stanza e guardare le case dei vicini. Non c'erano altre
luci accese. Indian Hills dormiva tranquilla.
Ho raggiunto il frigorifero, ho aperto lo sportello, e ho
cominciato a tirarne fuori il contenuto. Ho posato tutto sul
tavolo. Due cosce di pollo, una fetta di polpettone, met torta,
un barattolo di burro d'arachidi, una bottiglia di latte,
un'insalatiera di spaghetti coperta dalla carta trasparente,
un vasetto aperto di omogeneizzato. Mi ero gi fatto fuori
una coscia di pollo e gli spaghetti, quando  arrivata Madeleine
sbattendo gli occhi per la luce forte. Ha posato lo
sguardo prima sul piatto, poi sull'insalatiera, sulla bottiglia,
e su di me.
Stai bene? mi ha chiesto dolcemente.
Ho un po' fame.
Ha proceduto con l'ispezione del mio indecente banchetto.
Si  fermata sul vasetto di omogeneizzato.
Mi sa che ero mezzo addormentato. Mi sono alzato in
piedi e ho rimesso l'omogeneizzato nel frigorifero. Pensavo
fosse salsa di mele.
Quando mi sono voltato mi stava ancora fissando, il bel
viso amorevole stravolto dalla preoccupazione. Mia moglie,
poveretta, iniziava a sospettare quello che io sapevo fin dall'inizio.
Che sposandomi in fin dei conti non aveva poi vinto
questo gran terno al lotto.

Secondo lui sarebbe molto pi semplice se fosse
cristiano e se dopo la guerra potesse esserlo. Gli
ho chiesto se vuole farsi battezzare, ma la risposta
 no. Non pu sentirsi come i cristiani, dice.
Anne Frank, Diario, 16 febbraio 1944.


Capitolo 8.

Pensavo di tornare ad Amsterdam, giusto un paio di settimane.
Per mettere a tacere i fantasmi. In realt volevo riportarli
in vita. Sono a letto e sono le tre del mattino, quell'ora insidiosa
in cui si viene assaliti dai pensieri. Sento mia madre che
minaccia il suicidio perch ha paura di morire; e la rabbia di
mio padre perch non abbiamo pi soldi da dare a Miep per
comprarci da mangiare; e il sottoscritto che si scusa perch si
 dimenticato di aprire la porta che d sulla strada. La sera,
quando gli impiegati se ne vanno, usciamo furtivamente dall'alloggio
segreto e scendiamo negli uffici e nel magazzino ai
piani inferiori. Per qualche ora abbiamo libero accesso a tutto
l'edificio, ma per sicurezza chiudiamo sempre a chiave la
porta sulla strada.  compito mio riaprirla prima di tornare
nel nascondiglio, ma stavolta ho dimenticato di farlo, e il
mattino dopo gli uomini non sono riusciti a entrare. A letto
con gli occhi aperti, ho pensato che avrei voluto tornare indietro.
Aprire la porta. Riparare i torti. Salvarli.
Ma una volta giunta l'alba, sapevo che non l'avrei fatto.
Non avrei mai potuto tornare in quel mondo. Miep e suo
marito Jan, e Kleiman, e Kugler avevano rischiato la vita per
salvarci, ma non tutti erano come loro. Mi  tornato in mente
quello che qualche buon cittadino olandese aveva scarabocchiato
sul ponte del canale. L'avevo visto da una finestra da
cui non avrei dovuto guardare. Gi le mani dai nostri sporchi
ebrei. Da quanto avevo sentito al campo dispersi, dopo la
guerra le cose non erano migliorate. Gli scampati tornavano
a casa e trovavano i vicini nei loro letti, seduti ai loro tavoli,
che non ricordavano di averli mai conosciuti, e men che meno
di aver acconsentito a prendersi cura dei loro beni pi cari,
finch non fossero stati in grado di recuperarli. Non avete
creato gi abbastanza guai? Chiedeva la brava gente di Amsterdam.
Anche noi abbiamo vissuto di stenti. Se nei campi
ne hanno uccisi cos tanti, voleva sapere quella brava gente,
com' che cos tanti tornano? Quelli a cui era andata peggio
erano gli ebrei tedeschi. Il governo olandese aveva abrogato
le leggi naziste contro gli ebrei, e dichiarato gli ebrei tedeschi
nemici nazionali. Non sarei tornato indietro, neanche
come gentile.
L'idea mi  venuta durante uno dei tanti incubi da sveglio
delle tre del mattino. Sarei andato in una chiesa. Avrei abbracciato
il nuovo me stesso pi autenticamente.
Potevo scegliere fra chiesa episcopale e presbiteriana, luterana
e cattolica e chiss quant'altro. Non avevo mai notato
che nella mia zona ci fossero tanti edifici sacri. Madeleine
l'avrebbe trovato bizzarro. Avevamo scelto di comune accordo
di educare i figli senza superstizioni. Ma mi aveva visto
tornare da una scappata in ufficio ridotto come se fossi
stato pestato da una banda di teppisti, poi mi aveva sorpreso
a mangiare il cibo di nostra figlia, e aveva visto la mia macchina
acquattata nel parcheggio della stazione, anche se io
avevo negato. Una visita in chiesa non poteva turbarla pi di
tanto.
Sono passato lentamente davanti alla Chiesa di Cristo, a
pochi minuti da casa, ma non mi sono fermato. Ho parcheggiato
davanti a St. Michael, ma la statua di Ges sulla croce,
dove l'avevo messo io, stando alle accuse dei miei coetanei
quando ero ragazzo, mi ha fatto girare al largo. A un certo
punto, mentre ero fermo davanti a Tutti i Santi, dallo specchietto
retrovisore ho visto arrivare un'auto della polizia. Ho
girato la chiave del motorino di avviamento, ho ingranato la
prima, e per poco non ho urtato un'altra macchina nella fretta
di andarmene.
La mattina seguente era da poco spuntata l'alba che gi percorrevo
il vialetto d'accesso a marcia indietro. Madeleine
dormiva ancora. L'avevo baciata sui capelli arruffati sussurrandole
che avevo una riunione molto presto di cui mi ero
dimenticato di accennarle.
Non svegliare le bambine, aveva mormorato prima di
rituffarsi per qualche altro minuto nella dolce incoscienza
del sonno.
Le foglie morte sotto le gomme rendevano scivoloso il
vialetto. Arrivato in autostrada ho dato un'occhiata al contachilometri.
Stavo andando quindici miglia oltre il limite consentito.
Non ho rallentato. Mi sono lasciato alle spalle le paludi
grigio spento e gli enormi serbatoi di petrolio del New
Jersey, ho attraversato Goethals Bridge, e ho continuato verso
est. Non ci tornavo da anni, ma ricordavo ancora la strada.
All'epoca, quando ci passavo davanti, affrettavo sempre
il passo per superarla il prima possibile.
Ho trovato un posto per la macchina in fondo all'isolato.
La pioggia si era trasformata in nebbiolina. Saliva dalla strada
portando con s l'odore nauseabondo delle fogne. Un
uomo portava a spasso un cane a tre zampe. Due ragazzini
sguazzavano in una pozzanghera. Una donna tutta imbacuccata
ha girato alla larga da loro. Nessuno mi ha degnato di
uno sguardo. Le porte erano facce sospettose rivolte alla
strada. Ero molto lontano da Indian Hills.
La facciata di mattoni rossi, striata di nero dalla pioggia,
aveva bisogno di stucco, e al posto di una finestra c'era un
pezzo di cartone. La pesante porta di legno si  aperta facilmente,
anche se a vederla avevo pensato che non si sarebbe
mossa. Mi ha colpito l'odore di libri antichi, di canfora e di
cavolo. Non capivo il cavolo.
Dal punto in cui mi trovavo, vedevo la parte anteriore
della sinagoga, in fondo al corridoio stretto. File e file di
panche e, a circa un terzo, una tenda polverosa color porpora
che delimitava una separazione. Avevo dimenticato che il
venerd sera, il sabato e durante le feste, si tirava la tenda per
separare gli uomini dalle donne.
Ho imboccato il corridoio e ho superato la tenda. L'arca
santa era aperta. La Torah era su un leggio. Alcuni uomini
avvolti nello scialle della preghiera erano stretti intorno a
essa, salmodiando. Anche se non capivo le parole, qualcosa
dentro di me seguiva quel ritmo inconsolabile. Si piegavano
sulle ginocchia, poi le raddrizzavano per chinarsi in avanti
con il corpo. Il movimento mi era molto familiare, bench
non l'avessi mai imitato. Il pensiero di averlo nel sangue mi
dava i brividi. Sarebbe stata la prova che loro avevano ragione.
Ma non ero venuto qui per questo?
Uno degli uomini si  staccato dal gruppo e mi  venuto
incontro, continuando a flettersi, a inchinarsi e a cantare.
Quando mi ha raggiunto sono rimasto sorpreso. Da lontano,
con gli scialli della preghiera e gli zucchetti in testa, sembravano
tutti anziani, ma lui avr avuto suppergi la mia et. La
papalina nera poggiava sbarazzina su una massa di capelli
ispidi rosso carota. Sotto le cinghie che gli tenevano legato
alla fronte un astuccio nero, la pelle bianca come il latte era
cosparsa di lentiggini color ruggine. Ho pensato che quei capelli
lo avrebbero salvato, se non lo avessero ucciso prima.
Avrebbero fatto qualche esperimento, nell'interesse della
scienza, per indagare su quella piccola stranezza, un ebreo
con i capelli rossi. Si  inchinato di nuovo. Non ero sicuro se
fosse parte del rito o se stesse facendo l'inchino a me. Mi ha
porto un libro nero rilegato. Nel farlo gli  scivolato lo scialle.
Le cinghie di pelle che gli assicuravano l'altro astuccio nero
al braccio sono affondate nella carne deformando il numero
tatuato. Ho preso il libro.
Mi ha fatto entrare tra le panche e mi ha seguito. Nonostante
tenesse in mano un libro aperto, non lo guardava.
Continuava a pregare, e intanto guardava me. Io guardavo
avanti. Ha allungato una mano sul mio libro e l'ha scorso rapidamente,
poi mi ha indicato col capo le pagine aperte. Ho
abbassato lo sguardo. Sulla superficie bianca sfilavano strani
caratteri a stampa. Riconoscevo le forme, ma non le comprendevo.
Non sapevo nemmeno che suono avessero. Ho
guardato l'arca santa aperta. Il mio spirito era ancora sopito.
Non provavo niente. Ho chiuso gli occhi e mi sono concentrato
sul lamento degli uomini che pregavano. Mi sono piegato
sulle ginocchia e ho tentato di chinarmi in avanti, ma
qualcosa, come un cavo d'acciaio teso dal cielo, mi ha trattenuto
e mantenuto dritto. Aspettavo una reazione. Volevo
sentire lo stomaco in subbuglio per la fame. Speravo mi si
rizzassero i peli dietro il collo. Invece niente. La vista del diario
di Anne mi aveva reso muto. Questi oggetti e questi rituali
non mi facevano venire nemmeno la pelle d'oca.
Ho aspettato gli ultimi amen dei fedeli, e quando hanno
cominciato a togliersi gli scialli della preghiera ho imboccato
il corridoio. Il tipo dai capelli rossi mi ha seguito, come immaginavo.
Giunti alla porta si  avvicinato per dirmi qualcosa.
Ho sentito l'odore della naftalina. Biscotti alle tarme, li
aveva chiamati Anne quando mia madre li aveva tirati fuori
dalla scatola, perch erano rimasti in un armadio pieno di
tarmicida. In quell'estranea sinagoga, ho risentito il loro sapore
dolciastro e appiccicoso sulla lingua.
Sei ebreo? mi ha chiesto.
L'ho guardato. I capelli gli schizzavano fuori dalla testa
come se avesse preso la scossa. Il gil di maglia liso pendeva
su una camicia di flanella sfilacciata, i pantaloni impolverati
gli cadevano sulle scarpe consumate.
Sono americano, ho risposto.
Anch'io. Se fossi qualsiasi altra cosa, credi che potrei
star qui in sinagoga? Al centro di Varsavia non era cos semplice.
In Germania non parliamone. So che sei americano,
Mr. Yankee, ma sei ebreo?
Non ho risposto.
 una domanda semplice. Come dice la canzone, Is you
is or isyou ain'fi.
Non lo avevo detto n a mia moglie, n a sua sorella prima
di lei, n al mio socio. Non lo avrei mai detto alle mie figlie.
In parte l'avevo fatto per loro. Quindi perch avrei dovuto
dirlo a lui, questo estraneo, questo greenie che mi stava appiccicato
come una mosca?
S.
Ha annuito.
Ma non sono credente, ho aggiunto.
Ha schiuso le labbra sottili in un sorriso mesto. Questo
non te l'ho chiesto. Si  avvicinato ancora di pi. Di nuovo
mi ha investito l'odore di tarmicida e il sapore dei biscotti.
Allora dimmi, torni? Abbiamo bisogno di uomini come
te.
Uomini come me?
Per un minyan.
L per l non avevo capito. Poi mi  tornata in mente
un'altra parola che avevo dimenticato. Mi voleva per comporre
un minyan, il numero di dieci maschi richiesto per la
preghiera.
Gli ho detto che sarei tornato, anche se ero sicuro che
non l'avrei fatto.
Non scorder mai il momento in cui ad Auschwitz
il diciassettenne Peter van Pels ed io abbiamo
visto un gruppo di uomini selezionati. Fra loro
c'era il padre di Peter. Gli uomini si sono allontanati
a passo di marcia. Due ore dopo  arrivato un
camion carico dei loro vestiti.
Otto Frank, citato in Anne Frank Magatine, 1998.

Il 3 settembre i Frank, i van Pels* e il signor Pfeffer furono deportati (...) ad Auschwitz. (...) Arrivarono
(...) la notte tra il 5 e il 6 settembre. Sulla banchina
ci fu la selezione (...) 549 arrivati con lo stesso
trasporto - tra cui tutti i bambini sotto i 15 anni -
perirono quel giorno stesso, il 6 settembre, nelle
camere a gas. Tra loro c'era [Hermann] van Pels.
I Diari di Anne Frank, edizione critica.

* Nei saggi dell'edizione critica sono stati utilizzati i nomi veri delle persone
cui fa riferimento Anne Frank anzich i nomi impiegati da Anne.


LIBRO SECONDO.
1955-1980.


Capitolo 9.

Questo si chiamava Miller. Dottor Joseph Miller. Aveva un
aspetto ordinario come il nome che portava. Mi andava bene
cos. Basta tipi come Gabor, che scandagliavano le memorie
del Vecchio mondo, riportandone a galla le miserie. Non ero
venuto perch c'era qualcosa che non andava. Al contrario.
Andava tutto a gonfie vele. La voce era a posto. Non ci pensavo
nemmeno pi. In un primo momento ero rimasto sconvolto
dal diario, ma solo perch avevo dato per scontato che
fosse finito in fumo, come tutto il resto. L'idea che fosse sopravvissuto
nella scia di tutta quella morte la trovavo in un
certo senso oscena. Ma ero riuscito a vedere le cose in
prospettiva. Era solo un libro. Anche quando avevo letto che
l'avrebbero messo in scena, la notizia non mi aveva turbato.
Se era quello che desiderava Otto, chi ero io per contestarlo?
Mi dispiaceva per lui, che viveva ancora nel passato, ma
non erano affari che mi riguardassero.
Avevo una moglie che amavo e che mi amava; due figlie
che scoppiavano di salute; e un terzo figlio in arrivo. Tre mesi
prima, rientrando una sera a casa, Madeleine mi aveva annunciato
che il coniglio era morto. Un'espressione in codice,
ma avevo capito subito. Tutti i mariti di Indian Hills sapevano
cosa significasse, probabilmente tutti i mariti d'America.
Chiss se ero l'unico a trovare strano che si usasse un'espressione
di morte per annunciare una nuova vita. Non l'avevo
detto a mia moglie. Mi ero comportato come tutti i mariti di
Seminole Road, di Indian Hills e d'America si sarebbero
comportati in circostanze analoghe, esclusi i dongiovanni,
gli ubriaconi e quelli che non volevano diventare padri di famiglia.
Le ero andato incontro, l'avevo presa fra le braccia,
l'avevo baciata, e le avevo detto quanto fossi felice. Avevo
fatto tutte le mosse giuste. Con ci non intendo dire che stavo
recitando un copione. Provavo una gioia autentica. Ma
non ero un tipo espansivo. Se mi fossi profuso in troppe cerimonie,
Madeleine avrebbe pensato che qualcosa andava
storto.
Lei sperava in un maschio, non solo perch avevamo gi
due femmine, ma perch era sicura che io, come tutti gli uomini
secondo lei, volessi un figlio maschio. Si sbagliava. Per
quanto mi sarebbe piaciuto un maschio, speravo in un'altra
femmina. Con un'altra bambina l'avrei passata liscia.
Anche gli affari andavano bene. Harry aveva avuto ragione
a pensare che tutte le coppie desideravano una casa nuova
di zecca nei sobborghi. Avevamo iniziato gli scavi per il
terzo ampliamento del complesso urbano. L'Associazione
nazionale costruttori edili ci aveva anche assegnato un premio.
All'inizio non volevo accettarlo. Non mi piaceva l'idea
di attirare l'attenzione su di me.
Harry aveva alzato gli occhi al cielo quando gliel'avevo
detto. La gente paga fior di quattrini per finire sui giornali,
e il mio socio non vuole attirare l'attenzione su di s.
Aveva ragione. La paura di farsi notare era il residuo di
una mentalit da greenie. Se dovevo continuare cos, tanto
valeva che tornassi al Marseilles. Il premio non poteva farci
altro che bene. Mi ero perfino lasciato convincere a tenere il
discorso di ringraziamento al pranzo ufficiale, bench convinto
che avrebbe dovuto farlo lui.
Il mio accento si sente, avevo detto.
Anche il mio. Puro brooklynese. Diciamoci la verit, socio,
questo ridicolo premio lo abbiamo preso per merito tuo.
Costruiamo delle belle case, ma questo lo fa un mucchio di
altra gente. Stanno pure facendo le stanze pi spaziose allo
stesso prezzo, come noi. C' solo una differenza fra noi e loro.
Tu. Peter van Pels. La prova vivente che l'America  ancora
la terra delle opportunit. Che chiunque pu arrivare in
alto. E non nuoce che non sia un membro della trib. Mi
aveva fatto l'occhiolino.
Dopo aver pronunciato il discorso di ringraziamento,
avevo conosciuto gente nuova, stretto mani, ricevuto biglietti
da visita. Un fotografo ci aveva immortalato, e il quotidiano
locale aveva pubblicato un articolo con la foto. Anche il
Journal American aveva scritto un trafiletto. Quando ero arrivato
a casa quella sera, Madeleine li aveva messi in evidenza
sul tavolo.
Dai un'occhiata a quello, aveva detto facendo segno al
giornale, togliendosi un ricciolo dalla fronte con il dorso della
mano. La prima volta che si era tagliata i capelli a barboncino,
non mi era piaciuta per niente. Preferivo le donne
con i capelli lunghi. Una predilezione comprensibile. Ma
poi mi ero abituato a quel taglio sbarazzino. Nonostante il
nome da cane, a lei dava un aspetto felino per via degli occhi
lunghi e degli zigomi affilati. Aveva un'espressione fiera e
soddisfatta, anche se forse era dovuta alla gravidanza.
Checos'?
Un articolo che parla del mio celebre marito.
Su un giornale di New York? Era pi di quanto avessi
previsto. Certamente qualcuno lo avrebbe letto, anche se
non avrei saputo dire chi.
Madeleine aveva comprato tre copie sia del Journal American
che del quotidiano locale, aveva ritagliato gli articoli e
li aveva uniti in un fascicoletto. Ne aveva dato uno a sua madre
e uno a sua sorella. Non ero presente quando glieli aveva
consegnati, ma immaginavo il suo sorriso compiaciuto da
gatta che si lecca i baffi sporchi di latte. Anche se nessuno lo
avrebbe mai ammesso, la famiglia assegnava i voti. Norman
era andato al college e aveva fatto medicina all'universit,
ma io avevo letto Goethe e Schiller in originale. Lui era
un professionista, ma io guadagnavo di pi. La prima persona
che Madeleine aveva chiamato quando aveva saputo del
premio era stata suo padre. Mio suocero ammirava i titoli di
mio cognato, dottor Norman Fine, iscritto all'Ordine dei
medici, ma di me gli piaceva la grinta, come la chiamava lui.
Apprezzava la familiarit di Norman con temi universali come
la vita e la morte, ma non il fatto che ignorasse le tribolazioni.
A me voleva bene come a un figlio, diceva ogni tanto,
anche se ero un shagetz. Ho gi detto che mio suocero  uno
che si  fatto da s?
Avrei voluto poter dire del premio a mio padre, anche se
in quel periodo raramente pensavo a lui o a mia madre. Cosa
c'era da pensare? Non c'erano pi. Quella fase della mia vita
era morta e sepolta.
Puntavo al futuro. Ecco il motivo per cui mi trovavo nello
studio del dottor Joseph Miller, per questo e per mia figlia
Abigail. Aveva sei anni ormai, abbastanza per conoscere la
vergogna, quella che avevo visto sul suo volto un pomeriggio
nel seminterrato, alzando lo sguardo dal banco di lavoro.
Stavo dando gli ultimi ritocchi alla casa delle bambole che
le avevo costruito. La figlia di Susannah, Debbie, era l con
noi. Debbie aveva cinque mesi pi di Abigail ed era, ai grandi
occhi grigio-azzurri di mia figlia, fonte di saggezza universale
e giudizio insindacabile. Secondo me mia nipote aveva
una vena di sadismo, ma forse ero un padre iperprotettivo.
Cos diceva Madeleine.
Stavo sistemando l'ultimo rotolo di carta da parati all'interno
della piccola sala da pranzo in stile vittoriano. Era un
lavoro delicato, specialmente per mani grandi come le mie.
Ero piegato sulla casetta, concentrato sul lavoro che stavo
facendo. Le bambine erano in piedi a lato del banco a guardare.
Avevano chiacchierato, riso e bisbigliato tutto il pomeriggio,
e non avevo notato subito il silenzio. Solo quando
avevo finito di spianare la carta sul muro e mi ero tirato su,
mi ero accorto che mi stavano fissando. No, non fissavano
me, bens il mio braccio sinistro. La bocca di Debbie era un
tenero bocciolo di ripugnanza. Ma era stata l'espressione di
mia figlia a ferirmi. L'avevo riconosciuta immediatamente,
anche se non la vedevo da anni. Era l'espressione che noi
avevamo stampata in volto non quando eravamo le vittime
dell'orrore, ma quando eravamo spettatori dell'orrore subito
dagli altri. Era vergogna. E non doveva trovare posto sul
volto di mia figlia.
Il mattino seguente avevo telefonato per prendere un appuntamento
con il dottor Miller. Lo rinviavo da mesi, forse
anni, ma adesso ero pronto.
 un intervento semplice, mi ha spiegato il dottore
appoggiandosi allo schienale della sedia, che somigliava alla
grande poltrona girevole di Gabor, anche se qui finiva la somiglianza
fra i due. I capelli a spazzola di Miller, radi e gialli
come la peluria di un pulcino appena nato, gli davano
un'improbabile aria ingenua. Nessun adulto avrebbe potuto
essere cos innocente. Il camice bianco ben stirato sembrava
perfettamente sterile. Lo sguardo dietro agli occhiali spessi
con la montatura di corno fissava un punto qualche centimetro
sopra la mia testa. Forse stava qui il segreto della sua innocenza.
Non guardava mai il prossimo troppo da vicino.
Quello che facciamo, Mr. van Pels,  l'escissione del numero,
come fosse un tumore o un neo. Poi avviciniamo i lati
della pelle sottostante e chiudiamo. . Se la zona  troppo vasta,
facciamo un innesto di pelle, ma sono certo che nel suo
caso non sar necessario. Il suo  un tatuaggio comune, come
ce ne sono tanti.
Un tatuaggio comune, come ce ne sono milioni. Come ce
n'erano milioni, forse. Di questi tempi se ne vedevano meno
in giro, e non per merito del dottor Miller e dei suoi colleghi.
Ma non volevo pensarci. Il fatto che tanti fossero morti con
il tatuaggio addosso non significava che dovevo tenermelo
anch'io. Ma soprattutto, che mia figlia dovesse continuare a
vederlo.
Se decide di procedere...
Ho gi deciso.
Bene. Il dottore si  alzato in piedi. La signorina le
dar un appuntamento. Ha fatto il giro della scrivania e si 
avviato verso la porta. Non c' motivo di andare in giro
con quella brutta macchia di questi tempi. Una macchia.
Non l'avevo mai vista in quei termini. Si sorprenderebbe di
quanti progressi abbiamo fatto. Non dico che possiamo tutto
come Dio. Si  passato la mano sulla peluria gialla che
aveva in testa. Ma possiamo rimediare a molti errori della
natura. E anche degli uomini. Ho rimosso decine di numeri
come il suo.
Non c'erano altri numeri come il mio. Era questo il punto.
Il numero era l'unica individualit che ci avevano lasciato.
Ci eravamo avvicinati al tavolo, il signor Frank, il dottor
Pfeffer, mio padre e io, e avevamo steso il braccio come ci
avevano ordinato. Noi eravamo fortunati. Capivamo il tedesco.
Quelli che non lo capivano e non avevano la minima
idea di cosa volessero da loro, venivano presi a calci, picchiati,
o peggio. Ma quel giorno avevamo solo ricevuto un numero,
un numero consecutivo. Il mio aveva appena una cifra in
meno di quello di mio padre. Un lascito indelebile.
Per lei esiste la moderna chirurgia plastica, ha detto il
dottor Miller aprendo la porta e facendosi da parte per farmi
uscire. Noi cancelliamo il passato.
Mi sembrava d'averlo seduto accanto a me in macchina
mentre tornavo a casa, col braccio sinistro appoggiato sul
bracciolo di pelle marrone del sedile anteriore. Il numero
nero come fuliggine, identico al mio a eccezione dell'ultima
cifra, pulsava sulla pelle, pallidissima per i due anni trascorsi
senza luce del sole.
Ho acceso l'autoradio. Ike si stava riprendendo bene dalla
trombosi alle coronarie, Roy Campanella aveva battuto
nel primo inning due fuori campo, resuscitando la speranza
che i Dodgers potessero finalmente vincere il titolo mondiale,
e alcune migliaia di persone avevano preso parte a una
manifestazione alla Carnegie Hall per liberare Morton Sobell,
che stava scontando vent'anni per il ruolo avuto nel caso
di spionaggio di Julius ed Ethel Rosenberg. I Rosenberg
erano stati giustiziati pi di due anni prima, e ancora non
passava mese senza che spuntasse una nuova associazione
che prometteva di riparare i vecchi torti. La gente avrebbe
dovuto sapere come andava il mondo. Non si potevano riparare
i vecchi torti. Certo piangeva il cuore a pensare che una
coppia qualsiasi fosse finita sulla sedia elettrica, una madre e
un padre ebrei, come puntualizzava sempre mio suocero,
come se l'appartenenza religiosa fosse all'origine non solo
dell'incresciosa situazione in cui si erano trovati, ma anche
della sua vergogna. O l'uno o l'altro, avrei voluto dirgli. Se
erano soltanto dei capri espiatori, non ti puoi sentire in colpa
per associazione.
Sapete di chi era la colpa del caso Rosenberg, secondo
me? Di Julius ed Ethel. Non per aver fatto spionaggio, quello
io non potevo saperlo. Per essere andati sulla sedia elettrica.
Per aver reso orfani quei due bambini. Avevo ancora davanti
agli occhi la loro foto sul giornale, con la giacchina
scozzese e il cappellino a punta. Michael e Robert. Perfetti
nomi americani. Michael e Robert Rosenberg nella foto sorridevano.
L'avvocato difensore li stava accompagnando fuori
da Sing Sing, probabilmente era l'ultima volta che vedevano
i genitori, e quei poveri bambini ignari di tutto sorridevano.
Non avevano la minima idea di cosa li aspettasse. Ma io
s. Nella foto stavano camminando, il pi grande teneva un
braccio sulla spalla del pi piccolo, e io sapevo cosa gli riservava
il futuro. Vedevo le pistole delle guardie, nere, lucenti e
ben oliate, che brillavano al sole. Sentivo le urla che invocavano
piet, grazia, un atto qualsiasi che interrompesse tutto.
Non importava che i giornali dicessero che i genitori erano
andati incontro alla morte in dignitoso silenzio. Che ne sapevano
i giornali di certe cose? Quei due bambini avrebbero
sentito le urla dei genitori per il resto della loro vita. Ecco
perch biasimavo Julius ed Ethel Rosenberg. Avrebbero potuto
bloccare l'esecuzione in qualsiasi momento. Una linea
telefonica diretta con Washington era rimasta aperta fino all'ultimo.
Tutto quello che dovevano fare era confessare, e
avrebbero trasformato la condanna in anni di prigione. I
bambini sarebbero potuti andare a trovarli. Quando fossero
diventati uomini, quando avessero raggiunto la mia et, i loro
genitori avrebbero potuto ottenere la semilibert per
buona condotta. Quanti avevano avuto quella fortuna? La
gente di solito non aveva la possibilit di far salva la pelle, o
quella dei propri familiari.
Ho spento la radio. I Rosenberg non c'entravano niente
con me. Non avevamo in comune nemmeno il credo, anche
se dovevo riconoscere che le vecchie abitudini erano dure a
morire. Dividevo ancora il mondo in ebrei e gentili, istintivamente.
L'unica differenza era che ora io stavo dalla parte
giusta.
Ho svoltato in Seminole Road. Non mi aspettavo pi di
vedere rovine fumanti o boschi in cui non era mai sorta nessuna
casa. Sapevo che casa mia era l, appena ridipinta, con
le canalette di scolo pulite, le siepi ben curate, quasi interamente
ombreggiata dagli alberi che le stavano crescendo intorno
con una velocit pari quasi a quella con cui crescevano
le mie figlie. Non guidavo nemmeno pi con tutti e due i piedi.
Qualche volta toglievo persino una mano dal volante. E
fra qualche settimana non avrei avuto pi neanche il numero,
nemmeno una cicatrice, come aveva promesso il dottor
Miller guardando intensamente sopra la mia testa.
Non avevo detto a Madeleine del mio appuntamento con il
dottor Miller. Che senso aveva farla preoccupare prima del
tempo? D'altra parte, sapevo che per lei sarebbe stato un
sollievo. In principio aveva paura persino di toccarlo, il tatuaggio.
Anche mentre facevamo l'amore, cercava sempre di
evitarlo. Adesso non era pi cos schizzinosa, ma questo non
significava che le sarebbe dispiaciuto se fosse scomparso.
Chi vorrebbe tenersi stretto un segnaccio del genere? Lei
non avrebbe mai fatto un commento simile. Aveva troppa
soggezione del mio passato. Ed era troppo buona per correre
il rischio di ferirmi. Ma io lo stavo facendo per tutti noi.
Ho aspettato la vigilia dell'intervento prima di parlargliene.
Il dottore aveva detto che avrei dovuto avere qualcuno
che mi accompagnasse a casa. Gli avevo risposto di potermela
cavare da solo, ma lui aveva sfoderato quel suo imperturbabile
sorriso e aveva detto che il medico era lui. Non mi
piaceva la schiettezza di Miller proprio come non mi piaceva
l'ambiguit di Gabor.
Stavamo per andare a letto quando ho tirato fuori il discorso.
Non volevo parlarne di fronte alle bambine. Avrebbero
notato la fasciatura, ma una volta tolte le bende, avrebbero
dimenticato che c'era mai stato un numero. I bambini
hanno la memoria corta. E anche alcuni adulti, per fortuna.
Sono stato dal medico. Mi stavo slacciando le scarpe, e
parlavo con la testa china. Era un'affermazione, non un invito
alla conversazione.
Stai bene? mi ha chiesto allarmata.
S certo.  un'operazione facoltativa.
La sentivo dietro di me, in piedi all'altro lato del letto, in
attesa. Al suo posto, io avrei voluto sapere cosa stava succedendo,
ma non avrei mai potuto essere al suo posto, non pi
di quanto lei avrebbe potuto essere al mio.
Mi faccio togliere il numero. Quello che ho sul braccio,
ho detto, come se ce ne fossero altri.
Non ha risposto subito, ma sapevo cosa le passava per la
testa. Era felice di non vederlo pi, ma non poteva ammetterlo,
perch sarebbe stato come confessare che le faceva ribrezzo.
 pericoloso? ha chiesto infine.
Dunque avevo ragione.
Un gioco da ragazzi. Era un modo di dire di Harry, e il
fatto che suonasse cos allegro sembrava proprio adatto all'occasione.
Ho alzato gli occhi mentre si raddrizzava dopo essersi sfilata
i pantaloni. Il ventre teso sotto le caste mutande di cotone
bianco. La pelle tirata che rimaneva scoperta era sottile e
pallida come una pergamena, in forte contrasto con le braccia
e le gambe brune.
Il dottore me lo fa in ambulatorio. In anestesia locale.
Sei sicuro di volerlo fare?
Ormai ho deciso.
Quando?
Due settimane fa.
Volevo dire, quando lo fai?
Mi sono alzato a portare le scarpe nell'armadio a muro.
Come prima cosa domani mattina.
Domani mattina! Le parole mi sono arrivate attutite
dalla porta che mi impediva di vederla.
Se te l'avessi detto prima, ho urlato dallo spogliatoio,
ti saresti solo preoccupata. In realt non volevo dirti niente
finch non fosse finito tutto, ma il medico dice che devo farmi
riaccompagnare a casa.
Avrei apprezzato essere avvisata in tempo. Come facevo
ad accompagnarti se non era uno dei giorni in cui viene la signora
Goralski?
La signora Goralski veniva tre giorni la settimana a pulire
la casa, fare il bucato e a tenere le bambine, mentre Madeleine
andava alle sue riunioni per qualche buona causa, a fare
shopping con sua madre e sua sorella, e di tanto in tanto a
New York a visitare un museo o a una matine, in treno, tutta
vestita bene. Diceva sempre che si sentiva in colpa quando
passava i pomeriggi cos piacevolmente mentre io lavoravo,
ma non la invidiavo affatto. Anzi, ero felice del fatto che potesse
permetterselo grazie a me.
Ma  un giorno in cui viene la signora Goralski, ho
detto. L'ho scelto apposta.
Sono uscito dal guardaroba con un sorriso rassicurante,
ma lei se l' perso perch si stava infilando la camicia da notte
sulla testa. Prima che scivolasse fino in fondo, ho colto un
lampo di carne bianca come la luna e un'ombra scura di pelo
pubico.
All'inizio del nostro matrimonio avevo paura di guardare
mia moglie nuda. Temevo di essere punito per quel piacere.
Ne avevo ancora soggezione. La meraviglia era correlata all'ingrossamento
della gravidanza, ma c'era qualcos'altro.
Era cos perfettamente liscia e intatta. Non si era neanche
fatta i buchi alle orecchie, come invece sua madre e sua sorella.
Indugiando su quella fulminea immagine del suo corpo,
ho pensato ancora una volta quanto sarebbe stato meglio
se la creatura che aveva in grembo fosse stata femmina.
Ceravamo solo io e Madeleine in sala d'attesa, a parte la segretaria,
una che Harry avrebbe definito una pupa da sballo.
Ho guardato l'orologio. La pupa da sballo aveva detto che il
medico sarebbe arrivato subito. Da allora erano gi passati
dieci minuti.
Se prende un appuntamento per le dieci, deve arrivare
alle dieci, ho osservato sottovoce.
Madeleine ha alzato gli occhi dal libro, ha lanciato uno
sguardo alla segretaria, poi chinandosi verso di me ha bisbigliato:
 passato solo qualche minuto.
Le dieci non significa qualche minuto dopo le dieci. Che
ne sarebbe dei miei affari se tenessi la gente a fare anticamera
in ufficio?
Sei solo un po' nervoso.
Non sono nervoso. Non mi piace aspettare.
Forse ha avuto un'urgenza.
O forse gli piace far aspettare i pazienti. Probabilmente
prende pi appuntamenti di quanti ce ne stiano in una giornata.
 cos che questi medici fanno i soldi.
Madeleine ha richiamato la mia attenzione, poi ha indicato
con il capo la segretaria per ricordarmi che mi poteva sentire.
Be',  cos.
Ha ripetuto che ero nervoso. Le ho detto di smettere di
dirlo. Non c'era niente da essere nervosi.
La porta interna dello studio si  aperta. Un'altra pupa da
sballo, questa un po' meno graziosa ma fatta meglio, o forse
era l'effetto del camice bianco, ha percorso tutta la stanza
con lo sguardo. Si aspettava un affollamento? L'ha posato infine
su di me. Mr. van Pels?
Mi sono alzato in piedi, e anche Madeleine.
Aspettami qui, le ho detto.
Non vuoi un po' di sostegno morale?
Le ho detto che andava bene cos.
Almeno prima che cominci.
Resta qui.
Sembrava ferita, poi si  ricordata delle due pupe da sballo.
Mia moglie ha il suo orgoglio. Va anche fiera del suo senso
dell'umorismo, soprattutto in situazioni difficili. Bau
ha detto, e ha guardato prima una poi l'altra con un sorriso
smaliziato, materno, da in-fondo-in-fondo-tutti-gli-uomini-
sono-dei-bambini, anche se avrebbe dovuto sapere che in
me era rimasto ben poco del bambino.
Ho seguito l'infermiera in corridoio. Mi ha condotto in
una stanzetta in fondo, mi ha dato un camice bianco, e mi ha
detto di togliermi tutto quello che avevo al di sopra della
cintola e di indossarlo. Il dottore sar subito da lei.
Mi sono tolto la giacca, la cravatta, la camicia e la canottiera.
Li ho appesi a un gancio dietro la porta e mi sono infilato il
camice. In un angolo c'era una sedia con lo schienale
dritto. C'era anche un tavolo lungo con un lenzuolo bianco
sopra. Non volevo sedermi l. Ho scelto la sedia. Ho guardato
l'orologio. Erano le dieci e venticinque. Non fosse che mi
ero gi spogliato me ne sarei andato. Non ero nervoso, come
diceva Madeleine. Non ci stavo ripensando. Solo che non mi
piaceva aspettare. Gliel'avrei detto quando sarebbe arrivato.
Si  aperta la porta. Il medico  entrato. L'infermiera lo seguiva
come una vela bianca gonfiata dalle arie che si dava lui.
Non si  scusato per il ritardo. Io non ho detto niente. Non
volevo discutere con uno che stava per incidermi la pelle col
bisturi.
Mentre mi dava il buon giorno, commentava il delizioso
tempo autunnale, e mi chiedeva come stavo, si  lavato le
mani, si  infilato un paio di guanti chirurgici, e ha controllato
gli strumenti che l'infermiera aveva disposto per lui. Mi
ha ripetuto che si trattava di un intervento semplice, e che
non c'era ragione al mondo perch andassi in giro con un
orrore come quello. Mi ha detto di aver eseguito quel tipo di
intervento decine di volte. Si  seduto sullo sgabellino di
pelle nera e spingendosi con il piede si  avvicinato velocemente.
Ho rimosso anche quell'altro tipo. Un caso affascinante,
un paio d'anni fa. Ha guardato nel vuoto. Un tatuaggio
nella parte superiore del braccio, all'interno. Ha indicato
il punto sul suo braccio con la mano destra. Lungo pi o meno
cos. Ha separato l'indice e il pollice di un paio di centimetri.
Ho ipotizzato che fosse un SS.
Avevo dimenticato che anche quello era a sinistra. SS o
prigioniero, avevamo il segno dalla stessa parte. Mi  tornato
in mente il termine latino sinister. Aveva anche un altro significato.
Il dottore mi stava strofinando un batuffolo di cotone sul
braccio, non sul numero, un po' pi su. Una sensazione tonificante,
come di dopobarba.
Da quello che ho capito, avevano una funzione pratica.
Ha preso con la sinistra la siringa che gli porgeva l'infermiera.
Quindi anche lui era un tipo sinistro. Li usavano
per indicare il gruppo sanguigno. In caso fossero rimasti feriti
e avessero avuto bisogno di una trasfusione. Si  chinato
sul mio braccio. L'ho rimosso completamente. Ho sentito
l'ago penetrarmi nella carne. Nemmeno una traccia,
una cicatrice. Niente. Ho osservato il liquido che scendeva
nella siringa. Oggi lei pu incontrare quell'uomo in spiaggia,
Mr. van Pels, e non avere il minimo sospetto di chi fosse.
Ha estratto l'ago. Come dico sempre, con la moderna
chirurgia plastica, cancelliamo il passato. Ho avvertito una
strana sensazione.
Senza staccare gli occhi dal mio braccio, ha teso di nuovo
la mano sinistra all'infermiera. Naturalmente, le mie sono
solo supposizioni. Lei ci ha posato sopra uno strumento.
Lui non ha detto che era un tatuaggio delle SS, e io certo
non ho fatto domande.
Ho provato a ritirare il braccio.
Lui ha stretto la presa. Non c' nulla di cui aver paura,
mi ha detto senza alzare lo sguardo. Non sentir nulla.
Ho dato un altro strattone.
Deve stare fermo, Mr. van Pels.
Ho strappato il braccio dalle sue grinfie. Ho cambiato
idea.
 un intervento da nulla. Come le ho detto non sentir
dolore.
Ho cambiato idea. Non volevo urlare. Non lo voglio
togliere. Lei non ha nessun diritto di toglierlo.
Ha poggiato il bisturi e si  alzato in piedi. Ha posato un
istante lo sguardo sul mio volto, appena il tempo di
registrare il disgusto che provava. Affari suoi. Ha girato i tacchi e
si  avviato fuori dalla stanza. L'infermiera gli  svolazzata
dietro. Un attimo prima che chiudessero la porta mi sono arrivate
le sue ultime parole.
Molto instabile, questa gente.
Al ritorno ho voluto guidare io. Madeleine non ha obbiettato.
Non sospettava che avessi il braccio sinistro completamente
intorpidito. Non ha commentato neanche il fatto che
guidassi con una mano sola. In quel periodo ci era abituata.
Ma mentre acceleravo per superare una macchina che indugiava
nella corsia di sorpasso, non ha potuto fare a meno
di chiedermi il motivo di quell'improvviso cambio di programma.
Mi  sembrata una cattiva idea.
E perch fino a ieri sera no? E per le ultime due settimane?
Non  allora che sei andato la prima volta dal medico?
Di nuovo su quel punto. Non volevo che ti preoccupassi.
Ecco perch non ti ho detto dell'appuntamento.
Non ha replicato.
Sei delusa?
Perch non mi hai detto dell'appuntamento?
No, perch non mi sono fatto togliere il numero.
Tanto per cominciare, io non volevo che lo togliessi.
Le ho lanciato un'occhiata. Era sul sedile accanto a me,
ma si era messa il pi lontano possibile, con la schiena appoggiata
alla portiera. Le bambine non le lasciavo sedere in
quel modo. Era pericoloso. Non appoggiarti alla portiera.
Lei ha cambiato posizione. Se non volevi, perch non
l'hai detto?
Quando? Ieri sera alle undici? Stamattina mentre andavamo
l?
Avresti dovuto dirmelo.
Dovuto... ha cominciato, ma si  interrotta.
Perch non volevi che lo togliessi?
Non  che non volevo che lo togliessi.
Deciditi. Non volevi che lo togliessi, ma non  che non
volevi.
Volevo che lo facessi, se questo era il tuo desiderio. Ma
non pensavo fosse necessario.
Necessario?
Non c' niente di male a tenerlo.
Una donna che non si bucherebbe nemmeno l'orecchio
mi sta dicendo che non c' niente di male ad andare in giro
con un numero tatuato sul braccio?
Intendo dire che ci sono abituata.
Tu ci sei abituata. Allora  tutto a posto. Allora per me 
una cosa splendida andare in giro con un numero tatuato sul
braccio.
Non ho detto neanche questo. Ho detto solo che fa parte
di te.
Ha esitato un istante. I cartelloni pubblicitari scorrevano
accanto a noi, candele di accensione, dentifrici, cereali,
pneumatici. Senza, non saresti pi tu.
Che stupidaggine, avrei voluto gridare. Smettila di appoggiarti
alla portiera, ho detto.
Ho aspettato che Madeleine si addormentasse. Sapeva che
in fondo al guardaroba c'era la cassaforte. Mi aveva visto installarla,
poco dopo il trasloco. Non le avevo mai dato la
combinazione, non perch non mi fidassi, ma perch mi dimenticavo
sempre di scrivergliela. Ma non c'era dentro niente
che lei non sapesse. Era tutto per lei, per lei e per le figlie.
Ho atteso che il respiro si facesse profondo e regolare, poi
sono rimasto fermo altri cinque minuti esatti, controllando
la sveglia del comodino. Quando ero sicuro di non svegliarla,
sono sceso dal letto, ho attraversato la camera a passi felpati,
girando alla larga dal servo muto vicino all'armadio e
dalla sedia nell'angolo, e ho chiuso la porta dietro di me.
Non volevo disturbarla con la luce. Ho chiuso anche la porta
della camera delle bambine. Bench quello che c'era in
cassaforte fosse loro, erano ancora piccole per quel genere di
cose.
Ho acceso la luce e ho aperto l'anta del guardaroba. L'odore
di pulito mi ha riempito i polmoni. Ho tolto con cura la
pila di asciugamani dal ripiano all'altezza della cassaforte,
non perch temessi che Madeleine si accorgesse che l'avevo
aperta un'altra volta, ma semplicemente per non mettere in
disordine, rovinando il lavoro suo o della signora Goralski.
Non ero un tipo che mancava di riguardo.
Ho aperto la finta porta ricavata sul retro del guardaroba.
Ho allungato la mano verso la cassaforte e ho iniziato a girare
la manopola. Otto a destra, quattro a sinistra, sei a destra.
Il mese e l'anno in cui ero giunto in America. Sentivo con la
punta delle dita i numeri che andavano al loro posto. Il solo
aprire la serratura mi dava piacere.
Ho spalancato lo sportello. La vista del passaporto con la
sua aria di ufficialit e della busta gonfia di contante mi faceva
l'effetto di un sorso di whisky, per met mi metteva l'adrenalina,
per met mi rilassava. Ho tirato fuori il passaporto.
La finta pelle della copertina era liscia sotto le dita. Il bollo e
i caratteri d'oro - United States of America - ammiccavano.
L'ho aperto con timore reverenziale, come fosse un libro di
preghiere. Le lettere nere marciavano sulla carta spessa. Van
Pels, Peter; wife, Madeleine; daughter, Abigail; daughter, Elizabeth.
Appena nato il bambino, o la bambina, avrei aggiunto
un altro nome.
L'ho rimesso in cassaforte e ho preso la busta. L'ho aperta.
Il denaro dormiva all'interno, ordinato in mazzette, ognuna
tenuta insieme da due elastici. Le ho tirate fuori, le ho sistemate
perbene sullo scaffale, poi ho poggiato la busta per
avere entrambe le mani libere per contare. Il dottore si sbagliava.
Non si pu cancellare il passato. Per questo me n'ero
andato dal suo studio. All'inizio ero un po' imbarazzato, ma
ora non pi. Avevo fatto la cosa giusta. Non che senza numero
non sarei stato pi io. Quella era una stupidaggine. Ma
cercare di cancellare il passato era solo un altro modo per vivere
nel passato. A me interessava il futuro. Ecco perch tenevo
aggiornato il passaporto e aggiungevo regolarmente
denaro nella busta. La mia vita era meglio del sogno pi folle
che avessi mai concepito quando ero al campo dispersi. Ma
volevo essere pronto per qualsiasi evenienza.
Ho riposto la busta in cassaforte, ho girato la serratura, e
sono ritornato a letto in silenzio.
Mi stavo appisolando quando ho sentito Madeleine che si
girava verso di me. Ha infilato il braccio sotto il mio, e mi ha
posato la mano sul petto, il feto schiacciato sui miei lombi.
C' ancora tutto?
Che vuoi dire?
La cassaforte. Non  questo che stavi facendo?
Volevo solo controllare una cosa.
Mi ha strofinato il viso contro l'orecchio. Era una battuta,
non una critica.
Ho cercato di non svegliarti.
Non sei stato tu a svegliarmi.  stata la tua assenza.
Ho intrecciato la mia gamba alla sua. Lei ha tolto la mano
dal petto e l'ha spostata sul mio braccio. Con la punta delle
dita si  messa a grattare il numero. All'inizio pensavo fosse
un caso, poi ho capito che sapeva cosa stava toccando.

Fino a che punto abbiamo degli obblighi verso il
mondo anche quando ne siamo stati allontanati?
Hannah Arendt, Uomini in tempi oscuri.


Capitolo 10.

Non ho sentito l'urlo che annunciava l'arrivo di mio figlio.
La sala d'aspetto era piuttosto lontana dalla sala parto, dove
un'oretta prima avevano portato Madeleine in sedia a rotelle.
 stato molto veloce. Mio figlio, come me, era un tipo impaziente.
Mi ritenevo gi un uomo fortunato. Ma ora non riuscivo a
credere alla mia buona sorte. Nel momento in cui l'ho visto,
e anche prima, nell'attimo in cui il dottore mi ha comunicato
il sesso, ogni perplessit circa l'avere un figlio maschio  svanita
nel nulla. Il problema non era irrisolvibile. Che cosa stavo
dicendo? Non c'era nessun problema. Potevo scegliere, e
avevo scelto. Non avrei permesso a niente e nessuno di interferire
con questa gioia.
Ero stato tatuato come mio padre, con lo stesso numero, a
parte l'ultima cifra, e come lui ero stato circonciso, la stessa
circoncisione di Abramo, lo stesso segno del patto. Io non
credevo nel patto. Non ero pi un ebreo. Non c'era motivo
di circoncidere mio figlio. D'altra parte, non c'era motivo
per non farlo. In America, molti gentili erano circoncisi,
compreso George Johnson, che era iscritto al country club
che non avrebbe permesso a mia moglie di oltrepassare la
soglia. Lo sapevo perch quando George mi aveva invitato a
giocare a golf, prima che scoprisse di Madeleine, mi ero
guardato molto attentamente intorno nello spogliatoio. Ero
in buona compagnia. Quantomeno non ero solo. Gi i pantaloni,
gi i pantaloni. Quante se ne sentivano di storie come
quella? Giovani biondi che si travestivano da ariani, bambini
di tre anni nascosti dalle suore cattoliche, italiani, francesi,
greci e olandesi, tutti potevano passare per cittadini, certo
inferiori alla razza superiore, ma non ebrei, finch non arrivava
l'ordine di calarsi i pantaloni. Quando lo avrebbero urlato
a mio figlio, lui cosa avrebbe risposto? Che in America
non erano solo gli ebrei a essere circoncisi? Che anche George
Johnson, che era antisemita come loro, anche se pi discreto,
era circonciso come lui? Non credo che sarebbe cambiato
molto. Non mi andava di correre il rischio.
Il nome del bambino era un problema minore, bench la
tradizione religiosa condizionasse anche questo. In un primo
momento Madeleine aveva proposto di dargli il nome di
mio padre. Poi si era ricordata chi aveva di fronte. Gli ebrei
davano ai figli i nomi dei parenti defunti, i gentili gli davano i
propri.
A meno che tu non voglia chiamarlo Peter, naturalmente.
Per i miei genitori sarebbe un dramma. Per i miei suoceri,
chiamare un bambino col nome di una persona vivente
era come sfidare il destino a fulminarlo su due piedi, ma Madeleine
non era superstiziosa, e l'idea di fare un dispetto ai
suoi non le dispiaceva affatto.
Le ho detto che non desideravo chiamarlo come me. Nessuno
dovrebbe portare il fardello dei genitori. Quanto a mio
padre, ho osservato che mi sembrava una cattiveria mandare
un Hermann, e anche un Herman, a giocare in un quartiere
di Mark, Scott e Barry come Indian Hills. Abbiamo scelto
David. Mi piaceva il suono. Ed era un nome ecumenico. C'era
il David del Vecchio Testamento, naturalmente, ma c'era
anche il David patrono del Galles. Il David del Vecchio Testamento
aveva sfidato Golia. San David veniva ritratto con
una colomba sulla spalla. Andavo sul sicuro.
La prima volta che l'ho visto era al di l di un vetro. Stava
piangendo. Agitava le braccia e scalciava sotto la copertina
rimboccata troppo stretta, la bocca una minuscola apertura
nera nel furente viso paonazzo. Sono rimasto l aspettando
che un'infermiera venisse a prenderlo. Sembrava che nessuno
lo sentisse. Non capivo come fosse possibile. Lo sentivo
io, al di l del vetro fuori dalla nursery. Gente priva di scrupoli.
Sadica. Ho chiuso la mano a pugno e ho bussato con le
nocche contro la vetrata. Un'infermiera con i capelli biondi
tinti che spuntavano disordinatamente dalla cuffia ha alzato
lo sguardo. Un leggero battere sul vetro attirava la sua attenzione,
ma le urla di un bambino no. Ho indicato mio figlio.
Lei mi ha guardato inebetita. Per favore, le ho detto con le
labbra. Come ama dire mio suocero, si prendono pi mosche
con il miele che con l'aceto. Ha scosso la testa, scocciata,
ma ha fatto i pochi passi che la separavano dalla culla e ha
preso in braccio David. Ci  voluto un minuto o poco pi,
qualche colpetto e qualche dondolio, perch si calmasse. Ho
mimato un grazie e ho fatto un inchino. Ha scosso di nuovo
la testa, ma stavolta ha sorriso. Si sarebbe meritata che riferissi
del suo comportamento ai suoi superiori, ma non volevo
farmi rovinare quella magnifica giornata da un essere insignificante
come lei. E l'ultima cosa che desideravo era far arrabbiare
mia moglie. Mi sarei buttato in ginocchio per ringraziarla
del dono di un figlio, se fossi stato il tipo, ma non lo
ero. Per dimostrarle quanto le fossi grato le avevo preso un
regalo. Una spilla di brillanti, non una cosa qualsiasi. Era pi
costosa del braccialetto d'oro che le avevo comprato quando
era nata Abigail e delle perle per Betsy, non perch la nascita
di David fosse pi significativa, solo perch ora guadagnavo
di pi.
Sono andato verso la camera di Madeleine. La scatolina
del gioielliere che tenevo in tasca mi strusciava contro la
gamba a ogni passo. Speravo che la spilla le piacesse. Mi dispiaceva
di non averle comprato gli orecchini, dopotutto. Il
gioielliere aveva detto che comprare orecchini a una donna
che non aveva i buchi alle orecchie era sconsiderato, ma io
mi sentivo cos, sconsiderato. Avevo un figlio. Non c'era
niente che non avrei fatto per lui e le sue sorelle. Non c'era
niente che non avrei dato alla loro madre. Doveva solo chiedere.
Madeleine era seduta nel suo letto d'ospedale, i riccioli
corti appiccicati alla testa, l'incarnato di un malsano color
verdastro, anche se questo particolare si poteva imputare al
riflesso delle pareti dell'ospedale. Non era al suo meglio, e io
la amavo pi che mai. Non gliel'ho detto, naturalmente.
Non aveva bisogno di sentirsi dire che aspetto avesse poche
ore dopo aver partorito. E sapeva che l'amavo.
Ho attraversato la camera fino al letto. Quando si  sollevata
sulle mani, la bocca si  contratta in una smorfia di dolore.
L'amavo davvero pi che mai. Si  spostata per farmi posto
sul letto. Mi sono seduto e le ho preso la mano. Aveva la
pelle secca come carta velina. Mi sono chinato per darle un
bacio. Odorava di medicina e di latte.
Mi ha chiesto se avevo visto David e se non pensavo anch'io
che fosse il bambino pi bello di tutta la nursery, e io
ho detto che lo pensavo anch'io, senza accennare al fatto che
avevo dovuto battere sulla vetrata per farlo prendere in
braccio dall'infermiera. Non volevo farla preoccupare. Inoltre
non le piaceva quando avanzavo pretese eccessive, sebbene
non vedessi niente di irragionevole nel chiedere a
un'infermiera di consolare un bambino che stava urlando.
Era il suo lavoro, Santo Iddio.
 venuto il pediatra, mi ha detto appoggiandosi ai cuscini.
Voleva sapere della circoncisione. Gli ho detto che
non volevamo cerimonie religiose. Un semplice intervento
medico eseguito da lui, o da uno dei suoi tirapiedi.
Uno dei suoi tirapiedi?
A volte lo fanno gli interni. Per me va bene. A patto che
sia un medico a tutti gli effetti. Non permetto a uno che non
conosce i rudimenti della medicina moderna di mettere le
mani su nostro figlio, indipendentemente da quello che dicono
i miei genitori.
Ne parleremo.
Questo significa che pap ha cercato di nuovo di convincerti.
Non c' niente di cui parlare.  nostro figlio, e noi
eravamo d'accordo. Niente cerimonie religiose. Non c'
niente da discutere.
Non eravamo d'accordo proprio per niente, ma non volevo
litigare con lei in questo momento. Era troppo debole.
Troppo eccitabile.
Intendevo discutere se farlo o no.
Cosa vuoi dire? Bisogna circonciderlo.
Perch?
Perch al giorno d'oggi si fa cos.  una pratica ospedaliera
comunemente accettata.
Una volta lo erano anche le sanguisughe.
Sii serio, Peter. Tutti i libri dicono che  pi sano.
Ah, i libri. E cosa ne sanno i libri? Dov'erano i libri
quando sono saliti quegli uomini sul treno urlando gi i pantaloni,
gi i pantaloni?
Lo dice anche il pediatra.
Il pediatra si chiama Caneglio.
E che c'entra?
Mr. Caneglio va a messa tutte le domeniche.
Non ti seguo, ha detto, ma da come ha stretto gli occhi,
sapevo che mi seguiva benissimo.
Il dottor Caneglio non deve preoccuparsi del fatto che
suo figlio possa essere scambiato per un ebreo.
Ha girato la testa di colpo, come se le avessi dato uno
schiaffo. Scambiato?
Sai cosa voglio dire.
Se non volevi che tuo figlio venisse scambiato per un
ebreo, non dovevi sposare me.
Credevo fossimo d'accordo. N tu n io siamo credenti.
Non sto parlando di credere o meno. Sto parlando dell'essere
ebrei. Io lo sono. Il che vuol dire che David  mezzo
ebreo. Secondo la legge ebraica, di cui non mi importa niente,
ma secondo quella legge,  del tutto ebreo. Se lo  la madre,
lo  anche il figlio. Dunque, mi sembra un po' tardi per
preoccuparsi che tuo figlio venga scambiato per ebreo.
Perch non le ho detto la verit in quel momento? Per lei
sarebbe stato un gran sollievo, non sapere che ero ebreo, ma
sapere che non ero una delle altre cose che cominciava a temere
che fossi. Sarebbe stata eccitata, entusiasta. Non solo
ero ebreo. Ero l'ebreo di Anne Frank. Ma per dirglielo avrei
dovuto tornare indietro. Non potevo farlo.
Tu non hai visto quello che ho visto io,  tutto quello
che sono riuscito a dire.
Mi ha guardato come se l'avessi schiaffeggiata di nuovo,
ma stavolta non ha replicato. Non poteva discutere con il
mio passato.
Ne riparleremo, ho ripetuto, anche se avevo gi deciso
che non l'avremmo fatto. Chi avrebbe protetto mio figlio, se
non l'avessi fatto io?
Ho preso la scatolina di velluto dalla tasca e gliel'ho data.
Non si  mossa. Aprila, ho detto. La fissava. Era troppo
sfinita anche solo per aprire una scatoletta. Ho sollevato io il
coperchio. La spilla di brillanti ammiccava dall'imbottitura
di satin. L'emozione  stata tale che  scoppiata a piangere.
La casa era buia. Non mi ero mai accorto di che aspetto sinistro
avesse di notte. Sentivo la mancanza degli aloni gialli
che la luce all'interno spandeva nel buio attraverso le finestre.
Mi mancava la sensazione di sapere che mia moglie e le
mie figlie erano l dentro.
Appena svoltato nel vialetto, i fari sono scivolati sulle siepi.
Qualcosa, il gatto di un vicino, un procione,  sfrecciato
attraverso il fascio di luce ed  scomparso nella notte.
Ho messo la macchina accanto alla station wagon di Madeleine,
sono sceso, e sono entrato in casa dalla porta sul retro.
Il silenzio era fitto come l'oscurit. Le bambine erano da
Susannah, sarebbero rimaste a dormire da lei. Adesso mi dispiaceva
aver accettato questa soluzione. Prima Madeleine,
le bambine e David fossero tornati sotto il mio stesso tetto,
pi sarei stato felice.
Ho acceso tutte le luci di casa. Ho appeso il soprabito nel
guardaroba dell'ingresso, mi sono tolto giacca e cravatta, e
ho preso un bicchiere dalla credenza in cucina e il portaghiaccio
dal freezer. Non ero un amante dell'alcol. Qualche
whisky con i colleghi, quando si presentava l'occasione. Passavo
per uno che diventava allegrotto ai matrimoni e altre feste
di famiglia. Non disdegnavo un cocktail ogni tanto, quando
uscivamo a cena. Ma non ero il tipo che tornava a casa la
sera e andava dritto al mobile bar. Quella sera tuttavia avevo
un motivo per festeggiare. Un figlio, un figlio non circonciso
che non sarebbe mai stato scambiato per ebreo, checch ne
dicesse Madeleine. Avevo preso la decisione giusta.
In sala da pranzo, ho preso la bottiglia di Chivas Regal
che ci portava mio suocero ogni volta che veniva a trovarci, e
mi sono riempito il bicchiere a met. Mentre lo riportavo in
cucina mi sono visto riflesso nelle grandi finestre. Ho alzato
il bicchiere per brindare a mio figlio. La figura nello specchio
ha alzato a sua volta il suo. Abbiamo bevuto.
Ho posato il bicchiere sul banco e ho preso la pentola con
il brasato e i contenitori di plastica pieni di patate e fagiolini
dal frigorifero. Cos come aveva tenuto pronta una valigetta
per diverse settimane, Madeleine aveva riempito il frigorifero
di cibarie in modo che potessi cavarmela mentre lei era
via. La mia fame si era placata, ma la mia reputazione di
mangiatore resisteva.
Su pentole e stoviglie c'erano, attaccate con lo scotch, le
istruzioni per come riscaldare il cibo. Ho fatto quel che c'era
scritto, poi sono tornato in sala da pranzo e mi sono riempito
di nuovo il bicchiere aspettando che il tutto si riscaldasse.
Una volta pronto, ho messo il cibo in un piatto e l'ho posato
sul tavolo della cucina. Non mangiavo quasi mai da solo a
quel tavolo. Avevo cenato da solo un paio di volte dopo la
nascita di ciascuna delle mie due figlie. E un'altra volta, mi ci
 voluto un attimo per focalizzarla, quando ero sceso da basso
nel cuore della notte e avevo svuotato il frigo. Ho rivisto
l'espressione di Madeleine quando aveva aperto la porta della
cucina. Aveva sbattuto le palpebre perch la luce era troppo
forte. Si era coperta il viso con una mano per ripararsi dal
bagliore accecante. E piano piano aveva messo a fuoco il mio
banchetto. Lo sguardo si era fermato sul vasetto di omogeneizzato.
Io avevo detto di averlo scambiato per salsa di mele
e l'avevo rimesso nel frigorifero, ma era troppo tardi. Che
uomo era uno che toglieva il cibo di bocca ai figli? Lei non
poteva immaginare. Il frigorifero della sua infanzia traboccava
di frutta matura e latte ricoperto da un velo di panna e
avanzi che andavano a male e venivano buttati via.
Nell'alloggio segreto avremmo potuto vivere una settimana con gli
avanzi che mia suocera buttava via in una giornata. Per mia
moglie fame significava saltare un pranzo, digiuno era il nome
di una dieta. Quella notte si era scandalizzata. Mi aveva
guardato con disgusto, come fossi un estraneo. Lo stesso
sguardo di poco prima all'ospedale, quando le avevo detto
che non volevo circoncidere nostro figlio, perch non volevo
correre il rischio che venisse scambiato per ebreo.
Mi sono alzato e ho preso il piatto. Non pensavo di aver
fame, ma all'improvviso mi  venuta voglia di mangiare ancora.
Avrei potuto divorare un quarto di bue, la quantit necessaria
per una settimana. Girandomi di nuovo ho colto la
mia immagine riflessa nelle finestre. Qualche minuto prima,
da quelle finestre aveva brindato con me un uomo giovane,
un neopadre. Adesso c'era un vecchio con le spalle curve, il
volto scavato dalla miseria, che mi guardava da sotto le palpebre
pesanti. Quando avevo cominciato a somigliare a mio
padre?
Ho raddrizzato le spalle e ho alzato il mento, ma vedevo
ancora gli occhi a mezz'asta di mio padre. Anche l'ostinazione
dipinta sulle labbra era la sua. Ho ingollato un altro po' di
alcol. L'uomo che somigliava a mio padre ha fatto altrettanto.
Auguri, ho detto e ho fatto un inchino. Lui ha risposto all'inchino.
Una bella cosa, ho detto, e lui era d'accordo. Un
figlio. Per portare avanti il nome, che non ho cambiato, l'ho
rassicurato. Perch non ce n' stato bisogno, mi ha rammentato
lui.
David van Pels, ho insistito.
David van Pels, ha ripetuto la figura nello specchio. Abbiamo
entrambi portato una mano all'occhio e l'abbiamo
strofinato con il dorso.
Tranne una cosa.
Io sapevo cosa sarebbe successo. Ma come non avevo ceduto
a mia moglie, non avrei ceduto a questa creazione della
mia fantasia. Sapevo che lo stavo soltanto immaginando.
Non ero uno di quelli rovinati per sempre, un'anima ferita
che cambiava marciapiede quando vedeva i poliziotti, che si
bloccava paralizzata dal terrore quando sentiva una sirena,
che sentiva i morti intorno a s, insieme ai vivi. Il termine
per chi era in questo stato, in tedesco naturalmente, era
Verfolgungsbedingt. Significava che il problema, qualsiasi esso fosse, era il risultato di quello che aveva subito da parte dei nazisti.
Significava anche che il poveretto aveva diritto a una
misera compensazione economica da parte del governo tedesco.
Ecco perch la Verfolgungsbedingt era cos difficile da
provare. Avevo letto qualche referto delle commissioni psichiatriche
tedesche. Depressione? Cosa aveva a che vedere
col fatto che ogni settimana per mesi e mesi stava in fila con
coetanee quindicenni a contare i numeri, otto, nove, dieci,
undici, senza sapere se quel giorno fossero destinati a morire
i pari o i dispari? Soffrivi di allucinazioni? Cosa c'entrava
con l'essere stato costretto ad assistere alla fucilazione di tuo
padre, di tua madre, di tuo fratello maggiore e delle tue tre
sorelle?
Non posso farlo, ho detto.  troppo pericoloso.
Credevo che ora fossi in America. La terra delle opportunit.
La patria degli uomini liberi e valorosi. Il paese dei peni
circoncisi.
Lo sono. Sono un cittadino americano. Lo siamo tutti.
L'intera famiglia.
Allora, spiegami, qual  il vantaggio se continui a vivere
come se fossi ancora in quel fetido nascondiglio? Dimmelo,
figliolo baciato dal successo, con una bella casa, un'azienda
florida, e una cassaforte piena di contanti per la fuga.
Non mi sono tolto il numero. L'ho tenuto per te.
Ti pare sufficiente? Ti tieni il numero e ti lavi le mani di
me? Di tua madre e di me, di tutti e due?
Non me ne sto lavando le mani. Sto solo cercando di proteggere
mio figlio.  questo che un padre fa con il figlio.
Cosa vuoi dire? Che io non ti ho protetto? Ti ho portato
ad Amsterdam, no? I Paesi Bassi erano rimasti neutrali nell'ultima
guerra. Come facevo a sapere che stavolta non lo sarebbero
stati?
Altri lo sapevano.
Ho messo tutti noi in lista d'attesa per emigrare. Ancora
prima della guerra.
Ma non abbastanza presto.
Allora, cosa mi stai dicendo, che ho aspettato troppo?
 cos, maledizione.
Non parlarmi in quel modo. Sono ancora tuo padre. I nazisti
questo non hanno potuto annullarlo, e nemmeno tu.
Non sto cercando di farlo. Il fatto che non vada urlando
ai quattro venti che sono ebreo, non significa che ti stia tradendo.
Urlare ai quattro venti? Dirlo a tua moglie e ai tuoi figli
sarebbe urlarlo ai quattro venti? Ma non m'importa di questo.
M'importa di mio nipote. Deve essere come me, e te, e
mio padre.  il minimo che puoi fare per me.
Ma tu sei morto, Santo Dio.
Mio padre mi ha guardato fisso dalla finestra. Proprio per
questo devi farlo.
Un giovanotto ammodo con una giacca bianca perfettamente
stirata ha tagliato il prepuzio di mio figlio senza nessun rituale,
e anche se David ha cacciato un urlo di protesta, non
ci sono state altre conseguenze immediate, a parte forse l'eccessiva
seppur dissimulata attenzione - era pi forte di me -
che riservavo al momento del cambio del pannolino degli altri
bambini e agli adulti negli orinatoi. Il calcolo era confortante.
Se fossero saliti oggi su un treno americano, avrebbero
scelto met della popolazione.
La sera prima che Madeleine e il bambino tornassero
dall'ospedale, ho aggiunto altri seicento dollari alla busta che tenevo
in cassaforte. Avevo gi provveduto ad aggiungere il
nome di David sul passaporto. Il denaro non aveva niente a
che vedere con il fatto che gli avessi permesso di circoncidere
mio figlio. Aggiungevo denaro ogni mese. Ormai eravamo
in cinque. Il costo della vita aumentava, anche se pi continuavo
a metterci soldi, pi diventava certo che non avrei mai
dovuto tirarli fuori.

Un uomo attraente e di notevole fascino che somigliava
a Maurice Chevalier (...) Lo trovavo molto
affascinante.
Miep Gies con Alison Leslie Gold,
Si chiamava Anne Frank.

Rimaneva il problema del secondo atto [de Il
Diario di Anne Frank] un po' fiacco (...). L'8 settembre,
dopo le prove (...) trovai la soluzione: il signor
van Daan che rubava il pane.
David L. Goodrich, The Reai Nick and Nora:
Frances Goodrich and Albert Hackett,
Writers of Stage and Screen Classics.


Capitolo 11.

Quella sera, quando sono rientrato a casa, Madeleine portava
un tailleur nero di lana, i tacchi alti che le allungavano i
polpacci come le corde di un'arpa, e le perle, non il filo doppio
che le avevo regalato io quando era nata Betsy, quello lo
metteva per uscire la sera, ma il filo singolo che le avevano
regalato i suoi genitori quando aveva compiuto sedici anni.
Era andata da qualche parte, ma non riuscivo assolutamente
a ricordarmi dove, anche se me l'aveva sicuramente detto.
 stato bellissimo.
Non mi ero ancora nemmeno tolto il cappotto.
Che cosa  stato bellissimo?
Lo spettacolo.
Ora ricordavo. Non capivo come mi fosse sfuggito di
mente. Lei e Susannah erano andate in treno a New York
per assistere alla matine de Il Diario di Anne Frank. Niente
di strano. Mia moglie e la sorella andavano spesso alle
matine senza i rispettivi mariti. Sia io che Norman detestavamo
il traffico per arrivare in citt, cenare di corsa per entrare
prima che si alzasse il sipario, e stare seduti in un teatro troppo
riscaldato con le ginocchia in bocca - Norman  alto pi
o meno come me -, i cappotti arrotolati sulle ginocchia, e
qualcuno che ti soffia alitate d'aglio da ottimo ristorante
francese sul collo, il tutto per due ore e mezza. Susannah
aveva cercato di convincere Norman a fare un'eccezione per
questo spettacolo, ma Norman aveva insistito che nessun
uomo sano di mente avrebbe passato un sabato sera a guardare
otto attori che facevano finta di essere rinchiusi in un
paio di stanze mal ossigenate, in attesa di morire. E io l'avevo
appoggiato. Non ci piaceva nemmeno Tennessee Williams,
un'altra passione delle nostre mogli. Non sopportavamo
tutti quegli infelici che si torturavano a vicenda senza alcun
buon motivo, parlando con accenti incomprensibili.
A differenza di sua sorella, Madeleine non aveva cercato
di convincermi a vedere Il Diario di Anne Frank. Non sapeva
nulla della mia vita durante la guerra, solo che ero sopravvissuto
in qualche modo ad Amsterdam, cosa difficile ma non
impossibile per un gentile, e che poi ero finito ad Auschwitz
perch mi ero rifiutato di firmare il giuramento di fedelt al
Reich richiesto a tutti gli studenti. Non le avevo mai detto
che era questo il motivo, anche se le avevo parlato del giuramento,
ma in qualche modo a mano a mano che cresceva la
sua indignazione per le udienze di McCarthy, aveva finito col
crederlo. Il mio coraggio la elettrizzava, la mia sconsideratezza
la preoccupava, e le due cose insieme l'avevano convinta
che una pice ambientata ad Amsterdam durante l'occupazione
mi avrebbe riguardato troppo da vicino e avrebbe
intaccato la mia serenit. Si sbagliava. Ammetto che la prima
volta che avevo visto il libro ero rimasto sconvolto, ma erano
passati anni. Lo spettacolo poi c'entrava ancora meno con
me. Avrei a malapena riconosciuto i personaggi. Avrei solo
provato antipatia per l'accolita di attori che li impersonava.
Qualche anno dopo, a Broadway avevano messo in scena
uno spettacolo su Franklin Roosevelt intitolato Sunrise at
Campobello, e un giornalista aveva chiesto a Eleanor Roosevelt
che cosa ne pensasse. Mrs. Roosevelt aveva risposto che
era un bello spettacolo, ma non aveva niente a che fare con
persone di sua conoscenza. Questo era quello che provavo
io per Il Diario di Anne Frank senza neppure averlo visto.
 stato magnifico, ha detto Madeleine. Magnifico non
era una parola che mia moglie usasse normalmente, e da
questo indizio, dalle frasi smozzicate, dal modo in cui stava
seduta al tavolo della cucina, dritta contro lo schienale, mentre
le bambine cenavano, ho capito che una parte di lei era
ancora al Cort Theater a guardare Joseph Schildkraut nel
ruolo di Otto Frank, Gusti Huber in quello della signora
Frank e Susan Strasberg che faceva Anne. La parte di Peter
era affidata a un attore che si chiamava David Levin. Non
volevo vedere la pice ma in un modo o nell'altro avevo raccolto
una notevole quantit di informazioni su di essa. Una
volta che mi trovavo in centro ero persino passato davanti al
teatro. Non ricordo perch fossi andato in centro. Le lettere
nere scorrevano sull'insegna al neon. Mentre le stavo guardando
a testa in su mi si era avvicinato un uomo. Ehi, amico.
Avevo stretto i pugni prima ancora di voltarmi. Aveva
un grugno al posto del naso. Venti dollari, mi ha bisbigliato.
Quinta fila centrale. Un affare. Avevo sciolto i pugni.
Era solo un bagarino. Gli avevo detto che non mi interessava,
ma appena mi ero girato e avevo imboccato la Quarantottesima
strada, mi ero messo a ridere per la follia. Venti
dollari per un biglietto da quattro e ottanta. Anne sarebbe
stata orgogliosa.
Ho portato il cappotto nel guardaroba dell'ingresso. Madeleine
si  alzata in piedi e mi ha seguito.
Mi ha spezzato il cuore. Un'altra espressione che non
buttava l tutti i giorni.
Non ne dubito, ho detto e sono tornato in cucina. Lei
mi seguiva.
C'erano anche momenti divertenti.
Quindi era una commedia.
Ho preso un bicchiere dalla credenza, ho aperto il freezer
e ho tirato fuori il portaghiaccio. Come ho detto, non sono
un bevitore, ma quella sera avevo bisogno di un drink. Il sindacato
locale degli imbianchini minacciava di scioperare di
nuovo per la faccenda delle vernici a spruzzo.
Ho fatto scivolare due cubetti di ghiaccio nel bicchiere,
sono andato in sala da pranzo, l'ho riempito a met di
scotch, e sono tornato in cucina. Mia moglie mi seguiva passo
passo.
 la cosa migliore che abbia visto da parecchi anni a
questa parte.
Mi sono seduto a tavola tra le mie figlie e ho posato il bicchiere
davanti a me. Sono contento che ti sia piaciuto.
Non credo che piaciuto' sia la parola giusta, ma sicuramente
mi ha fatto capire meglio certe cose.
Per certe cose intendeva me. Non le avrei detto che stare
seduta in un teatro per due ore e mezza a guardare degli attori
che fanno finta di aver fame e di essere terrorizzati e condannati
non l'avrebbe aiutata a capirmi. Non le avrei neanche
spiegato che non volevo che mi capisse. La amavo perch
non mi capiva. Per questo tiravo dritto quando la ragazza
al Marseilles mi sorrideva. Non ripensavo a lei da anni.
Non ci avrei pi pensato appena Madeleine avesse smesso di
parlare dello spettacolo.
Allora, ho detto ad Abigail, cosa  successo a scuola
oggi?
Ha steso un braccio per farmelo vedere. Quella esilit ancora
mi intimoriva. Aveva un cerotto sul gomito.
Se preferisci non sentirne parlare, ha detto Madeleine.
Sto ascoltando, le ho detto. Che  successo? ho
chiesto ad Abigail.
Laurie mi ha dato una spinta.
Nel finale ho pianto, ha detto Madeleine. Tutto il
pubblico era in lacrime.
E tu gliel'hai ridata? ho chiesto ad Abigail.
Abby ha sogghignato e ha fatto cenno di s col capo.
Bravissima.
 rimasta nel nascondiglio per due anni, ha detto Madeleine,
poi  morta in un campo di concentramento. Per
pronunciare le ultime due parole ha abbassato la voce, come
se non fossero adatte a orecchie infantili, come se le nostre figlie
potessero capire pi di quanto capiva lei. Ma non ha
mai perso la fede nell'umanit.
Mi sono girato verso Betsy. Aveva le mani e la faccia piene
di cibo, ma il piatto era ancora pieno. I capricci che facevano
le mie figlie per mangiare mi riempivano di sgomento. Non
sapevano cosa fosse la fame? Grazie a Dio non sapevano cosa
fosse la fame. Accipicchia, che buone che devono essere
queste carote! Ho fatto schioccare le labbra.
Se non ne vuoi sentir parlare, dimmelo, ha ripetuto
Madeleine.
Non avrei dovuto essere costretto a dirglielo. Sto ascoltando,
le ho ripetuto e ho preso un cucchiaio dal piatto di
Betsy.
L'aspetto pi straordinario, che ti permette di tollerare
l'intollerabile,  il trionfo dello spirito dell'uomo.
Adesso eravamo allo spirito dell'uomo.
Il padre, Otto Frank,  ancora vivo. La pice inizia cos.
Con lui che trova il diario.
Ho bevuto un sorso del mio drink.
Non riesco a immaginare, ha detto Madeleine, come
dev'essere.
Aveva ragione. Non poteva. E allora perch cavolo continuava
a parlarne? Ho alzato il cucchiaio verso la bocca di
Betsy. Betsy ha serrato le labbra.
Sai qual  un'altra cosa affascinante? Il modo in cui i diversi
personaggi affrontano la situazione. Nel nascondiglio
c'erano due famiglie, e un uomo solo. L'uomo, si chiama
Dussel, era un idiota totale.
 questo che significa la parola dussel. Non avrei voluto
interloquire. Non sarei riuscito a fermarla, ma non volevo
nemmeno incoraggiare la conversazione.
Non lo sapevo.
Tu non sai il tedesco.
Che coincidenza. Che sia un idiota e che si chiami proprio
cos.
Cristo Santo, Madeleine. Il nome l'ha inventato lei.
Ho spinto con delicatezza il cucchiaio tra le labbra serrate di
mia figlia. Lei ha scosso la testa da una parte all'altra. O almeno,
credo.
Certo. Avrei dovuto saperlo. In ogni caso, questo personaggio,
questo Dussel  proprio un pagliaccio, ma il terzo
uomo, l'altro padre, van Daan,  ancora peggio.
Peggio in che senso? Avrei voluto mordermi la lingua.
Era un ladro.
Ho spinto il cucchiaio fra le labbra di mia figlia. Ha aperto
la bocca per protestare, l'occasione che aspettavo. Ho infilato
dentro il cucchiaio.
 la scena pi orribile. Una notte la signora Frank sente
un rumore e si alza, e c' il signor van Daan, il padre del
ragazzo di cui Anne  innamorata, che sta rubando il pane dalla
credenza. Tutte le volte che avevano pensato fossero i topi,
invece era lui. Lui. Che toglie il cibo di bocca a suo figlio. Te
lo immagini?
Non  mai successo, ho detto sopra i lamenti di mia figlia.
Cosa?
Le ho infilato un altro cucchiaio in bocca. Voglio dire
che no, non riesco a immaginare che possa succedere una
cosa del genere. Forse non  andata cos.  solo una pice
teatrale.
Ma  basata sul diario.
Mia figlia strillava. Io la rimpinzavo.
Il diario  vero, ha insistito Madeleine. Quindi il padre
deve averlo fatto.
Il cucchiaio  caduto tintinnando sul pavimento. Non l'avevo
buttato io. Era scivolato.
Maledizione, Madeleine, sei anche laureata. Non hai
mai sentito parlare di licenza poetica? Mi sono staccato dal
tavolo e mi sono alzato in piedi. E mentre stai l a preoccuparti
di chi aveva mangiato cosa, perch non ti dedichi un
po' a tua figlia? Perch non provi a farle fare un pasto decente
invece di darti pensiero per un gruppo di attori ben in carne
che non sanno nemmeno cosa significhi soffrire la fame?
Sarebbe gi stato abbastanza grave se mi fossi fermato l.
Forse se mi fossi preso la briga di guardare le loro facce voltate
all'ins, quelle delle bambine sporche di cibo, e lo stupore
e la paura dipinti sul viso di tutte e tre, mi sarei trattenuto.
Ma non l'ho fatto, non le ho guardate. Guardavo al di
l delle loro spalle sottili, dei loro capelli lucidi, verso un altro
gruppo raccolto intorno a un altro tavolo, i volti con le
guance incavate, i capelli opachi per la sporcizia e la malnutrizione,
gli stomaci indolenziti dalla fame. Ho sbattuto le
palpebre per scacciare questi altri commensali, ma non se ne
volevano andare.
Come te. Come tutta la tua dannata famiglia. Spizzicate
dal piatto, e buttate nella spazzatura cibo buonissimo. Mi fate
schifo, ho urlato uscendo come una furia dalla cucina.
Sono sceso in salotto e ho acceso la televisione. Sorridenti
volti grigi mi guardavano maliziosi. Bocche aperte e chiuse.
Voci che ragliavano. Mi sono alzato e ho abbassato il volume.
Cos riuscivo a sentirle, in cucina.
Madeleine cantava la melodia e i singhiozzi delle mie figlie
tenevano il ritmo. Pap non voleva essere cattivo.
Mamma ha detto delle sciocchezze, e lui si  arrabbiato.
Mamma avrebbe dovuto capire. Pap non ce l'ha con voi.
Ho rialzato il volume della televisione.
Quando qualche minuto dopo ho guardato in cima alle
scale, le mie figlie erano l. Gli occhi pieni di sfiducia, le bocche
strette di sospetto.
Dai, ho detto, venite a farmi compagnia.
Betsy, l'avventuriera, ha sceso esitante un unico scalino.
Abigail, che sapeva il fatto suo,  rimasta dov'era.
Ho spalancato le braccia sullo schienale del divano in un
doppio invito. Dai, ho ripetuto. Betsy ha sceso un altro
scalino. Abigail non si  mossa.
Eddai, per piacere, ho supplicato.
Betsy ha fatto un altro scalino.
Ancora di pi per piacere.
Ha sceso gli ultimi due scalini e ha attraversato di corsa la
stanza buttandosi sul divano. Abigail ha aspettato che la sorella
si fosse accoccolata nella curva del mio braccio. Era
cauta, la mia primogenita. Quando  stata certa che non fosse
uno scherzo, che non mi sarei trasformato di nuovo in un
mostro,  venuta anche lei a sedersi vicino a me, dall'altra
parte. Le ho strette a me. Va tutto bene, ho detto a voce
alta per superare il volume della televisione. Non c' nulla
di cui preoccuparsi. Erano le parole di un padre, anche se
mio padre non me le aveva mai dette, per non mentirmi.
Quando mezz'ora dopo sono salito in cucina, Madeleine era
davanti al lavandino con le spalle alla porta. Si era tolta la
giacca del tailleur e si era messa un grembiule sopra la gonna
e la camicetta. Una delle scarpe a tacco alto era posata di lato.
Il peso del corpo gravava tutto sul piede, e quindi aveva
un'anca pi in alto dell'altra. Era una posa maliziosa, ma sapevo
che non era voluta.
Vuoi che ti porti le pantofole?
Ha fatto segno di no con la testa. I riccioli le sfioravano il
colletto sulla nuca.
Mi dispiace, scusami.
Lei non ha detto niente.
Non so cosa mi sia preso.
Ha chiuso l'acqua, ha preso uno strofinaccio, e si  voltata
verso di me.
Una striscia di mascara sciolto le colava sulla guancia. Se
volevi che smettessi di parlarne, avresti dovuto dirlo. Ti ho
chiesto se ti dava fastidio. Ti ho chiesto se volevi che smettessi.
Non  questo.
E allora cos'? Non capisco.
 questo il punto. Non capisci. Non puoi. E io non voglio
che tu capisca.
Non pensiamoci pi.
 rimasta l a fissarmi dall'altra parte della cucina in mezzo
al ronzio degli elettrodomestici.
Hai del mascara sulla guancia.
Ha alzato una mano e si  strofinata la guancia sinistra.
A destra.
Si  strofinata l'altra guancia. Lo sbaffo si  esteso. Avrei
dovuto avvicinarmi e aiutarla a pulirlo. Sono rimasto dov'ero.
Lei si  voltata di nuovo verso il lavandino.
Fammi solo un favore, mi ha detto.
Qualsiasi cosa. Dicevo sul serio.
Non portarmi i fiori, domani. Non portare fiori a me, e
non portare niente nemmeno alle bambine.
Che cosa vuoi dire?
Dico che  quello che fai sempre dopo episodi come
questo.
Come questo? Da come lo dici sembra che succeda regolarmente.
Non ha detto niente. Non si  nemmeno girata, ma dal ritmico
movimento delle spalle, simile a quello degli uomini in
preghiera nella sinagoga dove ero andato dopo aver riacquistato
la voce, ho capito che aveva ricominciato a piangere.
Non era giusto. Non succedeva regolarmente. Non litigavamo
mai.
La sera del giorno dopo, tornando a casa mi sono fermato a
comprarle una camelia. Aveva detto di non prenderle fiori,
ma sapevo che non diceva sul serio. Inoltre, questi non erano
fiori recisi, che sarebbero morti nel giro di qualche giorno,
questa era una pianta che avrebbe continuato a fiorire.

Gusti [Huber]  stata la prima attrice austriaca
ad essere prosciolta dal comando militare americano.
Joseph Besch, ex Capitano Besch, Esercito
degli Stati Uniti, marito di Gusti Huber,
citato in una rubrica di Broadway Discovers.

Gusti Huber (...) interpreta la signora Frank (...).
Una celebre attrice di teatro e una star del cinema
nella Germania nazista, durante la guerra,  presente
in numerose pellicole (...). Nel 1943, mentre
la vera signora Frank viveva nel terrore perenne temendo
per la vita dei suoi cari, Gusti Huber deliziava
i tedeschi con un film intitolato Gabrielle
Dambrone (...). Nel 1944, quando la famiglia
Frank viaggiava in vagoni piombati, la signorina
Huber divertiva i cittadini del Terzo Reich con le
sue esibizioni da primadonna (...). Nello stesso periodo
in cui Anne veniva uccisa a Bergen Belsen,
Gusti stava girando una commedia (...). Mi domando
se avrebbe mai pronunciato la parola "Sholom" dal palcoscenico - se Hitler avesse vinto la
guerra.
Herbert G. Luft, American Jewish Ledger,
Newark, New Jersey, 28 marzo 1956.


Capitolo 12.

Quando quella sera sono entrato in cucina, Madeleine era
seduta al tavolo, gli occhiali di tartaruga sul naso, davanti alla
vecchia macchina da scrivere portatile che usava al college.
La tirava fuori spesso dal fondo del guardaroba dell'ingresso
per dar voce alla sua partecipazione a tutta una serie
di buone cause di cui si interessava. Nei mesi prima
dell'esecuzione dei Rosenberg non l'aveva quasi mai messa via.
Adesso era un po' che non la vedevo.
Mi sono scusato per il ritardo e lei senza smettere di scrivere
mi ha risposto che David dormiva, ma le bambine le
aveva appena messe a letto e facevo ancora in tempo a dar
loro la buona notte. Le dita scorrevano veloci sulla tastiera.
Era un'ottima dattilografa, grazie a mio suocero, che aveva
insistito perch le figlie sapessero fare qualcosa di utile, nel
caso in cui un disgraziato imprevisto le avesse un giorno costrette
a guadagnarsi da vivere per conto loro. Invidiavo
quella definizione di disgraziato imprevisto.
Sono andato di sopra ad augurare la buona notte alle
bambine. Madeleine doveva essere molto presa da quello
che stava facendo, perch aveva perso la cognizione del tempo.
Dormivano gi. Mi sono fermato sulla porta a guardarle
nella fioca luminescenza che emanava come una nebbiolina
rosa e celeste dalla luce notturna a forma di farfalla attaccata
alla presa d'angolo. Abigail dormiva composta e compatta
come una mummia, le braccia lungo i fianchi, il viso pulito
come una luna che sorgeva dal paesaggio della trapunta a
fiori. Betsy giaceva a pancia in sotto, con le braccia e le gambe
aperte come se fosse caduta dall'alto. Quella posizione mi
ricordava qualcosa. Ci ho messo un attimo a capire cosa. La
forma di una svastica. Sono entrato nella stanza, mi sono chinato
sul letto e le ho chiuso le braccia e le gambe. Poi le ho
tirato su la coperta e sono sceso di nuovo.
Madeleine era sempre seduta al tavolo. Le mani volavano
sulla tastiera. Aveva fretta di finire. Non le piaceva farsi trovare
occupata quando tornavo a casa la sera. Le riviste femminili
che leggeva e sua madre le avevano sempre detto che
la poca attenzione era il primo passo verso l'abisso popolato
dai mariti girandoloni e dalle arpie rovinafamiglie, decise a
diventare seconde mogli. Lei non era tipo da dar retta alle
riviste o a sua madre, d'altro canto non era nemmeno sicura
che avessero torto e non aveva voglia di provarlo.
Mi sono avvicinato alle sue spalle, l'ho baciata sulla testa
chinandomi un po', e le ho infilato le mani sotto le ascelle
per abbracciarla. Aveva smesso di allattare, ma il seno era
ancora gonfio.
Ha alzato le spalle per mandarmi via. Tra un minuto ho
finito.
Di che si tratta questa volta? Bambini che muoiono di
fame in Grecia o maccartisti a Washington? La prendevo
in giro per le cause per cui si batteva, ma invidiavo la fede
che ci metteva. Com'era confortante credere che una lettera
furibonda potesse riparare un torto, che una petizione piena
di firme potesse salvare il mondo.
Dai un'occhiata. Mi ha indicato con il capo un giornale
aperto sul tavolo. Newark Star-Ledger. Noi non compravamo
il Newark Star-Ledger. O gliel'aveva dato qualcuno o le
avevano consigliato di comprarlo. Era una campagna.
Ho preso il giornale. Il titolo della colonna di sinistra ha
attirato la mia attenzione.
IL RUOLO DI GUSTI HUBER
NEL DIARIO DI ANNE FRANK
Ero stupito. Madeleine non aveva pi nominato la pice dalla
sera in cui avevo fatto quella scenata a lei e alle bambine
sullo spreco di cibo. Il fatto che riproponesse questo argomento
era il segno di quanto fosse esasperata. Non voleva
farmi arrabbiare, ma non riusciva a chiudere gli occhi su
un'ingiustizia, qualunque essa fosse.
Questo documento, sia come libro che come spettacolo
teatrale, ha toccato il cuore di centinaia di migliaia di persone,
ho letto.
Continuavo a non capire perch. Un mucchio di gente era
vissuta nei nascondigli. Ne erano morti a milioni. Non gliene
era importato niente a nessuno. O almeno, nessuno aveva
fatto niente per fermare la strage. E nessuno aveva voglia di
parlarne. Dov'eri stato, cosa avevi visto non erano cose che ti
facevano conquistare la simpatia della gente. Dieci anni prima
era proprio cos. E oggi ancora di pi. Tranne che per
Anne. Il mondo non ne aveva mai abbastanza di Anne. Susan
Strasberg si affacciava dalle pagine patinate di decine di
riviste, compresa la copertina di Life, con la bella carnagione
vellutata, gli occhi luminosi, i capelli splendenti. Anche Anne
avrebbe dovuto avere quella bella cera in quei giorni. Tutti
noi. I membri del cast dichiaravano di provare un'emozione
fortissima quando recitavano la parte, ovvero sei volte alla
settimana e due volte al mercoled e al sabato. Le teenager
ritagliavano le foto del giovane attore che faceva la parte di
Peter e le attaccavano al muro, come Anne appendeva le foto
delle star del cinema e dei membri delle famiglie reali sopra
al letto. Se Abigail avesse avuto qualche anno di pi,
avrebbe avuto appesa sul letto la fotografia di un ragazzo che
impersonava suo padre da ragazzo. D'accordo le cotte per
gli attori, ma questa passione, questa mania per la miseria e
la sofferenza, non potevo permetterla. Doveva finire.
Madeleine, avrei detto.
S? Avrebbe risposto lei senza alzare gli occhi dalla tastiera.
A proposito di questo spettacolo.
Mmhmmh.
Peter sono io.
Avrebbe alzato la testa dalla tastiera con uno scatto improvviso?
Mi avrebbe detto di smetterla di scherzare, perch
non c'era niente da ridere? Mi avrebbe creduto? E se s, cosa
sarebbe successo? Mi avrebbe stretto al petto? Avrebbe
confortato le mie sofferenze? Avrebbe infilato la chiave d'argento
del suo amore, perfettamente lucida come tutta l'argenteria
di casa, nel lucchetto che chiudeva il mio passato, e
lo avrebbe aperto? Questo non potevo permetterlo.
Ho abbassato di nuovo gli occhi sul giornale e ho letto rapidamente
il resto dell'articolo. Parlava di Gusti Huber, l'attrice
che impersonava la madre di Anne Frank a Broadway, e
della sua carriera prima che arrivasse in America. Raccontava
che a Vienna prima della guerra si era rifiutata di lavorare
con attori e registi ebrei e che aveva continuato a fare film
per i nazisti fino alla fine del conflitto. Nello stesso periodo
in cui Anne veniva uccisa a Bergen Belsen, Gusti stava girando
una commedia intitolata Wie ein Dieb in Der Nacht, "Come
un ladro nella notte".
Ecco un'altra cosa che amavo dell'America. Quaggi,
questa era ancora una notizia.
Hai scritto una lettera al direttore?
Madeleine si  alzata in piedi, ha riposto la macchina da
scrivere nella valigetta, e l'ha chiusa con un colpo secco.
Qualcosa in pi. Ha preso una delle lettere e me l'ha data.
Mr. Kermit Bloomgarden
1545 Broadway
New York 36, N.Y.
Bloomgarden era il produttore dello spettacolo. Un'altra
informazione che avevo acquisito senza rendermene conto.
Ho scorso velocemente la lettera. Mia moglie e centinaia
di altre donne minacciavano di boicottare lo spettacolo se
Gusti Huber non fosse stata sostituita.
Tu sei gi andata a vedere lo spettacolo.
Ma lui non lo sa.
Ho dato un'occhiata al tavolo. Era pieno di fogli sparpagliati.
A chi altro stai scrivendo?
Al regista. Agli autori. Al Drama Guild. E all'Actor's
Equity.
Ho guardato mia moglie dall'altra parte del tavolo. Aveva
le guance scarlatte, lo sguardo un po' folle. Come dopo aver
fatto l'amore. Ho guardato di nuovo sul tavolo. Non c'era
niente di male in una manciata di lettere a persone che probabilmente
non le avrebbero nemmeno mai lette. Il produttore
e il regista erano famosi. I due autori avevano fatto fortuna
scrivendo film su un marito e una moglie detective sempre
ubriachi con una cagnetta terrier e su James Stewart che
decide di non suicidarsi la vigilia di Natale. Non avevo idea
di come sapessi tutte quelle cose. Lo spettacolo stava andando
bene. A nessuno di loro importava un accidenti se l'attrice
che faceva la signora Frank aveva recitato per Hitler in
persona.
E a Otto Frank. Le guance di Madeleine stavano prendendo
fuoco. La fiamma dell'integrit le guizzava nelle pupille.
Cosa?
Fa parte della campagna. C' un elenco di persone a cui
scrivere, tra cui il padre di Anne Frank. Ti ho detto che  ancora
vivo. Vive in Svizzera.
Svizzera, ho ripetuto. Avevo visto il suo nome negli
elenchi dei sopravvissuti della Croce rossa. Avevo letto qualcosa
su di lui quando era stato pubblicato il diario. Ma erano
informazioni inconsistenti come dei pettegolezzi. Adesso era
nella mia cucina. Non potevo pi far finta di non crederci.
Per me sei come un figlio, mi diceva sempre quando gli portavo
da mangiare nell'ospedale di Auschwitz.
A Basilea, ha detto Madeleine. Ha preso una lettera
dal tavolo e ha letto. Herbstgasse 11, Basel, Switzerland.
Le ho preso il foglio dalle mani. Caro signor Frank. Lo
sguardo  corso a fondo pagina. La lettera era educata, perfino
deferente. Era sicura che il signor Frank non ne fosse a
conoscenza. Era certa che non avrebbe permesso un simile
sacrilegio alla memoria di sua figlia. Gli assicurava che il diario
aveva un posto nel suo cuore e nella sua coscienza. Sono
arrivato in fondo alla pagina.
Saluti,
Madeleine van Pels
(Mrs. Peter)
Mia suocera, la Emily Post del New Jersey centrosettentrionale,
aveva educato bene le sue figlie. Per quanto ribelle
fosse stata da piccola, mia moglie non avrebbe mai firmato
una lettera senza mettere il Mrs e il mio nome sotto il suo,
come non si sarebbe mai soffiata il naso in un tovagliolo o
non sarebbe andata a teatro senza guanti bianchi.
Non potevo permetterlo. Quando Otto mi aveva detto
che per lui ero come un figlio, io avevo bisogno di un padre.
Ma adesso non potevo permettermi un padre, non uno come
Otto, quantomeno, che era schiavo del passato. Fosse stato
vivo mio padre, sarebbe stato diverso. Non gli avrei mai voltato
le spalle. Lo giuro. Non si pu giudicare un uomo per
come si comporta sulla banchina di una stazione con i cani
alle calcagna e gli ufficiali SS che lo picchiano in testa, o
quando  nel mirino del fucile di una guardia del campo. Ma
Otto non era mio padre. Lo ammiravo. Lo compativo. Ma
non potevo accompagnarlo nel suo patetico viaggio nel passato.
Non me la sentivo di rientrare in quel mondo di tenebre.
Mi sarei rifiutato di mettere in pericolo me e la mia famiglia
per i suoi ricordi.
Non avrai davvero intenzione di spedirla?
Perch no?
Perch  crudele.
Deve essere informato. Sono sicura che vorrebbe saperlo.
Se fossi in lui, io vorrei.
Di nuovo sullo stesso punto, la fede cieca nell'idea di potersi
sostituire a qualcuno.
Pensi che Otto non lo sappia? Pensi che lo sappia l'uomo
che ha scritto questo articolo, e le persone che hanno organizzato
questa campagna di lettere, e adesso anche io e te
lo sappiamo, ma il padre della ragazza che ha scritto il diario
non lo sa?
Non posso credere che lo permetterebbe, se lo sapesse.
Forse aveva ragione. Forse Otto non lo sapeva. O forse lo
sapeva e ancora non aveva imparato la lezione. Quando l'uomo
della Grne Polizei che era venuto a prenderci aveva notato
il nome di Otto e il grado che occupava nell'esercito tedesco
stampato sul vecchio baule della Prima guerra mondiale,
era praticamente scattato sull'attenti, e il volto di Otto
si era disteso. Quella era la Germania che conosceva. Qualche
minuto pi tardi ci avevano spinto gi per le scale e fatto
salire sul furgone che ci stava aspettando.
Forse non pu farci niente. Queste cose sono scritte nei
contratti. La gente compra e vende i diritti, esattamente come
si fa con le propriet immobiliari. Quando vendo una casa,
non posso impedire al nuovo proprietario di dipingerla
con un colore orrendo o arredarla con mobili per me inguardabili.
Se quest'uomo, come hai detto che si chiama, Otto
Frank, ha venduto i diritti della pice, probabilmente non ha
voce in capitolo sugli interpreti.
 rimasta immobile a guardarmi. Il rossore ha pian piano
abbandonato le sue guance. Si tormentava il labbro inferiore
coi denti superiori. Mia moglie  una donna sensibile.
Tu credi?
Credo che se lui non lo sa, e quando lo scopre non pu
farci niente, sar una tortura. Un'altra tortura. Se altri lo
vogliono tormentare, facciano pure. Ma non credo che tu e io
vogliamo partecipare.
Non ci avevo mai pensato in questo modo.
Adesso s. Ho strappato in due la lettera che tenevo in
mano. Lei non ha fatto obiezioni.
Mia moglie non ha mai spedito nessuna delle lettere che
aveva scritto a macchina con tanta veemenza, anche se non
lo sapeva. Me le ha date la mattina seguente perch le spedissi.
Ho preso le buste con l'indirizzo scritto con cura e le
ho posate accanto a me sul sedile anteriore dell'auto. Poco
pi tardi, mentre aspettavo che il benzinaio mi facesse il pieno,
le ho strappate proprio come avevo fatto con la lettera di
Otto e ne ho buttate una met nella pattumiera del benzinaio
e l'altra met in un bidone di metallo al cantiere. Mr.
Bloomgarden, Mr. Kanin e gli altri probabilmente non sapevano
che quelli che Anne chiamava van Daan in realt erano
i van Pels. Ma non volevo correre il rischio.
Lo spettacolo  andato avanti per un anno e mezzo. Mi ero
abituato a vederlo pubblicizzato, a sentire gli elogi delle persone
che erano state pi lente a scoprirlo di mia moglie e di
sua sorella, e, nelle rare occasioni in cui concedevo a Madeleine
di trascinarmi a teatro, a passare davanti alle fotografie
degli attori con gli abiti logori e i volti sofferenti che guardavano
fuori dalle bacheche del Cort Theater. Non avevano,
come ho gi detto, niente a che fare con me. Tuttavia, quando
ho visto l'articolo, solo un trafiletto per la verit, non ho
resistito. Non era per me. Lo facevo per i miei figli.
Quando sono entrato in salotto, le bambine hanno smesso
di guardare la televisione, hanno visto la gabbietta che
avevo in mano, e sono saltate come molle. Mi si sono lanciate
addosso. David le ha seguite, procedendo sulle punte dei
piedi come un ubriaco in miniatura. Li avevo aggrappati
addosso tutti e tre, che cercavano di sbirciare dentro la gabbietta,
fra urla e strilli. Madeleine ha sentito il rumore ed 
scesa in tempo per vedere il gatto che usciva placidamente
dalla gabbietta.
Che cos'? ha chiesto.
Cosa ti sembra?
Non si  messo rasente i muri del salotto come avrebbe
fatto la maggior parte dei gatti trovandosi in un nuovo territorio,
ma lo ha esplorato attraversandolo nel mezzo. Era un
esemplare temerario, abituato alle luci forti, al rumore degli
applausi e agli estranei. Si  diretto a passi felpati verso il divano,
ci  saltato sopra, ha fatto un giretto sulla spalliera, ed 
balzato di nuovo sul pavimento, coi bambini incollati dietro.
Questa  una sorpresa, ha detto Madeleine.
Avevamo parlato di tenere un animale in casa.
S?
Certo, quando i Wiener hanno preso il barboncino.
Ma  passato pi di un anno.
Se non lo vuoi... Appena iniziata la frase, le mie figlie si
sono messe a urlare per protesta, come sapevo avrebbero
fatto.
Madeleine mi ha guardato e ha scosso la testa. Pensi che
chieder alle mie figlie di scegliere fra me e un animaletto
peloso? No, mi piace l'idea, ma come mai non hai preso un
cucciolo?
Questo aveva bisogno di una casa.
Perch?
Non c'era motivo di non dirle la verit. Secondo il trafiletto
che avevo visto sul giornale, quando erano finite le repliche
de Il Diario di Anne Frank, n gli attori, n i macchinisti,
n nessuno della produzione aveva voluto il gatto che aveva
recitato la parte di Mouschi. Madeleine sarebbe stata felice
di avere un gatto con un pedigree simile. La sentivo gi raccontare
la storia. E non indovinerai mai da dove viene.
Uno degli operai l'ha portato al cantiere, ho detto.
Ma ha scoperto che sua moglie  allergica.
 maschio o femmina? ha chiesto Abigail.
Maschio.
Betsy stava cercando di convincere il gatto a saltarle in
braccio. Gli possiamo dare un nome?
Potete provare, ma ne ha gi uno. Si chiama Mouschi.
Sentendo il suo nome, il gatto  schizzato via dalle gambe
di Betsy ed  saltato in braccio a me.

Nell'uomo c' proprio l'impulso di distruggere,
di uccidere, di assassinare.
Anne Frank, Diario, 3 maggio 1944.

Se tutti gli uomini fossero buoni, non ci sarebbe
mai stato un Auschwitz; n ci sarebbe l'eventualit
che si possa ripetere.
Bruno Bettelheim, The Ignored Lesson
of Anne Frank, in Anne Frank: Reflections on
Her Life and Legacy, a cura di Hyman A. Enzer
e Sandra Solotaroff-Enzer.


Capitolo 13.

Immaginavo che ne avrebbero fatto un film. La pice aveva
vinto il Premio Pulitzer. In tutta America, ogni sera c'erano
degli Otto in tourne con le rispettive compagnie che incespicavano
su palcoscenici allestiti da alloggi segreti e scoprivano
i diari delle figlie, e c'erano tante Anne e tanti Peter che
si innamoravano, e una decina di versioni diverse di mio padre,
alto, basso, grasso, magro, ma sempre che mi rubava il
pane di bocca. In tutto il mondo. Ad Amsterdam, la regina
aveva visto lo spettacolo e si era commossa, e i comuni cittadini
erano usciti dal teatro col cuore pi leggero. Non erano
nazisti. Ci avevano provato, a salvare i loro ebrei. Non importava
che da loro ce ne fossero meno e che in proporzione
loro ne avessero denunciati di pi rispetto agli altri paesi. In
Germania, la gente che andava a teatro usciva scioccata e
sgomenta. Se solo avessero saputo cosa stava succedendo, si
sarebbero fatti sentire. Una donna era rimasta impressionata
cos profondamente dalla condizione di Anne da dichiarare
che almeno quella piccola ebrea l avrebbero dovuto lasciarla
vivere. Altri si identificavano con le sofferenze che vedevano
sul palcoscenico. Anche loro avevano sofferto sotto il loro
Frer. Ma una pice teatrale poteva raggiungere solo un
certo numero di persone. Un film era un fenomeno di ben
altre dimensioni. Non facendo un film dal diario di Anne,
Hollywood avrebbe peccato di negligenza.
Ovunque mi voltassi, vedevo articoli che parlavano del
film. L'attore Joseph Schildkraut avrebbe riassunto il ruolo
di Otto. L'attrice nazista avrebbe interpretato di nuovo la signora
Frank. Con tanti saluti all'indignazione di mia moglie
e di migliaia di altre brave persone. Ma ci sarebbe stata una
nuova Anne. E anche un nuovo Peter, ma questo era meno
importante. La grande notizia era la caccia alla nuova stella
che avrebbe impersonato Anne. Avevo letto tutto in proposito.
Chi avrebbe baciato la sorte? Chi sarebbe stata la fortunata?
La sceneggiatura l'avrebbero scritta gli stessi autori che
avevano trasformato Pfeffer in un pagliaccio e mio padre in
un ladro - mi dispiace tirare fuori di nuovo questo argomento,
ma ancora non riesco a capire come abbiano potuto
passarla liscia -, ma il regista, un tale di nome George Stevens,
era noto per film pi impegnativi. Aveva partecipato
alla liberazione di Dachau con le truppe americane, quindi
sapeva di cosa si parlava, dicevano i giornali. Aveva anche fama
di girare con uno stile realista. In fatto di verosimiglianza,
George Stevens e i signori della 20th Century Fox non facevano
questioni di denaro. Quando nel film cadevano le
bombe sull'alloggio segreto, avevo letto, Mr. Stevens non
avrebbe dato una botta alla cinepresa per farla tremare, come
avrebbero fatto molti suoi colleghi. No, lui aveva un set
speciale, costruito su piedistalli di legno e molle. Al momento
giusto, con uno scossone a quell'aggeggio, gli attrezzisti
avrebbero spaventato a morte gli attori. Mi interessavano i
dettagli del congegno. Dopotutto ero un costruttore. Ma
non ero convinto che avesse gli stessi effetti della RAF. Mr.
Stevens aveva insistito anche perch Miss Shelley Winters,
l'attrice che interpretava la signora van Daan, ingrassasse di
una ventina di chili. Non ricordavo che mia madre fosse sovrappeso,
ma forse perch negli ultimi tempi stavamo tutti
morendo di fame. Comunque Miss Winters, come dicevano
i giornali, era molto spiritosa e una vera professionista. Voleva
entrare nel personaggio di mia madre come un verme solitario.
Quando Madeleine mi ha detto di voler andare a vedere il
film con sua sorella, sapevo che non si era dimenticata la scenata
della sera in cui era tornata dalla pice teatrale. Le mogli
prendevano il treno per New York e andavano a teatro
senza i rispettivi mariti. Ma non andavano al cinema della
zona senza di noi. Se una di loro lo avesse fatto, era meglio
che avesse una buona ragione.
So che tu non vuoi vederlo. Parlava tenendo gli occhi
bassi, ma non perch volesse evitare il mio sguardo, solo perch
era concentrata sul dolce che stava cucinando. Lo chiamava
cucinare, anche se l'unica abilit culinaria consisteva
nel fondere la cioccolata. Era un intruglio che si preparava
versando la cioccolata sui savoiardi, che comprava al supermercato,
e ficcando il tutto in frigorifero per qualche ora.
Era abbastanza buono, ma non l'avrei definito un dolce nel
vero senso della parola, anche se probabilmente il mio giudizio
era viziato da anni di pessimo e scarso nutrimento e tantissima
immaginazione. Ricordavo di quando il cibo era il
fulcro delle favole che ci raccontavamo, la materia del mito.
Il babka di mia madre, ci si bisbigliava l'un l'altro, lo strudel
di mia nonna, il goulash di mia moglie, e ci veniva l'acquolina
in bocca, e gli occhi si bagnavano di lacrime, anche se
eravamo tanto disidratati quanto digiuni, e Dio solo sapeva da
dove venissero quelle secrezioni.
Che cosa ti fa pensare che io non lo voglia vedere?
La tua reazione alla commedia.
Non ho avuto nessuna reazione alla commedia. Non
l'ho nemmeno vista.
Lei non ha risposto subito. Stava avendo delle difficolt a
disporre i savoiardi dritti intorno alla teglia.
A dire il vero, ha detto mentre sistemava l'ultimo biscotto
(un'espressione che non amo; perch mai iniziare una
frase dichiarando la propria onest?), non sono nemmeno
sicura di volerlo vedere io. Ma ci andr.
Perch ci vai se non lo vuoi vedere?
Ha preso il pentolino di cioccolata sciolta dal fornello e
l'ha versata con un cucchiaio sui savoiardi.  un dovere
morale.
Un dovere morale?
Ha alzato gli occhi dallo pseudodolce. Le persone come
me, le persone che hanno avuto vita facile, non hanno il diritto
di chiudere gli occhi.
Avrei dovuto tenere la bocca chiusa. O limitarmi a dirle di
non essere sciocca. Andare al cinema non era un atto che
aveva implicazioni morali. Ma la convinzione che le accendeva
lo sguardo mentre dichiarava di non poter chiudere gli
occhi mi urtava troppo. Non capivo come mai. L'avevo sposata
per la sua cecit.
Al campo dispersi, sono stato assegnato per un po' all'ospedale.
Era ferma in piedi, il pentolino a mezz'aria, gli occhi concentrati
non su qualche distante imperativo morale, ma su di
me. Non parlavo mai del mio passato. Non voleva perdersi
nemmeno una parola.
C'era un uomo, met volto spazzato via. Credo fosse finito
su una mina.
L'ho vista sussultare. Avrei dovuto veramente fermarmi.
Almeno questo era quello che si diceva. Chi poteva sapere
cosa c'era sotto le bende? Aveva la testa completamente
fasciata. Tutto quello che restava erano due buchi per gli occhi.
Gli occhi erano a posto. A parte le palpebre. Non aveva
palpebre.
Una goccia di cioccolata  caduta sul banco. Ha posato il
pentolino. Mi sono suggerito di smettere.
Senza palpebre, ho continuato, non poteva chiudere
gli occhi. Ovviamente.
Lei mi guardava immobile. Non aveva idea di dove volessi
arrivare. Come poteva?
Sai cosa succede quando non puoi chiudere gli occhi?
Non puoi dormire?
No, si pu dormire anche a occhi aperti. Lo fanno in
molti. Avevo vissuto abbastanza in camerate spaventose
per saperlo. Se non hai le palpebre non puoi smettere di
piangere. Se non puoi chiudere gli occhi, piangi in continuazione.
Questa volta non mi sono scusato. Ero troppo arrabbiato.
Mi aveva fatto rompere il voto del silenzio. Per un uomo come
me, l'unico onore che rimaneva, l'unica possibile dignit,
era proteggere gli altri dall'orrore.
Madeleine non aveva parlato del film tornando a casa, ma
sapevo che ci stava pensando. Nei giorni successivi, si aggirava
per casa con un'aria di tenera distrazione. Era qualcosa
di pi del dolore per i poveri diavoli che aveva visto impersonati
sullo schermo. Era desiderio. Voleva sapere com'era
soffrire, per un po'.
Mia moglie aveva visto il film nella grande sala del nuovo
centro commerciale a pochi minuti da Indian Hills. Io ho
dovuto farmi mezz'ora di macchina per vederlo.
Quel pomeriggio verde di primavera splendeva un sole
meraviglioso. Non era giornata da starsene chiusi al buio di
una sala cinematografica. Avevo detto a Madeleine che dovevo
andare in ufficio e che poi mi sarei fermato al cantiere.
In ufficio ci sono andato. Sono entrato nel parcheggio e sono
uscito dall'altra parte, continuando per l'autostrada. Secondo
l'orario pubblicato sul giornale, sarei arrivato appena in
tempo.
La sala era piena di bambini e di anziani. Ero l'unico
adulto nel fiore degli anni disposto a passare il pomeriggio in
modo cos inconcludente. Ho preso un posto di corridoio,
per non disturbare quando me ne fossi andato. Non avevo
intenzione di rimanere fino alla fine. Ero semplicemente curioso
di vederne qualche minuto.
Mi sono dovuto sorbire tre o quattro trailer prima che cominciasse.
Il mio piede impaziente batteva sul pavimento
scivoloso di bibite. Non ero nervoso. Volevo soltanto che si
procedesse.
Sullo schermo  comparso il nome della casa di produzione.
L'aria si  riempita del suono di centinaia di archi. Le lettere
bianche tremolavano come nuvole nel cielo aperto. Il
Diario di Anne Frank. A lei sarebbe piaciuto. Dal cielo aperto
la macchina da presa inquadrava la Westerkerk e il canale.
Ho avuto un momentaneo giramento di testa, per la vertigine
causata dalla ripresa. In strada passava un camion pieno
di rifugiati, alcuni ancora con le divise a strisce. Joseph
Schildkraut scendeva a fatica. Dovevo riconoscere che l'attore
era in gamba. Non solo era uguale a Otto - la somiglianza
era sorprendente - ma si muoveva pure come lui. Un attore
pi modesto si sarebbe limitato a mostrarsi afflitto, ma
Schildkraut aveva chiaramente studiato Otto. Si muoveva
come un uomo distrutto nell'anima ma che, grazie all'esercito
tedesco, manteneva un portamento dignitoso.
Uno dopo l'altro, sullo schermo sono apparsi i personaggi.
Ho dovuto sorridere. La deliziosa attrice - un'ex modella,
avevo letto - non somigliava a nessuno di mia conoscenza,
ma probabilmente il pubblico non voleva pagare per vedere
una ragazza con i denti storti e un'ombra di peluria sul
labbro superiore. C'era anche Peter. Un bravo ragazzo, atletico,
ma un po' suscettibile, ombroso. Per un attimo ho provato
invidia per lui, non so se per l'attore di successo che stava
sullo schermo o per il personaggio che stava recitando.
Shelley Winters si alzava la gonna, saltellava di qua e di l e
scuoteva i riccioli biondo tinto. Avrei preferito che non l'avessero
fatta una bionda tinta. Suo marito ringhiava e bofonchiava
sotto ispidi baffi neri. Quando Dussel, il dentista, si
univa al gruppo, la storia assumeva un tono comico. Gli autori
erano stati bravi a creare quella figura. Oltre che distensiva
era veramente spassosa. Non riuscivo a non ridere. Tutti
gli spettatori ridacchiavano per la stupidit di Dussel e per
Anne che alzava gli occhi al cielo, e io ridevo pi forte di tutti,
talmente forte che la donna col collo grosso seduta davanti
a me si  girata a lanciarmi un'occhiataccia. Mi sono scusato,
ma un minuto dopo ridevo ancora. Lei si  girata di nuovo
e mi ha detto che se non riuscivo a trattenermi, avrei dovuto
andarmene e lasciare che gli altri si godessero lo spettacolo.
A quel punto ho cercato di calmarmi. Non desideravo
attirare l'attenzione su di me. Inoltre, era iniziata la scena del
bombardamento, e non volevo perdermela. Ero curioso di
vedere se il trucco di Mr. Stevens aveva funzionato. Mi dispiaceva
dire che non aveva speso bene i soldi. La scena riproduceva
l'idea di un bombardamento che poteva avere un
bambino, o un civile americano.
Il ragazzo che si chiamava Peter smetteva di rispondere
male ad Anne, Anne smetteva di fargli gli scherzi, e iniziavano
a scambiarsi sguardi appassionati. Lei saliva le scale che
portavano in camera di lui, e i genitori si preoccupavano di
quello che facevano, ma era un film americano perbenista
con ragazzi americani perbene, sebbene impersonassero degli
ebrei tedeschi che si nascondevano ad Amsterdam, e a
differenza dei loro genitori, gli spettatori sapevano tutti che
non c'era niente di cui preoccuparsi, almeno riguardo al sesso.
Quando alla fine si sono baciati, la ragazza accanto a me
ha emesso un doloroso sospiro.
Ho guardato l'orologio. Il film era pi lungo di quanto
prevedessi. Quando ho guardato di nuovo lo schermo, era
tutto buio a eccezione di una fiammella tremolante. Si sentiva
urlare e ciabattare. Ladro! Ladro! urlava la signora
Frank. Ho sentito tuo figlio lamentarsi nel sonno per la
fame, ululava, e tu gli togli il pane di bocca! Otto si faceva
avanti.
Non abbiamo bisogno che ci distruggano i nazisti. Ci
stiamo distruggendo da soli.
Santo Iddio, ho mormorato.
La donna davanti a me si  girata di nuovo.
Scusi, ho bisbigliato, ma Otto non doveva fare un'osservazione
del genere. Chiunque avesse passato quello che
aveva passato lui avrebbe evitato un commento simile. Poi
mi sono ricordato che la battuta non la stava dicendo Otto,
ma l'attore. Otto non aveva mai detto quella frase, perch
non c'era mai stata quella discussione, perch mio padre
non aveva mai rubato il pane.
Stava per finire. Lo indovinavo dalla sirena, anche se
quando era arrivata la Grne Polizei non c'era nessuna sirena.
Ma capivo perch il regista l'aveva inserita. Ha scosso i
nervi a me, anche se non la sentivo da anni, figuriamoci al
pubblico. La ragazza accanto a me, che probabilmente non
l'aveva mai sentita, si  messa a piangere. Quando la polizia
ha fracassato il vetro della porta sul davanti, altra cosa mai
successa, la donna col collo grosso davanti a me ha emesso
un gemito. Nel buio risuonavano piagnucoli, lamenti e sonore
soffiate di naso.
La macchina da presa ha indietreggiato per una panoramica
dall'alto. I gabbiani strillavano e scendevano in picchiata.
Il film era finito, ma non era proprio la fine. Mancavano
Westerbork, Auschwitz e Bergen Belsen. C'erano alcune
scene anche di questo, ma erano state eliminate in sala di
montaggio. Avevo letto che il regista aveva girato una sequenza
finale in un Auschwitz ricostruito, ma il pubblico
delle anteprime aveva scarabocchiato il suo sdegno sulle
schede di valutazione. La Anne che loro conoscevano e amavano
non era morta in un campo di concentramento. O almeno,
loro non la volevano veder morire in un campo di
concentramento.
La voce cantilenante dell'attrice dalla pelle candida come
latte fluttuava sulle carte di caramella gettate per terra e sui
contenitori di pop corn calpestati dalla gente che gi si accalcava
nel corridoio, verso la luce.
Nonostante tutto, continuo a credere nell'intima bont dell'uomo.
Un singhiozzo ha fatto fremere tutto il cinema. Questo 
ci che voleva il pubblico. Il trionfo dello spirito umano, come
l'aveva chiamato mia moglie. La rassicurazione che nonostante
tutto, nonostante i milioni di persone uccise solo
per l'accidente della nascita, nonostante altre migliaia di persone
desiderose di estrarre le otturazioni d'oro dalla loro
bocca prima di scaraventarle nei forni, nonostante i mostruosi
esperimenti su individui non anestetizzati nell'interesse
della scienza, nonostante la sete di sangue di un intero
popolo complice nel ripulire il mondo da un intero altro popolo,
nonostante tutto questo, gli esseri umani in fondo erano
buoni.
Per ero contento di aver visto il film, nonostante l'idiozia
dell'ultima battuta. L'avevo finalmente esorcizzato.
Lou Jacobi  fastidiosamente lento e fiacco nella
parte del gracile van Daan.
Recensione di Bosley Crowther al film
Il Diario di Anne Frank di George Stevens.

 proprio necessario che la signora van Daan dica
che sono un santo'? Posso capire che vogliate
rappresentarla come una donna isterica ed eccessiva,
ma mi vergogno un po'.
Otto Frank nelle note per la commedia.


Capitolo 14.

Madeleine aveva appoggiato la cornice chiara alla parete del
soggiorno con un asciugapiatti piegato dietro per non rigare
il muro. L'avevo aiutata a scegliere la foto, ma era la prima
volta che vedevo il prodotto finito.
 venuta bene, vero? mi ha detto.
Benissimo, ho concordato.
Siamo rimasti l'uno accanto all'altra a fissare il ritratto incorniciato.
I nostri tre figli ci guardavano. Il fotografo era venuto
da noi alcune settimane prima. Non era stato un pomeriggio
facile, aveva detto Madeleine. David era capriccioso,
Betsy stava covando l'influenza. Anche scegliere tra i provini
era stato difficile. Se era venuta bene Abigail, Betsy aveva gli
occhi chiusi. Quando Betsy era al meglio, David aveva il
broncio. Alla fine avevamo deciso per la foto che rendeva
pi giustizia a tutti e tre, anche se non coglieva lo spirito di
Betsy. Era petulante, la mia secondogenita, e anche se ci faceva
disperare, ero contento che lo fosse. Non che volessi
una figlia arrogante. Speravo che i miei figli sapessero
distinguere quando era il caso di litigare e quando era meglio invece
ritirarsi nell'ombra. Volevo che fossero astuti.
Nella foto, erano in posa, David appoggiato a Betsy e
Abigail col braccio sulla spalla della sorella. La cornice stava
proprio bene. Madeleine ci aveva messo un pomeriggio a
sceglierla. Le rimaneva soltanto da appenderla alla parete
sopra al divano.
Ho abbracciato Madeleine per la vita e sono rimasto a
guardare i nostri bambini americani, puliti, ben nutriti, che
sorridevano come se essere felici fosse un loro diritto di nascita.
Non ero un tipo superstizioso, ma guardando quella
foto capivo le contadine che legavano i nastri rossi ai pargoli
per tenere lontano il diavolo e gli incolti che dicevano che i
loro figli erano brutti per non suscitare invidia negli di.
Che bei diavoletti, vero? ha osservato Madeleine.
Avrei voluto dirle di parlare piano.
Sono contenta di aver lasciato che Abigail si mettesse
questo vestitino.
Un nastro rosso non l'avrebbe sminuito.
Quello che vorrei sapere  da chi ha preso quei capelli
David, ha detto. Non da noi due. Tu hai i capelli pi
chiari dei miei, ma non tanto da spiegare la sua testa color
stoppa.
Mia madre era bionda.
Madeleine mi ha guardato sorpresa. Non me l'hai mai
detto, ha osservato, come se le avessi mai detto qualcosa
dei miei genitori.
Ho alzato le spalle.
Vorrei che avessero conosciuto i nonni, ha continuato,
tornando a guardare la foto. Per le solite ovvie ragioni, ma
anche perch ho la sensazione, per quanto stupida debba essere
visto che nemmeno io li ho conosciuti, ho la sensazione
che altri due nonni, dei nonni diversi, avrebbero reso i bambini,
non so, meno provinciali.
Non ho risposto. Ero troppo concentrato a pensare ai capelli
di mia madre. Erano castano scuro, e l'ultima volta che
l'avevo vista avevano delle strisce grigie. Non capivo come
mi fosse uscito quel commento sul fatto che era bionda, ma
non potevo certo ritrattare.
Avevo confuso i capelli di mia madre. Non era un crimine.
Gli anni passano, i ricordi sbiadiscono. Grazie a Dio. Forse
sarebbe stato diverso se avessi avuto delle fotografie, sebbene
anch'esse mentissero. Ricordavo una foto fatta in cortile a
Osnabrck, una fila di bambini di otto e nove anni tutti abbracciati
tra loro. Io ero in mezzo, uno dei pi alti, quello
con l'aria pi da duro, da cattivo. Guardando quella foto si
sarebbe detto che ero un prepotente. La verit era ben diversa.
Gli altri bambini mi prendevano in giro, dandomi dell'ebreo,
del giudeo, dell'uccisore di Cristo. Ecco perch avevo
quell'aria cattiva. Perch mi veniva da piangere. Ma non
avrei pianto. Non avrei dato loro la soddisfazione. E non
avevo pianto. O s? Come facevo a saperlo per certo?
Una settimana dopo, a casa dei genitori di Madeleine,  accaduto
di nuovo. Era una domenica pomeriggio. C'erano
anche Susannah e Norman. Eravamo seduti a tavola a chiacchierare,
e i bambini correvano dentro e fuori dal soggiorno.
Un pomeriggio come tanti altri. Mia suocera stava cercando
di convincere il marito a tagliarsi i baffi.
Guarda Norman, ha detto.
Ci siamo girati tutti a guardare mio cognato.
Guarda com' liscio e ordinato.
Come il culo di un bambino, ha convenuto mio suocero.
Persino Peter, ha continuato mia suocera raschiando il
fondo del barile. Mio suocero mi voleva bene come un figlio.
Lei mi considerava ancora un ladro che aveva portato via la
figlia a un pretendente pi degno. Persino lui ha la faccia
liscia, senza peli.
Sono troppo vecchio per cambiare, ha insistito mio
suocero.
Non dire cos, papi, ha detto Susannah. E poi  proprio
per questo che mamma vuole farteli tagliare. Mia moglie
e la sorella chiamavano ancora i genitori come quando
erano piccole. Una volta avuti i figli ero convinto che avrebbero
smesso, ma mi ero sbagliato. Sembreresti pi giovane
senza i baffi.
Vedi, anche Susannah  d'accordo, ha rimarcato mia
suocera. Levati quei baffi e ti levi cinque anni. Forse anche
dieci. Vero Norman?
Cinque sicuramente, ha risposto lui.
Se se li tagliasse,  intervenuta Madeleine, ti spaventeresti
vedendolo entrare in casa perch non lo riconosceresti.
Appena Susannah prendeva le parti della madre, Madeleine
prendeva quelle del padre. Era sempre cos. Il continuo
cambio di alleanze nella famiglia di mia moglie mi sorprendeva
ancora. Cospiravano uno contro l'altro o scherzavano
come se non ci fosse domani, o come se fossero certi
che ce ne fosse uno. A loro non veniva mai in mente che sarebbe
potuto mancare il tempo di fare ammenda.
E tu Peter? mi ha interpellato mio suocero. Sei l'unico
che non ha espresso la sua opinione.
Si sono girati tutti verso di me. Ero uno della famiglia, anche
se non esattamente uno di loro.
A me i baffi piacciono, ho detto.
Mia suocera mi ha fulminato con lo sguardo. Avevo sempre
pensato che sarebbe stata un eccellente ufficiale dell'esercito.
Mio padre aveva i baffi, ho aggiunto.
Mio padre non aveva i baffi, come mia madre non era
bionda. Quel viso lungo e triste capace di passare dalla rabbia
al riso in un attimo era sempre stato sbarbato dall'attaccatura
dei capelli in cima alla fronte alta fino al mento sporgente.
Eravamo in macchina e stavamo andando a casa quando
ho capito cosa mi aveva fatto confondere. Lou Jacobi, l'attore
del film, quello che rubava il pane, aveva i baffi. Neri e
ispidi, un po' come quelli di Hitler, a pensarci bene.
L'incidente di quel pomeriggio in cantiere  stato una cosa
da nulla, anche se al momento mi ha spaventato. Ho creduto
che stavo perdendo la vista, come l'anno prima avevo perso
la voce.
Stavo attraversando una delle case in costruzione. Erano
quasi le cinque e gli operai erano gi andati via, ma io stavo
aspettando Harry. In lontananza, un gruppo di alberi stagliati
sul cielo pallido del pomeriggio hanno attirato la mia
attenzione. Facevano sembrare il terreno grezzo intorno a
me ancora pi arido. La prima cosa che facevamo quando
acquisivamo un lotto era radere al suolo tutto quello che c'era
sopra. Non mi piaceva farlo, ma ero stufo di litigare con
Harry su quel punto. Vi sorprenderebbe sapere quanto alla
gente importasse poco. Una volta che avevano il set di fornelli
in cucina e il forno a muro, due lavandini in bagno e le
finestre scorrevoli alte fino al soffitto in camera, non gli interessava
sapere cosa vedevano da quelle finestre. Che ci fossero
mimose, ippocastani, querce o un terreno deserto, per loro
non cambiava niente. La sola ragione per cui quegli alberi
erano stati risparmiati era che non facevano parte della nostra
propriet.
Mi ricordavano il parco in fondo alla Hunzestraat, vicino
all'appartamento dove abitavamo prima di scomparire. Cos
almeno faceva comodo pensare ai nostri vicini cristiani. Meno
si sapeva degli altri, meglio era. Prima dell'atto che proibiva
agli ebrei di accedere ai parchi pubblici per timore che
contaminassero gli alberi, ai miei piaceva passeggiare in quel
parco. Contemplando gli alberi in lontananza ho visto mia
madre e mio padre che passeggiavano sotto le fronde. Venivano
lentamente verso di me attraverso un mosaico di luci e
ombre, lei sottobraccio a lui, lui con la sigaretta in bocca.
Mia madre portava il cappello nero della domenica, quello
col nastro di gros-grain e la tesa stretta e sbarazzina. Ed eccoli
davanti a me. Il viso di mio padre era nascosto dal fumo
denso. Ha piegato indietro la testa, ha aperto la bocca e ha
emesso un perfetto cerchio di fumo. Cos lo ricordavo.
Mi sono girato verso mia madre. Era pi bassa di me e di
mio padre, e anche di lei non vedevo il viso perch era nascosto
dalla tesa del cappello. Mi sono piegato a guardare
sotto e quello che ho visto mi ha fatto sobbalzare. Un'immagine
da film dell'orrore. La faccia era un globo di carne bianca.
Non aveva lineamenti. Non era niente.
Sono scivolato sul pavimento grezzo e ho appoggiato la
schiena contro uno dei puntoni, con le gambe rannicchiate,
il viso sulle ginocchia e le braccia incrociate sulla testa. Era la
posizione in cui ci mettevamo quando bombardavano.
Ehi socio.
Ho sentito le parole tra un'esplosione e l'altra.
Tutto bene?
Mi ha tolto le braccia dalla testa.
Stai bene?
Ho aperto gli occhi. La mascella arrossata, gli occhi troppo
vicini, la testa calva sotto un paio di ciuffi pettinati per
traverso, hanno riempito la mia visione. Non ero mai stato
cos felice di vedere Harry, per quanto brutto fosse. Almeno
non stavo diventando cieco.
Non avevo l'abitudine di andare alla cassaforte a contare i
soldi. Non ero un taccagno. N un Verfolgungsbedingt, quell'odiosa
parola tedesca che indica una condizione patologica.
Ma trovavo rassicurante controllare ogni tanto che fosse
tutto in ordine. Non si poteva mai sapere cosa poteva succedere.
L'immagine dei miei genitori che passeggiavano al parco
me l'aveva ricordato. E visto che facevo fatica a addormentarmi
in quei giorni, ho deciso di usare il tempo in maniera
produttiva. Non aveva senso restare a letto a fissare le
figure che le ombre in movimento delle piante fuori creavano
sul soffitto. Se stavo girato dalla parte del comodino, le
lancette fosforescenti dell'orologio che andavano avanti mi
urtavano i nervi. Se mi giravo dall'altra parte, la vista di mia
moglie che dormiva mentre io non ci riuscivo mi irritava.
Stava sdraiata sul fianco, con le ginocchia rannicchiate e la
schiena rivolta verso di me. Ho sollevato delicatamente le
coperte. Al chiaro di luna, la sua pelle era come cera, appena
sollevata al centro dalla spina dorsale. Come sarebbe stato
facile spezzarla. Immaginavo anche il rumore che avrebbe
fatto. Le ho rimesso addosso le coperte e mi sono alzato. Sono
stato attento a non accendere la luce in corridoio prima
di aver chiuso la porta della camera.
Il tonificante odore della biancheria. Gli ingranaggi che
scattavano al loro posto. La porta si  aperta. Ho preso il
passaporto e controllato la data di scadenza. La sapevo a memoria,
ma mi piaceva vederla nero su bianco. Non sarei arrivato
dov'ero se fossi stato sbadato. L'ho rimesso in cassaforte
e ho tirato fuori le buste. Ce n'erano due adesso. Non mi
piaceva tenere pezzi grossi. Ho aperto la prima. Le banconote
da venti, cinquanta e cento, non nuove di zecca, che
avrebbero destato sospetti, ma stropicciate e usate, che erano
pi rassicuranti, erano divise per taglio e tenute insieme
con gli elastici. A una a una ho tolto l'elastico, le ho contate,
ho memorizzato il conteggio e ho rimesso l'elastico, passando
alla successiva. Quadrava tutto. Ho rimesso le mazzette
nella busta, l'ho chiusa e ho aperto l'altra. Conteneva la stessa
somma, con gli stessi tagli di banconote. Ho contato.
Quando ho finito, mancavano centosettanta dollari. Ho ricominciato.
Stavolta ne mancavano duecentoventi. Non capivo.
Nessun altro conosceva la combinazione. Non avevo
ancora avuto occasione di darla a Madeleine, anche se giuravo
sempre che l'avrei fatto la mattina seguente come prima
cosa. Ho contato una terza volta. Adesso ce n'erano trecento
in pi. Era assurdo. E s che non ero negato coi numeri. Sono
sceso in cucina. Non volevo rischiare di tornare in camera
e svegliare Madeleine. Ho preso un blocchetto dal tavolino
all'angolo e una matita dalla tazza che Abigail aveva fatto
a scuola e sono tornato di sopra. La vista del guardaroba
aperto, degli asciugamani fuori posto e della cassaforte spalancata
mi ha spaventato. Sapevo di non essere stato derubato.
Ero stato io a mettere in disordine. Ma cos sembrava. Ho
preso la busta coi conti che non tornavano, ho chiuso la cassaforte
e girato la serratura a combinazione, ho persino rimesso
a posto gli asciugamani e chiuso l'anta del guardaroba.
Dovevo concentrarmi sul conteggio e la vista della cassaforte
che sembrava derubata mi distraeva.
Mi sono seduto per terra sotto il lampadario con la busta,
la matita e il blocchetto. Sapevo che mi stavo comportando
come un imbecille. I soldi non potevano essere andati da
nessuna parte. E il fatto che ogni volta che li contavo il risultato
fosse diverso significava che l'errore era mio. Ma dovevo
far tornare i conti. Se non potevo contare su questo, su
cosa potevo contare?
Ho ricominciato il conteggio. Stavolta ho scritto la cifra
di ogni mazzetta. Avevo contato tre mazzette da venti e una
da cinquanta, quando si  aperta la porta della camera delle
bambine. Stagliata nel rettangolo incorniciato c'era Abigail.
Il buio dietro di lei faceva risaltare la sua camicina da notte
bianca e il visetto pallido per il sonno. Era un impressionante
negativo di se stessa.
Ha sbattuto gli occhi per la luce e se n' strofinato uno col
pugno. Acqua, ha detto, terminando la parola con uno
sbadiglio.
Mi sono alzato e l'ho accompagnata in bagno. I suoi capelli
arruffati mi sfioravano il pigiama. Al lavandino, nel bere
dal bicchiere di plastica con le margheritine ha sollevato
la testa, e il suo pomo di Adamo palpitava come un cuore. Si
 asciugata la bocca col dorso della mano e siamo tornati in
corridoio. I suoi piedini rosa hanno pestato le banconote
che avevo lasciato sulla moquette. Ha abbassato lo sguardo.
Cosa sono?
L'ho guardata. Era addormentata ma curiosa. Era grande
abbastanza per sapere. C'erano bambini anche pi piccoli di
lei che erano sopravvissuti da soli. Mi sono seduto sul pavimento,
le ho preso la mano e l'ho fatta sedere accanto a me.
Sono soldini, le ho spiegato. Soldini che ho messo via
in caso dovessimo fuggire.
Mi ha guardato con gli occhi incrostati dal sonno.
Fuggire?
Andarcene da qui. Andare da qualche altra parte.
Perch?
Capita di essere costretti a farlo. Questi soldini ci assicurano
di poterlo fare, se fossimo costretti. Ci permettono di
andare via tutti insieme, mamma, tu, Betsy, David e io. Mio
padre non pensava al futuro, ma io s. Quindi non devi avere
paura.
Di che?
Di niente.
Ha preso un biglietto da cento dollari e l'ha osservato in
silenzio.
Vuoi aiutarmi a contarli?
Lei ha chinato la testa in avanti. L'ho preso per un s.
Ecco, io conto, tu scrivi i numeri.
Ha appoggiato la testa alla mia spalla. Le ho dato la matita.
Dobbiamo ricominciare. Ho dimenticato dov'ero arrivato.
Ho sistemato i soldi bene in fila, ho preso la prima
mazzetta di tagli da cento e ho tolto l'elastico. Lei ha abbassato
ulteriormente la testa contro il mio braccio. Dai, ci divertiamo.
Ha alzato la testa. Io ho cominciato a contare. Tremila,
ho detto quando ho finito la prima mazzetta. Ho dovuto
scuoterla un po' per farle scrivere il numero sul blocchetto.
Scrivi un tre e tre zeri. Quando ho preso la seconda mazzetta,
ho sentito la porta che si apriva alle mie spalle.
Cosa stai facendo? Ho visto i piedi nudi di Madeleine
sulla moquette accanto a me. Si  chinata a prendere una
mazzetta di banconote. Che diavolo stai facendo?
Avevo sete, ha risposto Abigail. Era devota a suo padre,
la mia primogenita, o forse ha creduto che la madre fosse
arrabbiata con lei.
Si  alzata a prendere un bicchiere d'acqua e ho pensato
che si sarebbe divertita ad aiutarmi.
Divertita ad aiutarti? A contare i soldi? All'una e mezza
del mattino? Sei forse impaz... si  fermata e mi ha guardato.
Io non ho detto niente. Non dovevo giustificare il fatto
che mi prendessi cura di lei e dei bambini.
Lei ha preso per mano Abigail e l'ha fatta alzare in piedi.
Andiamo piccola, torniamo a letto.
Ero ancora seduto per terra con le mazzette tra le gambe
quando Madeleine  uscita dalla camera delle bambine chiudendo
la porta.
Tra un minuto ho finito, le ho detto prima che potesse
aprire bocca.
Lei  tornata in camera nostra e ha chiuso la porta senza
proferir verbo. Mi dispiaceva che fosse seccata, ma dovevo
far quadrare i conti. Ho ricominciato dall'inizio. Stavolta
quadrava tutto.
La sera dopo ho portato dodici rose a Madeleine. Mi ha ringraziato,
ha detto che erano bellissime, e mi ha chiesto di
prenderle il vaso in cima all'armadio per mettercele dentro.
Ero sollevato. Temevo che avesse ancora il broncio per la sera
prima, anche se ancora non capivo cosa ci fosse di male a
prendersi cura della propria famiglia.
Mentre metteva l'acqua nel vaso e sistemava i fiori, ho dato
un'occhiata alla posta che stava guardando lei quando ero
rientrato. Le solite cose, bollette, opuscoli pubblicitari, una
lettera dalla sezione locale di un'organizzazione ebrea che
mi ringraziava per il contributo. Nemmeno quella era una
cosa fuori dall'ordinario. Facevo donazioni agli enti pi disparati,
e mi mandavano sempre lettere in cui mi ringraziavano
per la generosit dimostrata. Questa lettera in particolare
spiegava anche cosa avrebbero fatto col mio denaro e
augurava a me e alla mia famiglia la benedizione di D-O.
Guardando la lettera, ho capito il buon umore di Madeleine.
La prima volta che avevo visto quella parola era su un volantino
a casa dei suoi genitori, anche se allora per me erano
ancora i genitori di Susannah. Era stato il momento, mi
avrebbe detto poi mia moglie, in cui aveva capito che la sorella
non mi avrebbe mai sposato, mentre lei s.
Cos'? avevo domandato indicando uno dei trattini
tra la D e la O sparsi per tutta la pagina.
Dio, aveva risposto Susannah.
Non poteva essere un errore di stampa. Ricorreva troppo
spesso. E allora perch non scrivono Dio?
Non si pu scrivere la parola.
Perch no? Non stavo discutendo. Ero solo curioso.
 blasfemo.
 blasfemo se bestemmi. Avevo guardato il volantino.
Non se scrivi che sei grato a Dio.
 cos e basta, aveva insistito Susannah.
Questa non  una risposta, era intervenuta Madeleine.
Avevo dimenticato che ci fosse anche lei. In quei giorni, Susannah
mi faceva quell'effetto.
Mi ero girato verso Madeleine. Lei aveva scosso la testa.
 tutta la vita che leggo D trattino O e non ci ho mai neanche
pensato. Nemmeno dopo l'esame di antropologia. Ma
adesso che fai questa domanda mi rendo conto di quanto sia
assurdo.
Mi dispiaceva di aver sollevato l'argomento. Susannah
poteva scrivere Dio al contrario e capovolto, per quello che
m'importava. Non era ci che scriveva che mi interessava.
Cosa c'entra l'esame di antropologia? aveva domandato
Susannah.
Spiegaglielo, Peter.
Non c'era bisogno che glielo spiegassi. Sapeva dove volevamo
arrivare io e la sorella. Superstizioni, pratiche primitive
e idoli. Le parole spaventavano Susannah. Affascinavano
Madeleine. Il fatto che le avessi citate l'aveva intrigata. Ecco
perch non aveva detto niente dei fiori che le avevo portato.
La sera prima era uscita dalla camera e aveva visto un marito
il cui universo si stava rimpicciolendo fino a ridursi alla misura
di una cassaforte. Quella sera aveva aperto una lettera e
riscoperto il ragazzo che le aveva promesso un mondo pi
grande. Il ricordo doveva essere ancora vivo perch passandomi
accanto mentre portava il vaso di rose nel bovindo, si 
alzata in punta di piedi e mi ha dato un bacio per ringraziarmi,
o forse senza alcun motivo.
Avevo fatto bene a portare i fiori a Madeleine quando mi
aveva sorpreso a contare i soldi con Abigail, ma la settimana
seguente sono tornato a casa a mani vuote. Stavolta non mi
aveva detto di non portarle niente, ma lo sapevo gi.
Le bambine non avevano corso alcun pericolo, checch
ne dicesse lei, anche se non avrei dovuto lasciarle sole in
macchina. Ma se fossi entrato da Korvettes a prendere la
pellicola da solo, ci avrei messo tre minuti. Se me le fossi
portate dietro, almeno mezz'ora. Betsy mi avrebbe trascinato
al reparto giocattoli, e Abigail si sarebbe inchiodata davanti
alla bigiotteria. Era pi facile fare una volata dentro,
prendere la pellicola e tornare di corsa. Non erano delle
neonate. Ed era pieno giorno.
Avevo trovato un posto a due file dall'ingresso, avevo detto
loro che tornavo subito, ero sceso dalla macchina e avevo
attraversato il parcheggio. Ero andato dritto a prendere la
pellicola. Non c'erano altri clienti alla cassa. Prima di accorgermene
ero gi all'uscita. Mi ero fermato solo il tempo di lasciar
passare una signora con due bambini. Come potevo
esimermi?
Il resto della storia era cos folle che mi vergognavo a ripensarci.
Una barzelletta. Il genere di imprevisto che sarebbe
capitato a un Dussel della periferia americana. Dussel si
perde nel parcheggio del centro commerciale e il pubblico
ride, e tutto finisce bene, come infatti era stato. Ma io non
ero un idiota come Dussel, e non avrei mai perso la testa
quel pomeriggio se non fosse stato per le bambine. Madeleine
aveva sbagliato ad accusarmi di essere irresponsabile. A
dire il vero aveva usato un'altra parola, pi offensiva di questa,
ma era arrabbiata e non sapeva quello che diceva. Se non
fossi stato preoccupato a morte per le bambine non avrei
perso la testa quando non avevo trovato la macchina e il resto
non sarebbe mai successo.
Avevo attraversato il parcheggio. Bisognava riconoscerlo
all'azienda. Non erano solo i prezzi convenienti, era la comodit.
C'era posto per ottocento macchine, forse anche
mille. Ero andato verso la mia Cadillac. Harry mi aveva finalmente
convinto. A met della fila mi ero accorto che era
quella sbagliata. Avevo tagliato passando tra le auto e percorso
la fila dopo.
Il resto era storia vecchia. Succedeva ogni giorno. La gente
usciva da una porta diversa da quella da cui era entrata,
non vedeva la macchina e vagava per il parcheggio maledicendosi
per la propria stupidit finch la trovava. Avevo vagato
parecchio quel giorno, e corso, e mi ero maledetto ogni
volta che mi ero fermato presso un'auto rosso scuro, anche
se non era una Cadillac, e non c'erano bambine dentro.
A un certo punto mi ero fermato a pensare. Il sole mi opprimeva
la testa come un elmetto d'acciaio. Il sudore mi faceva
bruciare gli occhi. Mi ero tolto gli occhiali per pulirli.
La luce che rimbalzava sul cofano delle automobili era accecante.
Mi ero rimesso gli occhiali.
Dovevo mantenere la calma. Le mie figlie erano l, da
qualche parte, al sicuro in macchina. Avevo cercato di ricordarmi
se avevo lasciato aperti i finestrini. Ma non erano delle
neonate. Se avesse fatto caldo avrebbero abbassato il finestrino.
Tranne che la mia auto aveva quei nuovi finestrini
elettrici, che funzionavano solo se era inserita la chiave.
Avevo immaginato le mie due figlie sdraiate senza vita sui sedili
di cuoio. Avevo ripreso a correre.
Era passata una macchina della polizia. Avevo alzato un
braccio per fermarla ma poi avevo visto i tipi dentro. Facce
impietose. Al posto degli occhi, dischi d'argento che riflettevano
la luce del sole. Avevo pensato alle pistole che portavano
alla cintura. Avevo abbassato la mano e ricominciato a
correre.
Sentivo la ricca colazione che mi aveva preparato Madeleine
sobbalzarmi in petto. Avevo sputato della saliva. Avevo
sentito il sapore del bacon in bocca e avevo sputato di nuovo.
Le ginocchia stavano per cedermi e mi ero appoggiato al
cofano di un'auto in sosta, ma non potevo controllare l'interno
del mio corpo. Mi erano venute le convulsioni. Avevo
vomitato tutto. Mi sentivo come quegli sciocchi che usciti
dal campo di concentramento si rifiutavano di sentire ragioni
e si rimpinzavano di cibo che non potevano pi digerire.
L'automobile mi si era fermata accanto. Da sotto i cappellini,
quattro dischi argentei mi avevano guardato. Uno dei
due poliziotti aveva i baffi. Quando aveva parlato avevano
tremolato. Tutto bene signore?
Non mi fregavano di certo chiamandomi signore. Gli avevo
detto di s.
 sicuro di non aver bisogno di aiuto?
Avevo scosso la testa. Temevo che se avessi aperto la bocca
avrei vomitato di nuovo, o gli avrei detto di farsi gli affari
loro.
Il poliziotto coi baffi aveva guardato quello al volante.
L'autista aveva alzato le spalle. Se n'erano andati.
Avevo aspettato che si allontanassero per ricominciare a
correre. Solo dopo aver percorso tutto il parcheggio di quella
che pensavo ancora fosse la parte anteriore dell'edificio mi
ero ricordato che c'era un altro parcheggio dietro. Le mie figlie
erano l dove le avevo lasciate, in seconda fila.
Ci hai messo un'eternit, ha detto Betsy trascinando
l'ultima parola.
Avevo raccontato loro di aver confuso i parcheggi. L'avevo
fatto passare per un episodio comico. Era proprio pazzerello
il pap, vero? L'avevano trovato divertente. Indovina
cos'ha fatto pap, erano piombate in casa urlando. Ecco come
Madeleine l'aveva scoperto. Io non sarei mai stato cos
stupido da raccontarglielo.
L'incidente successivo  stato ancora pi assurdo. Non sarebbe
mai successo se non fosse stato per quei dannati poliziotti
che si aggiravano per il parcheggio la settimana prima.
Sta bene?, mi avevano chiesto, come se gliene importasse
qualcosa. Signore, mi avevano chiamato, come se non mi
avessero buttato in una cella puzzolente cos, su due piedi, o
per ordine di un superiore, o giusto per divertimento.
Ragionavo come un Verfolgungsbedingt, lo sapevo, ma
non lo ero. Se lo fossi stato, non avrei fondato un'impresa di
successo e cresciuto tre figli. Non sarei diventato un pilastro
della comunit. L'Associazione nazionale costruttori edili
non assegnava riconoscimenti a uomini ossessionati dal passato.
Non condannavo quelle povere anime per i loro problemi.
Gli auguravo tutto il sostegno e i risarcimenti che meritavano,
anche se non avevo idea di cosa potesse mai risarcire
certe esperienze. Ma io non ero uno di loro.
Quel pomeriggio ero solo in casa con David. Ecco un'altra
cosa. Non affidavi un bambino a un Verfolgungsbedingt.
Madeleine non sarebbe mai uscita con le bambine e non mi
avrebbe mai lasciato solo con David se fossi stato pericoloso.
Io lei non ce l'avrei lasciata se avessi pensato che potesse fargli
del male.
David era di sopra a fare un sonnellino, io ero seduto al
tavolo della cucina con un bicchiere di caff freddo avanzato
a pranzo e le parole crociate del Times. Chi presentava i sintomi
del Verfolgungsbedingt non faceva neanche le parole
crociate. Dopo infinite ore trascorse a farle nell'alloggio segreto,
non le avevo pi guardate. Avevo ripreso di recente.
Senza dubbio il mio vecchio amico Gabor avrebbe dedotto
qualcosa da questo. Ma si sarebbe sbagliato. In quel periodo
avevo semplicemente pi tempo. Era per quello che avevo
anche riletto il diario. Quello, e il fatto che volevo assicurarmi
che non ci fosse nulla su mio padre che rubava il pane.
Ovviamente non c'era, e questo mi aveva rassicurato. Il film
sarebbe stato dimenticato, al cinema non lo davano neanche
pi. Lo stesso per la commedia. Le compagnie europee non
potevano andare avanti per sempre. Se c'era una cosa che sarebbe
durata, sarebbe stato il libro. Il punto di vista di una
tredicenne poteva anche non essere attendibile quanto
l'Enciclopedia britannica, ma almeno non conteneva una
montagna di bugie come la commedia e il film.
Un paragrafo tuttavia mi aveva turbato. Era la sera in cui
mi ero dimenticato di aprire la porta, e il mattino dopo
Kugler e gli impiegati non erano potuti entrare. Avevo rimosso
quell'episodio. Non era importante. Non era stato quello a
tradirci. Il diario me l'aveva fatto tornare in mente. A volte,
durante una riunione o in macchina, mi capitava di gemere
al ricordo. Una sera che ero sceso a chiudere casa, avevo visto
le facce accusatorie degli abitanti dell'alloggio che mi
guardavano dalle finestre buie di Seminol Road.
Scusatemi, mi ero difeso. Pensavo di aver aperto.
Cos'hai detto? aveva urlato Madeleine dal corridoio di
sopra.
Niente, avevo risposto, era rimasta accesa la TV.
Il pesante batacchio d'ottone ha battuto sulla porta
d'ingresso. Ho alzato la testa dalle parole crociate. Nessuno a Indian
Hills usava le porte d'ingresso. La gente veniva su dal
vialetto d'accesso, entrava in garage e da l in casa. La mattina
in cui mi ero dimenticato di aprire la porta, neanche Kugler
aveva bussato. Non ci doveva essere nessuno dentro.
Era andato alla porta di fianco e aveva rotto il vetro della cucina
per entrare in ufficio. Come essere certi che qualcuno
non l'avesse visto? Solo perch quella mattina non era venuto
nessuno, non significava che non ero colpevole di averci
fatti scoprire la sera prima. La Grne Polizei non aveva bussato
alla porta, ma noi ci aspettavamo di sentir bussare. Il regista
del film aveva ragione su quello. Di notte sognavamo i
rumori. Di giorno li immaginavamo. Ssst, dicevamo. Cos'
stato? Hai sentito qualcosa alla porta?
Il batacchio d'ottone ha bussato di nuovo. Ero contento
che Madeleine e le bambine non fossero a casa. Speravo solo
che vedendo il camion sulla strada avrebbe capito che doveva
tornare indietro o continuare dritta. Avrei dovuto istruirla.
Ci avevo pensato un sacco di volte ma non le avevo mai
accennato niente, per non spaventarla.
Era ridicolo. Nessuno ci stava dando la caccia. Non ero in
un nascondiglio. Questa era una casa pulita, ben tenuta, pagata,
in America, non un alloggio segreto infestato dai parassiti
o un canale buio ad Amsterdam.
Il frigorifero ronzava. La ragazza tedesca sulla scatola dei
biscotti sorrideva. Mouschi era seduto sulla sedia accanto a
me. Anche se non era il vero Mouschi, ma un gatto che avevamo
adottato quando era finita la commedia, addestrato ad
attraversare il palco, a rovesciare un piattino di latte e a fare
tutta una serie di giochetti a comando. I bambini ci andavano
pazzi.
Il batacchio ha battuto di nuovo contro la porta. Mouschi
ha alzato le orecchie. Smettila, mi sono detto, ma non ho
potuto fare a meno di alzarmi. Sono stato attento a non grattare
le gambe della sedia sul pavimento di linoleum. Ho attraversato
la cucina in punta di piedi. In soggiorno ho evitato il
punto in fondo alle scale che scricchiolava sempre e ho proceduto
rasentando la parete sulla sinistra per non farmi vedere
da chi avesse guardato nella finestrella accanto alla porta
d'ingresso.
Mi sono chinato a guardare nello spioncino. Da sotto un
berretto con la visiera, una faccia bianca, appiattita dalla lente
deformante attraverso cui la vedevo, guardava direttamente
avanti a s. Non sono riuscito a capire cos'avesse
scritto sul berretto, ma non importava. L'ultima volta erano
venuti in abiti civili, tranne quello che aveva rovesciato la valigetta
di Anne facendo cadere il diario per terra per metterci
dentro i soldi e i gioielli. Lui era l'unico in uniforme. Il tessuto
verde e ruvido era sudicio. Persino la Grne Polizei era
a corto di sapone a quel tempo.
Ho continuato a guardare nello spioncino. Questa uniforme
era blu. Avevano cambiato la divisa, ma i loro sistemi erano
sempre quelli.
Ho alzato la mano. Nello spioncino ho visto tutto nero.
La porta ha vibrato contro il mio viso mentre lui bussava di
nuovo, facendomi fare un balzo indietro.
Avrei preferito scendere nel seminterrato. Il mio banco di
lavoro era ben fornito, c'erano martelli, seghe, attrezzi pesanti.
Avevo portato un martello quando ero sceso a cercare
il ladro con mio padre e con Otto. Avevo usato un'ascia nella
stalla. Ma non avevo tempo di andare nel seminterrato.
Sempre rasentando la parete sono tornato in cucina e ho
aperto il cassetto accanto al lavandino dove Madeleine teneva
il pane e i coltelli grossi. Il trinciapollo si sarebbe infilato
pi facilmente, ma il bordo seghettato del coltello per il pane
sarebbe stato pi efficace. Li ho presi tutti e due, tanto per
essere sicuro. Tornando in soggiorno sono stato attento a
non passare sul punto che scricchiolava.
Lui era in fondo ai gradini e guardava verso il garage.
Avevo lasciato aperta la porta la sera prima. Vedeva la macchina.
Sapeva che c'ero. Io e David. Dannazione! Quando
avrei imparato? Avrei dovuto chiudere il garage. Cos come
avrei dovuto aprire la porta dell'alloggio per far entrare
Kugler e gli impiegati.
Ha salito di nuovo i gradini fino alla porta. Pi si avvicinava
pi il suo viso si deformava. Questo non voleva soltanto i
soldi e i gioielli. Questo era un killer.
Ha alzato di nuovo la mano. Stavolta non mi ha precluso
la visione. L'ho vista avvicinarsi al campanello. Il rumore 
rimbombato in tutta la casa. Poi  svanito. La casa tratteneva
il respiro. L'uomo ha alzato il braccio di nuovo ma prima che
suonasse un altro rumore ha rotto il silenzio. Le urla di protesta
di mio figlio.
Ho fatto le scale a due gradini alla volta e sono piombato
in camera sua. Giaceva a pancia in su nella culla, agitando le
braccia e le gambe, col petto che palpitava come un piccolo
terremoto e la bocca spalancata a esprimere la sua indignazione.
Sssst, l'ho supplicato. Sssst. Ma lui ha continuato a
urlare. Tutti avevano sentito certe storie. La madre che chiudeva
la bocca al figlio che piangeva per non farsi scoprire
dalla SS e sentiva il corpo del bambino diventare floscio tra le
sue braccia. Il padre che soffocava un figlio che urlava per
salvarne altri due. Ma non volevo pensare a quegli orrori.
Indugiavo sulla culla, con un coltello per mano. Taci,
ho sibilato.
Mio figlio mi ha guardato. Il suono  cessato. Le palpebre
appiccicate dal sonno hanno sbattuto sui suoi occhi azzurri.
Ho trattenuto il respiro. Lui ha sbattuto le palpebre di
nuovo. Ho lasciato andare il respiro. Lui ha aperto la bocca.
Il suono con cui ha espresso il suo oltraggio ha scosso i muri.
La mia mano sulla culla. La luce della finestra si  riflessa
sulla lama del trinciapollo, luccicante e argentea come un
giocattolo. Mio figlio l'ha visto e ha allungato la manina per
prenderlo. Io l'ho allontanato. Lui ha continuato a urlare. 
suonato il campanello. Il trinciapollo era sospeso su di lui,
che urlava e si dimenava e tendeva il corpicino per prenderlo.
Gliel'ho impedito. Il campanello ha suonato di nuovo,
pi a lungo questa volta. Quel figlio di puttana ci si era appoggiato
sopra. David ha urlato. Ho sollevato il coltello alto
sulla culla.
Il campanello ha smesso di suonare. Mio figlio ha sbattuto
le palpebre e chiuso la bocca. La casa  caduta nel silenzio.
Ho avvertito qualcosa sulla culla. Ho alzato lo sguardo e
ho visto il trinciapollo. Ho ritirato il braccio e l'ho fatto cadere
per terra. Notando il coltello nell'altra mano, ho fatto
cadere anche quello. Ho preso in braccio il bambino. Ce l'avevo
ancora in braccio quando ho sentito la macchina di
Madeleine che entrava in garage. Ho raccolto i coltelli e sono
sceso in cucina con David, rimettendoli al loro posto,
esattamente negli stessi spazi in cui si trovavano prima. Non
si sarebbe mai accorta che li avevo presi.
Uscendo dalla cucina, ho notato una busta che spuntava
da sotto la porta. Con mio figlio in braccio mi sono chinato a
raccoglierla e l'ho aperta. Il gruppo sportivo della polizia
chiedeva un contributo.

Mi sento male a pensare che mentre io dormo in
un letto caldo le mie pi care amiche sono state
buttate per terra o sono crollate da qualche parte.
Anne Frank, Diario, 19 novembre 1942.

Continuo a chiedermi se non sarebbe stato meglio
per tutti che non ci fossimo nascosti e adesso
fossimo morti senza dover soffrire tanto.
Anne Frank, Diario, 26 maggio 1944.


Capitolo 15.

Mi sono svegliato all'improvviso. Le lancette bianche della
sveglia sul comodino segnavano le cinque e venti. Ho girato
la testa dall'altra parte. Madeleine era nella solita posizione
in cui dormiva in quegli ultimi tempi, con la schiena rivolta
verso di me, le ginocchia piegate e le braccia intorno al corpo,
come per consolarsi. Sognava forse quel ragazzo venuto
a casa dei suoi parlando lingue che lei non capiva, dicendo
cose che i suoi familiari si rifiutavano di sentire, portando
con s un mondo pi grande in cui lei desiderava entrare?
Era bello pensare che ci fosse un mondo in cui la rendevo
ancora felice.
Ho sollevato le coperte. La vista della sua spina dorsale
non mi ha spaventato. Non mi sentivo cos tranquillo da mesi.
Non avevo pi paura di quello che avrei potuto fare a lei e
ai bambini. Avevo trovato un modo per difenderli da me.
Mi sono alzato piano piano. Ho cercato a tentoni un paio
di pantaloni nell'armadio, mi sono infilato i mocassini, ho
preso una polo dal cassetto e ho indossato anche quella. Ho
messo in tasca le chiavi della macchina e il portafoglio, poi
ci ho ripensato e ho tenuto soltanto la patente e la foto dei
bambini uguale a quella incorniciata sul divano, lasciando il
portafoglio a casa. La patente serviva per l'identificazione. E
la foto dei miei figli serviva a me. C'era rimasta una sola cosa
da fare.
Sono tornato dalla mia parte del letto, e alla luce della sveglia
ho scritto su un pezzetto di carta:
Madeleine, mia cara,
la combinazione della cassaforte  otto a destra, quattro a
sinistra e sei a destra. Bacia i bambini da parte mia.
Ti amo, Peter.
Ho messo il pezzo di carta contro la sveglia. Sarebbe stata la
prima cosa che avrebbe visto aprendo gli occhi.
Il parcheggio della stazione era deserto. Era troppo presto
per i pendolari. Ma sarebbe sicuramente passato un espresso
che anticipava quello dell'ora di punta trasportando persone
importanti tra New York, Philadelphia e Washington. Non
avrei dovuto aspettare molto.
Mi sono fermato in un posto accanto alla banchina e ho
spento il motore, ma ho lasciato la chiave nel blocchetto dell'accensione.
La macchina era rivolta a est. Avevo deciso per
il verso sud. Le previsioni avevano indovinato. Ci sarebbe
stato cielo coperto. Mi faceva piacere. Una giornata di sole
sarebbe stata troppo crudele.
Ho preso la fotografia che avevo in tasca. I miei figli mi
guardavano. Non sorridevano poi tanto come mi era sembrato
quando avevo visto la foto la prima volta. Abigail aveva
gli occhi semichiusi. Non avevo notato il pugno chiuso di
Betsy. E David sembrava sul punto di piangere. Avevano gi
capito che la vita non era tutta rose e fiori. Ma se non potevo
tenerli al sicuro, potevo proteggerli da me. Ho rimesso in tasca
la foto e sono sceso dall'auto. Anni prima, quando ero
venuto qui per liberarmi del diario, avevo fatto una volata fino
alla banchina, per superare il mio passato. Avrei dovuto
saperlo, che mi avrebbe raggiunto.
Sono andato verso i gradini, la testa china, le spalle curve,
trascinando i piedi. Camminavo come un vecchio. Come
mio padre l'ultima volta in cui l'avevo visto, che non ricordavo
quando fosse. La volta che non avevo fatto nulla per salvarlo.
Credi di poterti lavare le mani di tua madre e di me,
aveva urlato alla finestra la sera in cui era nato mio figlio.
L'accusa era giusta. Ma adesso mi sarei fatto perdonare. Non
che credessi in una vita dopo la morte.
Mi sono trascinato su per le scale fino alla banchina tenendomi
alla ringhiera. Sentivo le gambe pesanti. Ero cos
spossato che mi tremavano le mani. Il dottore si era sbagliato
riguardo ai tremori. Non erano psicosomatici. Ma aveva
avuto ragione su di me. Non riuscivo a vivere al di fuori.
Giunto in cima alla scala ho fatto per attraversare la banchina.
Coi miei figli avevamo preso il treno solo una volta.
Eravamo americani. Ci spostavamo in macchina. Durante
l'attesa sulla banchina, Abigail era rimasta al mio fianco,
mentre Betsy aveva continuato a sfidare il pericolo, avvicinandosi
al margine della banchina verso i binari. Vieni
qui, avevo dovuto comandarle pi di una volta. Alla fine
l'avevo presa per mano e l'avevo tenuta ferma accanto a me
fino all'arrivo del treno.
I binari si estendevano in lontananza come i punti di un'enorme
ferita. Portavo i pantaloni corti quando avevamo preso
il treno da Osnabriick ad Amsterdam. La felpa ruvida dei
sedili mi aveva graffiato le gambe dietro. Smettila di agitarti,
mi aveva rimproverato mio padre. Aveva i nervi a fior di
pelle. Era una cosa saggia andarsene via cos portandosi appresso
la moglie, che non voleva andare, e il figlio, per ricominciare
in un altro paese? Era olandese di nascita, ma aveva
sempre vissuto in Germania. Era giusto abbandonare il padre
anziano? Era certo un figlio pi devoto di me. Smettila
di agitarti, aveva detto, e mia madre aveva preso il cestino
dal portabagagli e mi aveva dato una fetta della sua favolosa
babka.
Sul treno dopo niente babka, anche se mio padre era riuscito
a trovare un pezzo di pane che ci eravamo divisi. Ormai
non si chiedeva pi se aveva fatto bene o male a partire ma si
malediceva per l'errore commesso. Come aveva fatto a non
prevedere cosa sarebbe successo? Avrebbe dovuto sapere
che certe misure come proibire agli ebrei di sedersi sulle
panchine al parco, imporre la stella gialla sugli abiti e buttare
a terra i vecchi per strada erano solo l'inizio. Le umiliazioni
si erano presto estese alle violenze e lui era stato ingannato.
Tutti lo eravamo stati. Non era la fine del mondo. I nostri avi
avevano sofferto pene ben pi dure. Se la situazione rimane
cos, se non peggiora, possiamo sopravvivere. Questa gente
torner in s prima o poi. Dobbiamo solo aspettare. Cos ci
eravamo spostati da Osnabruck ad Amsterdam. E dall'appartamento
sulla Zuider-Amstellaan, vicino ai Frank che
abitavano nella Merwedeplein, all'alloggio al 263 di
Prinsengracht; e dall'alloggio al campo di smistamento di
Westerbork. E ancora si illudeva, o forse cercava di illudere me e
mia madre. Persino quando ci avevano chiamati per salire
sul treno diretto a est, e tutti sapevano cosa significasse, aveva
continuato a fingere. Van Pels, aveva urlato l'ufficiale
quando erano arrivati alla P. L'abbaio di un cane. Hermann.
Avevamo trattenuto il respiro. Auguste. Mia madre aveva
cominciato a piangere. Peter. Almeno siamo insieme, aveva
detto mio padre, ma senza guardarmi negli occhi. Non mi
aveva salvato, come Pfeffer aveva salvato suo figlio. Ma poi
io non avevo salvato lui.
Mi sono seduto sulla banchina, con le gambe che dondolavano
a mezzo metro dai binari. Abigail avrebbe esitato,
Betsy se la sarebbe presa comoda. Chiss David, mi sono
chiesto. Me lo sono immaginato a sette anni, a dieci, a tredici.
Madeleine avrebbe celebrato il suo bar mizvah Avrei
detto di no. I suoi avrebbero insistito ma lei avrebbe tenuto
duro. Avrebbe detto che Peter non voleva. Avrebbe dimenticato
i segreti, le bugie e la rabbia, avrebbe dimenticato quando
avevo detto di non volere che mio figlio fosse scambiato
per un ebreo, e ricordato solo quanto amavo lei e i bambini.
Avrebbe parlato loro di me. Pap diceva questo. Pap pensava
quest'altro. Pap avrebbe voluto che tu facessi cos. Sarei
stato un uomo migliore nella leggenda che nella vita reale.
Come Anne, sarei stato canonizzato dopo la morte. Era
strano pensare che se lei fosse sopravvissuta, il diario no.
Stava schiarendo. I binari unti brillavano alla luce grigia.
Mi sono chinato in avanti e ho sentito lo stridio dei freni. Le
donne che piangevano. Gli uomini che urlavano. Il traffico
in tutte e due le direzioni bloccato per ore. La gente non sarebbe
andata a lavorare. I mariti avrebbero mancato le riunioni
e le mogli avrebbero rinunciato allo shopping e al
pranzo fuori. Gli stava bene a quei bastardi, cos imparavano
a pensare che quella era vita dura.
Ho sentito di nuovo i freni, ma stavolta alle mie spalle. E
una portiera che sbatteva.
Peter! ha urlato Madeleine squarciando l'aria. Ovviamente
stavo immaginando anche quello. Lei dormiva ancora
alla luce fioca della sveglia, attenuata dal pezzo di carta con
la combinazione della cassaforte che ci avevo appoggiato davanti.
Ho posato i palmi delle mani sulla banchina, pronto a
darmi la spinta in avanti. Ho sentito una stretta mortale intorno
al collo. Non sapevo che mia moglie fosse cos forte.
Mi ha spinto indietro. Ho sbattuto la testa per terra. Mi ha
tirato su le gambe e mi ha fatto rotolare al centro della banchina,
poi mi si  buttata addosso. Un uomo grande e grosso
non avrebbe saputo inchiodarmi a terra con tanta forza.
Cosa significa questo? Mi ha sventolato in faccia il
pezzo di carta con la combinazione della cassaforte. Che
diavolo significa?
Le ho detto che era la combinazione della cassaforte. In
caso mi fosse successo qualcosa.
In caso, ha urlato lei. In caso.
I bambini intanto si erano avvicinati, nonostante Madeleine
avesse raccomandato loro di restare seduti in macchina.
Erano in cima alle scale, Abigail teneva David per mano,
Betsy si succhiava il pollice, anche se le avevamo fatto togliere
il vizio anni prima. Avevano addosso il pigiammo estivo e
tremavano di freddo. Volevo salvarli da me. E non ero in
grado di proteggerli nemmeno da una tiepida mattina di primavera.

Anche la vita di un uomo  storia.
The American History of Anne Frank's Diary
di Judith E. Doneson, in Anne Frank:
Reflections on Her Life and Legacy, a cura di
Hyman A. Enzer e Sandra Solotaroff-Enzer.


Capitolo 16.

Madeleine non ha detto ai suoi dell'incidente alla stazione.
Mi  stata leale. Si mostrava persino orgogliosa di me, davanti
a loro. Ma mi pregava di tornare dal dottor Gabor. Non ce
n'era bisogno. L'episodio alla stazione era stato un'aberrazione.
Una visita sola, Peter. Ti prego. Un'ora, che male ti fa?
Te l'ho detto, non succeder pi.
Solo per rassicurarmi.
Non serve.
Per i bambini, allora.
Maledizione, Madeleine, vuoi farmi tornare alla stazione?
L'avevo messa in difficolt.
Non ho bisogno del dottor Gabor, le ho detto con tenerezza.
Intendevo dire che non poteva essermi d'aiuto. Gli
psichiatri non hanno rimedi per gli istinti suicidi.
Non potevo mettere a letto le mie figlie la sera per paura
di soffocarle. Non potevo prendere David tra le braccia e
farlo girare e.urlare di piacere perch avrei potuto perdere il
controllo e sbatterlo contro il muro. Guidare coi bambini
sul sedile posteriore era la cosa pi terrificante, peggio che
andare sulle montagne russe. Il piede intorpidito e pesante
sull'acceleratore. Le braccia che scattavano per l'urgenza di
girare il volante. Vedevo la macchina che sbandava nel traffico
che veniva nella mia direzione. La vedevo cadere dal ponte.
Sfondare il guardrail e puntare verso l'acqua. I visi sgomenti
delle mie figlie coperti dai loro capelli. Le gambe corte
e robuste di mio figlio che si agitavano nell'acqua scura. Io
lottavo per salvarli, ma la corrente li trascinava via, allontanandoli
da me. Quella notte alla stalla avevo creduto che fosse
un caso isolato. Ora sapevo che era il destino. Avevo ucciso
una volta. L'avrei fatto di nuovo.
Anni prima avevo detto che sarei tornato, bench allora fossi
certo di mentire. Se mai mi era capitato di pensare all'uomo
coi capelli rossi e le lentiggini, era stato solo considerando
un errore che non avevo fatto. Lui era il pedone che, sterzando
appena in tempo, avevo evitato, l'oggetto che precipitando
mi aveva mancato, la buccia di banana su cui non ero scivolato.
Il suo era il mondo di cui avevo rifiutato di far parte.
Era l'uomo che non ero diventato. Quindi non sapevo quello che facevo mentre cercavo un parcheggio in quella strada
piena di buche che ancora, a tanti anni dalla guerra, trasudava
paranoia.
La sinagoga di pietra era china come un vecchio che aveva
voltato le spalle al mondo. Ho aperto la porta e sono entrato.
L'aria appiccicosa puzzava ancora di cibo rancido e di
qualcosa di altrettanto sgradevole anche se pi incorporeo.
Fossi stato un romantico l'avrei chiamata disperazione.
Meglio che me ne vada finch sono in tempo, mi sono
detto. Non avevo trovato niente qui anni prima. E non l'avrei
trovato nemmeno adesso. Nonostante questo mi sono
avviato verso il corridoio.
L'uomo dai capelli rossi non c'era. Nessuno di loro aveva
un viso familiare, o forse ce l'avevano tutti. Chini sotto lo
scialle della preghiera, coi filatteri stretti al braccio, vetusti
indipendentemente dall'et, si capiva subito chi erano e
dov'erano stati. Erano in otto. Meno male. Se anche fossi restato,
non avrebbe fatto differenza. Ne sarebbe mancato
sempre uno. Perch dieci, poi? Perch non dodici o un facile
trio? Quale saggio della Bibbia o studioso del Talmud aveva
deciso che Dio usava il sistema decimale?
Ho fatto per tornare indietro. Lui stava venendo verso di
me. Sapevo che l'avrei trovato l. Quelli come lui non andavano
avanti.
Allora, Mr. Yankee, mi ha detto prendendomi per il
braccio e riconducendomi dalla parte opposta del corridoio,
 un po' che non ci vediamo.
Mi ha dato uno zucchetto, che non mi stava fermo in testa,
e mi ha messo uno scialle da preghiera sulle spalle. Lo
scialle ha alzato una nuvola di polvere che ha danzato nel
raggio di luce che filtrava dalla finestra. Mi ha dato un libro
rilegato in nero. Gli ho detto che non sapevo leggere.
Lui ha scosso la testa. Certo che sei pignolo. Ti chiedo se
sei ebreo e mi dici che non credi. Ti do un libro e mi dici che
non sai leggere. Chi ha detto che devi leggere? Devi solo stare
qui per arrivare a dieci.
Gli altri otto si sono avvicinati. Ho fatto un passo indietro.
Lui ha allungato una mano lentigginosa e mi ha fatto
riavvicinare. Hanno cominciato a pregare. Come la volta prima,
niente di diverso. Io non capivo le parole e non rispondevo
al ritmo, loro piegavano le ginocchia e si chinavano in
avanti. Una volta per, verso la fine, mi sono piegato anch'io,
e mi sono improvvisamente ritrovato alla sinagoga di
Osnabrck, accanto a mio padre, a giocare con le frange del
suo scialle, quello che avrei indossato anch'io al mio tredicesimo
compleanno. Ma quel momento non sarebbe mai arrivato.
A tredici anni eravamo gi fuggiti da Osnabriick. A tredici
anni, non potevo pi permettermi di essere ebreo.
Un coro di amen si  levato verso l'alto come uno stormo
di uccelli da un acquitrino. Sarebbero stati prede facili. Mi
sono tolto lo scialle e lo zucchetto, li ho posati su una delle
panche di legno, e ho fatto per andarmene, ma il rosso mi ha
raggiunto in un attimo.
Perch ci hai messo tanto? mi ha chiesto trotterellandomi
accanto.
Non ho risposto.
Quante volte mi saresti stato utile. Non abbiamo un
minyan, non possiamo pregare.
Mi sono fermato e l'ho guardato. Perch?
Come perch? Un minyan sono dieci uomini. Ci vuole
un minyan per pregare.  la legge.
Ma che legge ? Chi l'ha inventata? Chi l'ha scritta? So
della costituzione, dei padri fondatori. So come si fanno le
leggi statali e federali. Ma quale autorit dice che ci vogliono
dieci uomini per pregare? Non dirmi che  Dio.
E dagli con questo Dio e col credere o meno.
Voglio solo sapere chi dice che nove credenti non sono
meglio di nove credenti e di un apostata come me.
Apostata?
Non osservante.
So cosa significa la parola. Elegante. Come una cattedrale
con le vetrate istoriate.
O perch non uno? Se io volessi venire qui e pregare da
solo?
Non preghi nemmeno con noi, e vuoi pregare da solo?
Se lo facessi?
Accomodati.
Vuoi dire che non avrei bisogno di altri nove uomini?
Non per certe preghiere.
Ma perch?  questo che voglio sapere.
Se conoscessi l'ebraico, lo capiresti. In ebraico non si
prega dicendo io' ma dicendo noi'.
E allora?
E allora, se le preghiere dicono noi' significa che non sei
da solo. Significa che hai una responsabilit nei confronti degli
altri. Significa, per rispondere alla domanda di Caino, s,
lo sei.
Il custode di mio fratello?
Di tuo fratello, di tuo padre, di tuo figlio, del tuo secondo
cugino, del vicino di casa rompiscatole che non ti  neppure
parente.
E se fossero tutti morti?
Vivi o morti che differenza fa? Hai comunque degli obblighi.
 per questo che vieni qui?
Lui ha alzato le spalle e ha sorriso. Conosci un motivo
migliore?
Ha continuato a sorridermi, gli incisivi come due lumi accecanti
in una caverna gialla, opera di un dentista al campo
dispersi, ero pronto a scommettere. Cosa ci facevo l? Lui
veniva perch non aveva altro posto dove andare. Veniva
perch aveva paura di non farlo. Ma io vivevo in un altro
mondo. Io non avevo paura. Per in quei giorni s.
Allora, cosa ti tormenta, "signor so tutto sui padri fondatori" e non sto parlando di Abramo, Isacco e Giacobbe. Del
resto, a uno che si fa credere un gentile...
Come fai a saperlo?
L'ultima volta che sei venuto ti ho guardato andare via.
Ho visto la targa del New Jersey. Non attraversi il confine di
Stato per andare in sinagoga se non hai qualcosa da nascondere.
Per come la vedo io, quando diventa troppo, vieni
qui.
Non sto nascondendo niente. Ho fatto una scelta. Mi
sono costruito una nuova vita.
Mazel tov. Allora, ripeto, cosa ci fai qui?
Il sole gli infuocava i capelli, rossi e selvaggi. Ho dovuto
socchiudere gli occhi.
Hai mai sentito parlare di Anne Frank?
Conosci qualcuno che non ne ha sentito parlare?
Io sono Peter van Pels. Il Van Daan del diario.
Ho aspettato il ghigno incredulo. Ogni tanto saltava fuori
qualcuno che dichiarava di essere la principessa Anastasia.
C'erano donne che dicevano di aver visto Rodolfo Valentino.
Houdini era roba da due soldi, in confronto.
E allora?
Mi credi?
Cos' che non dovrei credere? Il mondo  pieno di nazisti
che non lo sono mai stati. Perch non dovrebbero andare
perduti alcuni ebrei?
Non tutti la vedono cos.
Hai fatto un sondaggio?
Tutto il mondo pensa che sia morto, e che Pfeffer sia un
idiota, e che mio padre sia un ladro.
Adesso non ti seguo pi.
Nella commedia e nel film.
Non sono uno che va molto a teatro e al cinema.
Mio padre non ha mai rubato il pane. Ma nella commedia
e nel film gli fanno rubare il pane. Sai perch? Cos il
pubblico non si annoia. La Grune Polizei che ci soffia sul
collo, i bravi cittadini olandesi pronti a denunciarci per settantacinque
fiorini a testa, i nazisti bastardi che non lo fanno
neanche per denaro, ma per puro divertimento non sono
sufficienti a mantenere alta la tensione durante il film. Hanno
bisogno di mio padre che mi ruba il pane di bocca.
Dunque?
Dunque mi fa impazzire il pensiero di non poterci fare
niente.
Ha scosso la testa. Adesso allora capisci il significato del
minyan.
Ho affittato una cassetta all'ufficio postale del paese vicino.
Non volevo che dei conoscenti mi vedessero ritirare della
posta in un luogo diverso da casa o dal mio ufficio. George
Johnson avrebbe pensato che avessi qualcosa da nascondere,
di romantico o di finanziario. Harry si sarebbe fatto delle
domande. L'impiegato della posta ha preso i soldi e mi ha
dato la chiave e un pezzo di carta con una serie di cifre. Ero
di nuovo un numero.
Quella sera ho chiuso la porta del mio ufficio e sono rimasto
alla scrivania a scrivere la lettera.
Mr. Otto Frank
Herbstgasse 11
Basilea, Svizzera.
Gli ho spiegato che non volevo delle royalty o delle scuse,
n volevo essere identificato. Questo meno di tutto. Volevo
solo la verit, come la conoscevamo lui e io. Lui era famoso.
Quando parlava, la gente lo ascoltava. Aveva persino fondato
la Casa di Anne Frank, trasformando l'alloggio segreto in
un museo. Anne era ormai un'istituzione, oltre che una leggenda
e una santa. Ho girato il foglio. Giustizia, ho scritto, e
decoro. Coscienza e onore. La reputazione di un uomo  la
sua vita, e lui doveva fare qualcosa. Ripensandoci oggi, non
so cosa mi aspettassi da lui. Che assoldasse uomini sandwich
che si piazzassero davanti ai cinema con i cartelli doppi che
dicevano di non confondere il film con la realt? Che mettesse
degli annunci sui giornali in cui si dichiarava che Hermann
van Pels non era un ladro? C'era un tipo che stava facendo
causa a Otto e aveva messo un'inserzione su un quotidiano.
Era una faccenda sporca e non avevo nessuna intenzione
di mettermici in mezzo. C'erano altri metodi. Una dichiarazione
pubblica da parte di Otto. Una ritrattazione prima
della proiezione. Una riga sulla locandina del film che
circolava in tutto il mondo. Ho terminato la lettera, l'ho imbucata
alla posta locale e sono andato a casa guidando con
una mano sola sul volante.
Immaginavo che avrei dovuto attendere un po' prima di
ricevere la risposta di Otto, ma ci non mi impediva di andare
tutti i giorni all'ufficio postale della citt confinante a controllare
se era arrivata. Ogni sera prima di andare a casa passavo
di l, prendevo la chiave, aprivo lo sportellino di vetro
col numero sopra e sbirciavo dentro. Continuavo a vedere
un buco vuoto. Per una, due, tre settimane. Il giorno in cui
avrei dovuto pagare l'affitto della cassetta per il mese successivo,
ho trovato una busta. L'ho presa. Ho guardato l'indirizzo.
Sopra al numero di casella postale c'era il mio nome, Mr.
Peter van Pels. Una serie di nomi, come un piccolo esercito
legale, marciavano sull'angolo in alto a sinistra della busta.
L'ho aperta. Conteneva un solo foglio di carta, spessa e
vellutata, piegato in tre. L'ho disteso. Di nuovo il mio nome
sopra al numero. Ho guardato in fondo al foglio. Il mittente,
che rappresentava Mr. Otto Frank, desiderava informarmi
che l'elenco ufficiale dei sopravvissuti della Croce rossa non
riportava nessun Peter van Pels. L'ultima volta che Mr.
Frank aveva visto il Peter van Pels che era stato nascosto con
lui al 263 di Prinsengracht era in un ospedale ad Auschwitz.
Il ricordo addolorava molto Mr. Frank. Aveva supplicato il
ragazzo di restare. Lui aveva detto che avrebbe tentato la
marcia forzata. Mr. Frank si dava ancora la colpa per non
essere riuscito a convincere il ragazzo, che per lui era come un
figlio.
C'era un altro paragrafo. Qualunque altro tentativo di
molestie nei confronti di Mr. Frank o di spacciarsi per qualcuno
connesso con la storia di Anne Frank sarebbe andato
incontro ad azione legale.
Sono rimasto seduto sulla panchina di legno al centro dell'ufficio
postale e ho riletto la lettera. Non mi aspettavo che
il rosso della sinagoga mi credesse. Sapevo che gli estranei
sarebbero stati scettici. Ma Otto mi conosceva. Per due anni
e ventitr giorni, avevamo vissuto insieme, vicinissimi. Al
campo, gli avevo portato da mangiare, e come diceva la lettera,
lui aveva cercato di convincermi a restare in ospedale con
lui. Mi aveva detto che per lui ero come un figlio. E adesso
non credeva che esistessi.
Ho fatto un altro tentativo. Ho scritto a mio zio, quello che
mi aveva mandato i soldi al campo dispersi. Sapeva che ero
sopravvissuto alla guerra. Avrebbe confermato chi ero. Mi
avrebbe aiutato a riparare alle ingiustizie commesse da Otto.
La sua risposta  arrivata in meno di una settimana, ma diversamente
da Otto, non aveva coinvolto avvocati. Caro signore,
diceva, niente Caro Peter, nemmeno Mr. van Pels.
Chiunque fossi, anche se mi chiamavo Peter van Pels, non
ero il ragazzo che ricordava, il figlio del fratello che amava.
Quel Peter van Pels non gli avrebbe chiesto i soldi per andare
in America per poi scomparire. Quel Peter van Pels aveva
il senso della famiglia.

Se Anne Frank potesse tornare tra i vivi, rimarrebbe
scioccata dall'uso scorretto che si fa del suo
diario.
The Uses - and Misuses - of a Young Girl's
Diary di Lawrence L. Langer, in Anne Frank:
Reflections on Her Life and Legacy, a cura di
Hyman A. Enzer e Sandra Solotoroff-Enzer.

Il Diario di Anne Frank, la commedia di Broadway
che ha vinto il Pulitzer,  oggetto di una complessa
battaglia legale per inadempienza contrattuale
alla Corte Suprema (...) Mr. Levin accusa le
discriminazioni contro il suo adattamento perch
giudicato troppo ebreo'. (...) Mr. Bloomgarden
(...) dice che questa faccenda dell'essere pi o meno
ebreo relativamente all'adattamento  assurda e
del tutto falsa.
New York World Telegram, 18 marzo 1957.

Se mi amassi veramente prenderesti una pistola e
spareresti a Otto Frank.
Meyer Levin a sua moglie, citato in The Hidden
Life of Otto Frank di Carol Ann Lee.


Capitolo 17.

Non volevo finire immischiato nella causa contro Otto. Ma
mio padre doveva essere scagionato. E io dovevo poter mettere
a letto i miei figli, abbracciarli, portarli a spasso in macchina.
Dovevo fare qualcosa. Ho scritto una terza lettera, a
un certo Meyer Levin. Aveva scritto una commedia basata
sul diario di Anne. Sosteneva di aver intrapreso il progetto
su richiesta di Otto Frank. La sua versione, secondo lui, era
fedele alle intenzioni di Anne. Insisteva nel dire che lui parlava
con la vera voce di Anne Frank. Non capivo come uno
scrittore americano di mezza et, che dei campi di concentramento
sapeva solo quanto gli aveva riferito il corrispondente
che era salito sull'Air Force americano che aveva liberato
Buchenwald, potesse arrivare a credere di parlare con la
voce di una ragazza malata di tifo morta a Bergen Belsen, ma
non era questo il punto. Levin giurava che la commedia in
scena a Broadway e nel mondo conteneva un mucchio di bugie.
Era l'uomo dei miei sogni.
Levin mi ha risposto senza por tempo in mezzo. Ho letto
la sua lettera seduto sulla stessa panchina di legno dell'ufficio
postale dove avevo letto quella dell'avvocato di Otto e di
mio zio che mi dicevano che non esistevo. Levin non aveva
dubbi sulla mia identit. O almeno non ne esprimeva nella
missiva. Voleva sapere quando potevamo incontrarci. Era
ansioso di mostrarmi un dossier secondo il quale Otto era
sopravvissuto ad Auschwitz soltanto grazie ai suoi legami coi
comunisti, e come prova, elencava il viaggio di Otto attraverso
il territorio sovietico al ritorno dal campo ad Amsterdam.
Accusava Otto di aver ucciso la sua commedia come i
nazisti avevano ucciso Anne, e per la stessa ragione. Nella
sua commedia batteva un cuore ebreo e bruciava un'anima
ebrea, e Otto era un antisemita che simpatizzava coi comunisti
e un ebreo che rinnegava se stesso. Ha incluso il suo numero
di telefono chiedendomi di chiamarlo subito. Parlava
di un libro che raccontava la mia versione della storia, e di
una commedia tratta da esso che raccontava la vera storia di
Anne Frank e del sottoscritto, del ragazzo che l'aveva amata,
Peter van Daan - aveva tracciato un segno sulla parola van
Daan e ci aveva scritto sopra a matita van Pels. Concludeva
pregandomi di non perdere altro tempo. Il mondo aspettava
la mia versione. Lo dovevo ad Anne. Lo dovevo alla storia.
Lo dovevo a lui, come artista, ma anche come voce della verit
e degli ebrei. Mi metteva altres in guardia dal parlare
con altri di questa importantissima faccenda finch non ci
fossimo visti e avessimo firmato i contratti necessari per la
pubblicazione, la pubblicit e i diritti sussidiari, tutte cose
che io, non essendo del ramo, difficilmente potevo conoscere
o capire. E non parlava solo degli accordi finanziari. Anche
se non era ricco, il suo romanzo, Compulsion, stava andando
benissimo. Per dire le cose come stavano, non lo faceva
per soldi. E per dimostrarlo prometteva di girare ogni soldo
ricavato dalla causa, dopo aver pagato le spese legali, agli
enti benefici ebrei. Gli importava solo della memoria di Anne
Frank e di altri sei milioni di persone. Voleva far sentire la
sua vera voce. Ed era certo che io provassi la stessa urgenza.
Non vedeva l'ora di conoscermi, mi augurava di stare bene e
si firmava, distinti saluti, Meyer Levin.
C'era un poscritto. Mi chiedeva se avevo famiglia, magari
una figlia, e voleva sapere se era grande abbastanza per apparire
in televisione.
Ho fatto a pezzi la lettera, l'ho buttata nel cestino traboccante
di volantini e dpliant pubblicitari indesiderati, e sono
tornato al banco dell'ufficio postale. Ho restituito la chiave
della casella all'impiegato. Lui ha detto che avevo ancora diciotto
giorni di affitto pagati e che non poteva restituirmi i
soldi. Gli ho risposto che non mi aspettavo che me li restituisse.
Ho aggiunto che non c'erano altri posti dove potessi
essere raggiunto. E uscendo ho anche buttato l che avrei lasciato
il paese per un lungo periodo di tempo.
Qualche settimana dopo percorrevo la New Jersey Tumpike
verso nord, diretto a Manhattan. Non volevo immischiarmi
negli affaracci di Meyer Levin, ma volevo seguire il processo.
Quando avrebbe dichiarato che la commedia conteneva un
mucchio di bugie, sarei stato l a sentire mio padre che veniva
discolpato in una corte di giustizia americana.
Molti erano scandalizzati dal fatto stesso che ci fosse un
processo. Che uomo era uno che faceva causa al padre di
una santa? Le maggiori proteste venivano dalla comunit
ebraica. Comunit ebraica era una delle espressioni preferite
di mio suocero, come se noi, o meglio se loro, fossero
tutti una grande famiglia felice; come se non fossero mai esistiti
i kap, il mercato nero, i furti nella zona grigia, e gli
adulti che si contendevano in tribunale le memorie di una
ragazzina morta. Alcuni pilastri della cosiddetta comunit
sostenevano la causa di Levin. Altri chiedevano che il
povero Otto fosse lasciato in pace. Una terza parte auspicava
un coro di silenzio, sostenendo che non si lavavano i panni
sporchi in pubblico, che non si sventolavano le differenze
davanti ai gentili, che due uomini assennati sarebbero sicuramente
riusciti a trovare un modo di risolvere la questione
tra loro. Ma non ci sono riusciti. Il processo  cominciato un
venerd mattina di met dicembre alla Corte Suprema dello
Stato di New York a sud di Manhattan.
Otto  stato la prima persona che ho visto quando sono
entrato in tribunale, e la seconda, e la quinta. Era lui di spalle
nell'ascensore, era lui di profilo che parlava con un altro
uomo, era suo il passo del signore davanti a me in corridoio.
Poi l'ho visto davvero. Mi sono fermato e ho aguzzato la vista.
Non ci potevo credere, bench lui fosse la ragione per
cui ero l.
Veniva verso di me, camminando lentamente, tenendo
una donna per il gomito, la nuova moglie, ho immaginato,
con la testa china e la schiena ancora dritta. Un tipo con un
costoso cappotto di cashmere gli camminava a fianco, sussurrandogli
nell'orecchio mentre camminavano. Mi sono
fermato e li ho aspettati. Mi batteva il cuore cos forte che
ero certo che si vedesse sotto la camicia, la giacca e il cappotto.
Si stava avvicinando. Perch non alzava lo sguardo dal
pavimento di marmo? L'ha fatto. Ho trattenuto il respiro.
Lui mi ha guardato inespressivo. Come se non fossi esistito.
Ho provato a dire il suo nome ma non mi  uscito alcun
suono. Mi  passato davanti. Gli ho guardato la schiena dritta
da soldato tedesco mentre si allontanava. Girati, l'ho sfidato.
Girati, bugiardo figlio di puttana. Ma non ho detto
nulla, e Otto non si  girato.
Cosa mi aspettavo? L'ultima volta che mi aveva visto ero
un bambino, deperito per la fame, coperto di croste e pidocchi,
con le spalle curvate dalla paura. Il suo avvocato aveva
ragione. Quel Peter van Pels era morto alla fine della guerra.
Ho seguito Otto lungo il corridoio, e sono entrato in aula col
resto degli uditori.
In fondo c'era il banco del giudice, fiancheggiato dalle
bandiere simbolo dello Stato e della nazione. Alexander Hamilton,
Dwight D. Eisenhower e Averell Harriman guardavano
severi dalle cornici dorate. Nell'aula c'era un'atmosfera
di seriet e integrit. L'ho trovato incoraggiante.
Mi sono messo dietro e mi sono tolto il cappotto, ma appena
l'ho piegato sulle ginocchia e mi sono accomodato 
entrato il giudice e ci siamo dovuti alzare tutti. Non mi piaceva
la pompa, di solito, ma in quel Caso l'ho trovata rassicurante.
Ci siamo seduti e mi sono risistemato il cappotto in
grembo. Se non fosse stato un tribunale, mi sarei tolto anche
la giacca. La sala era elegante e solenne, ma surriscaldata.
Mentre il giudice e gli avvocati si occupavano dei preliminari,
ho osservato i venti uomini seduti al banco della giuria.
Sembravano imbarazzati e confusi. Nessuno aveva l'aria
di essere particolarmente intelligente. Andava bene anche
quello. Il sistema legale americano era costruito su una giuria
di pari. E poi, quanto bisognava essere intelligenti per
distinguere il vero dal falso? Mia figlia a dieci anni ci riusciva
gi.
Levin era seduto a uno dei due tavoli dall'altra parte della
sala rispetto a me. L'ho riconosciuto dalle fotografie e dalle
apparizioni televisive. Aveva il collo grosso e le spalle larghe,
un viso largo su cui facevano ombra due sopracciglia
spesse come spazzole. Quando l'avvocato lo ha invitato ad
alzarsi, ha attraversato la sala sui polpastrelli dei piedi, come
un pugile.
L'avvocato ha cominciato a indagare sulle prime negoziazioni
con Otto Frank. Non aveva un contratto scritto per fare
l'adattamento del diario, ha ammesso Levin, ma avevano
un accordo informale. Mi fidavo di Mr. Frank.
Un signore davanti a me era seduto chino in avanti. Vicino
a lui, un rifugiato, non chiedetemi come facevo a saperlo,
lo sapevo e basta, si  messo una mano dietro l'orecchio per
sentire quello che diceva Levin. Ho fatto scorrere lo sguardo
sulle altre persone della fila. Mi sono fermato a una donna
all'ultimo posto. Pensavo che fosse ancora ad Amsterdam, o
che tutt'al pi fosse tornata in Germania. Non era ebrea.
Non aveva niente da temere. Ma non poteva essere nessun'altra.
Ne ero sicuro.
Mi sono piegato in avanti per guardarla meglio di profilo.
Il mento si era arrotondato. Una ruga scura come un segno
di pennarello le pendeva dalla bocca come un'infelice parentesi.
Sotto il deprimente cappellino marrone, i riccioli
biondi erano diventati di un color argento annerito. Anche il
vestito era marrone, con un collo di pelliccia logoro. Non vedevo
nulla di simile da quando avevo lasciato il Marseilles. Il
modo in cui era abbigliata mi ha fatto pensare che non abitasse
in America ma che fosse qui di passaggio. Era venuta
per il processo. Era venuta per il marito, sebbene, come mia
madre faceva sempre notare a mio padre, se non a Pfeffer
stesso, non fosse veramente suo marito. Mio padre la zittiva
sempre quando lo diceva. Solo le leggi razziali avevano impedito
a Pfeffer di sposare Charlotte. Non era colpa sua, insisteva.
Mio padre aveva sempre avuto un debole per Charlotte.
Chi poteva biasimarlo? Somigliava a Jean Harlow. Doveva
aver avuto trent'anni o poco pi le poche volte che l'avevo
vista prima che sparissimo, ma di notte sotto le lenzuola
puzzolenti gli anni tra me e lei diminuivano. Seduto in un
tribunale di New York, sotto lo sguardo severo di Alexander
Hamilton, Dwight D. Eisenhower e Averell Harriman, sentivo
l'eco dei miei gemiti soffocati quando giacevo sulla brandina
sotto le scale accoppiandomi col ricordo di Charlotte
Pfeffer che avevo portato con me nel nascondiglio. Poi le urla
di mio padre coprivano il rumore.
Andiamo in giro senza scarpe e in punta di piedi tutto il
giorno, non pisciamo nemmeno per paura che ci sentano, e
Romeo qui fa l'innamorato. Perch non metti una bandiera
fuori dalla finestra? Ebrei nascosti.
Gli rispondeva la voce di Pfeffer, tesa per le tante lacrime
soffocate. Facile parlare per te, tu e Frank, con le vostre
mogli e i vostri figli. Io non vedo mia moglie da pi di un anno.
E chiss dov' mio figlio. Da qualche parte in Inghilterra
a quanto ne so.
Beato lui, pensavo sempre, fortunato Werner Pfeffer a essere
da qualche parte in Inghilterra. Fortunato ragazzo il cui
padre aveva avuto la lungimiranza di metterlo su un treno di
bambini giusto in tempo.
Guardavo Charlotte mentre ascoltavo la testimonianza di
Meyer Levin. Parlava di cattiva interpretazione. Di mancanza
di rispetto. Ha usato la parola frode. Il mento rilassato
dagli anni di Charlotte andava su e gi, in segno di approvazione.
Quando sono arrivato in aula il luned seguente era seduta
nello stesso posto del venerd prima. C'era un posto libero
vicino a lei. Non ho saputo resistere. Volevo vederla meglio.
Ero curioso di sapere se mi avrebbe riconosciuto. Mi sembrava
improbabile. Non ci era riuscito Otto, che era vissuto
con me in quegli anni, figuriamoci Charlotte, che mi aveva
visto un paio di volte, quando ero ancora un bambino.
Mi sono fermato alla fine della fila e le ho chiesto se il posto
accanto a lei fosse occupato. Lei ha alzato lo sguardo. Ho
atteso. Ha risposto di no. Ho mormorato mi scusi e le sono
scivolato alle spalle, sedendomi accanto a lei.
Il marted ci siamo seduti allo stesso posto e ci siamo
scambiati un saluto. Il mercoled la aiutavo a togliersi e a rimettersi
il cappotto. Era malconcio come il vestito che indossava
il primo giorno. Ci aveva messo sopra il collo di pelliccia.
Quando la Corte si  ritirata per il pranzo il gioved, le
ho chiesto se mi faceva compagnia. Lei ha esitato, poi ha sorriso.
Era il sorriso di una donna che aveva dimenticato per
un attimo di essere una vecchia signora, e ne ero felice. Quel
sorriso significava che il mio ricordo di lei non era solo una
fantasia.
Ha detto che le avrebbe fatto molto piacere, ha allungato
la mano coperta da un guanto rattoppato, e si  presentata
come Mrs. Pfeffer. Le ho detto di chiamarmi Harry Wolfe.
Wolf come lupo, ho aggiunto, ma con la e' finale.
Siamo usciti alla luce del giorno e ci siamo tuffati nella folla
che si muoveva con un preciso scopo, carica di borse piene
di acquisti. Mancavano solo sei giorni a Natale. I pedoni
ci passavano in mezzo e ho dovuto prendere Charlotte per il
gomito per non farci separare. A un certo punto si  fermata
davanti a una vetrina con un Babbo Natale enorme.
Quando era vivo mio marito, festeggiavamo Chanukah
e anche il Natale. Si  girata a guardarmi. Sa cos'
Chanukah, Mr. Wolfe? Le ho risposto di s. E un'altra cosa
che non riesco a perdonare. Lo dipingono come uno che
non conosceva la sua religione. Sapeva benissimo l'ebraico e
lo fanno passare per un bambinone che non aveva dimestichezza
nemmeno con le sue festivit.
Mi scusi? ho detto, ma lei si  limitata a scuotere la testa
e ha ripreso a camminare.
Al ristorante, sono riuscito a farci dare un spar. Non era
tranquillo, ma sempre meno rumoroso dei tavoli al centro
della sala. Dal soffitto alto piovevano su di noi rumori di
piatti acciottolati e ordinazioni urlate e l'eco di una decina di
conversazioni altrui. Mi sono scusato per il fracasso e le ho
spiegato che a quell'ora, in quel quartiere, il pranzo non poteva
che essere frenetico.
Gli americani vanno sempre di fretta, ha detto lei.
Lei non  americana?
Vivo ad Amsterdam. Sono venuta qui qualche settimana,
per il processo.
 arrivato il cameriere con la matita e il blocchetto in mano,
ma Charlotte ha ordinato a me, e io ho ripetuto il messaggio
a lui.
 venuta fin qui solo per il processo? le ho chiesto
quando il cameriere se n' andato.
Ha visto la commedia di cui parlano in aula? La causa di
tutti i mali? Ho annuito. Ha presente il personaggio del
dentista?
Dussel, ho detto, anche se era crudele.
Non si chiamava Dussel. Il nome  stato inventato. Ha
scosso la testa. I riccioli hanno tremato sotto il cappello triste.
Quella  un'altra cosa che non posso perdonare. Se
una ragazzina d dello scemo a qualcuno non significa nulla.
Ma se lo fa un libro che leggono tutti, diventa un'etichetta.
Se una ragazzina scrive nel suo diario che a un uomo, a cui
dovrebbe portare rispetto, manca una rotella,  solo
impertinente, se qualcuno pubblica questa impertinenza pretendendo
che il mondo la consideri realt,  un'umiliazione.
Mio marito diceva che Anne era una ragazzina dolce e intelligente,
ma maleducata. Io non giudico. Non doveva essere
facile per una bambina dividere una piccola stanza con un
uomo adulto a cui mancava la famiglia, e viceversa naturalmente.
Le ho detto che non capivo.
L'uomo nella commedia, il dentista che divide la stanza
con Anne Frank, non si chiamava Dussel ma Pfeffer. Fritz
Pfeffer. Io sono la sua vedova.
Nella commedia non dice che  sposato, ho osservato,
bench anche questo fosse crudele.
Eravamo marito e moglie. Il mento si  irrigidito. Le
leggi razziali dei nazisti impedivano a ebrei e gentili di sposarsi,
ma eravamo lo stesso sposati. Dopo la guerra il governo
olandese ha riconosciuto il matrimonio. Ho il certificato.
Hai visto, Mammichen, dopotutto ha fatto di lei una donna
onesta, lui o il governo olandese.
 una delle tante cose su cui la commedia mente. Presenta
mio marito come un uomo senza famiglia, ma aveva
una moglie, e un figlio dal primo matrimonio. Lo stava crescendo
da solo, ma subito dopo la Notte dei cristalli, aveva
intuito il pericolo e avuto la previdenza di metterlo su un treno
di bambini. Non  facile, mandare via un figlio che ami.
Lo aveva addolorato moltissimo. Ma Werner sarebbe stato
meglio in Inghilterra, lui lo sapeva. Ci sarebbero state le
bombe, ma non i nazisti. Cos l'aveva mandato via.
Beato Werner, ho pensato ancora una volta, e mi sono sorpreso
di provare ancora invidia tanto tempo dopo che il pericolo
era cessato. Ricordavo il giorno in cui ero arrivato in
America e l'avevo incontrato. Cercava qualcuno che conoscesse
suo padre. Cercava ricordi. Avevo finto di non conoscere
nessuno con quel nome. Per proteggere me stesso, ma
anche per risparmiargli un dolore. L'ultima volta che aveva
visto suo padre era alla stazione che salutava il treno pieno di
bambini diretto a ovest, verso la salvezza. Io l'avevo visto su
un carro bestiame diretto a est, ad Auschwitz. Lui ricordava
delle braccia forti che lo tiravano fuori dalla barca. Dietro la
fotografia Pfeffer aveva scritto prima gita in barca di Werner,
domenica di Pentecoste, 1932. Io avevo visto lo stesso braccio
livido e sanguinante per le botte ricevute da una guardia col
calcio del fucile, mentre se lo faceva tatuare. Resta come sei,
avrei dovuto dire a Werner alla dogana. Non andare in cerca
di ricordi che non riuscirai pi a dimenticare.
Suo figlio non  venuto con lei al processo? ho chiesto.
Lei ha scosso la testa. Per lui sarebbe stato pi facile.
Werner  qui in America. In California. Ma non  pi Werner
Pfeffer. Si fa chiamare Peter Pepper.  grande abbastanza
da fare quello che vuole, ma non posso dire che mi fa piacere.
Avrebbe dovuto rimanere Pfeffer. Deve tutto a suo padre.
Concordavo con lei. Io non mi ero cambiato il nome, nonostante
dovessi molto meno al mio. Certo che non l'avevo
fatto. Avevo un bel nome americano, mi aveva detto l'ufficiale
di dogana.
Lascia dormire il can che dorme, dice Werner.
Dunque Werner aveva imparato, dopotutto.
Ma io non ci riesco. Ecco perch ho scritto a Mr. Frank.
Siamo vecchi amici. Io e mio marito conoscevamo lui e la
moglie da prima della guerra. Anche dopo lo siamo rimasti.
Al sabato sera spesso ci troviamo con Miep e Jan, quelli che
li hanno aiutati quando erano nascosti, a giocare a carte. Prima
che arrivasse la pensione di mio marito, Mr. Frank  stato
generoso con me e mi ha prestato dei soldi. Di conseguenza,
quando mi ha detto di voler pubblicare il diario della figlia,
non ho obiettato. Se far leggere le parole della figlia al mondo
lo conforta, non sono certo io che posso impedirglielo.
Ma la commedia  un'altra faccenda. Quella non posso appoggiarla.
Gli ho detto che gli avrei fatto causa. Sa cosa mi
ha risposto?
Ha posato la forchetta e si  chinata verso di me sul tavolo.
Tutte le emozioni hanno una manifestazione fisica. Lei ha
scosso le spalle, poi la testa, e non ha potuto fare a meno di
allungare una mano e posarla sulla mia. Forse quello, e la somiglianza
con Jean Harlow, era quello che attraeva me e mio
padre.
Che non dovrei essere cos ingenua da credere che queste
persone cos potenti non sappiano cosa possono o non
possono scrivere da un punto di vista legale.
Ah, Otto, questo non  da te. E pensare che mi accusavi
di non avere carattere.
Cerca di spaventarmi. Ma non capisce che non ho nulla
da temere. Ho gi perso mio marito. Mi resta solo il suo ricordo.
E devo lottare per esso. Cos ho scritto alle persone
che hanno messo in piedi la commedia, Mr. e Mrs.
Hackett. Ha alzato nuovamente le spalle e scosso la testa,
come per avvisarmi di non aspettarmi troppo. Da principio
non hanno risposto. Ho pensato che avessero paura. Sapevano
che non era giusto. Sapevano che anche una povera
vedova poteva fargli causa, checch ne dicesse Otto Frank.
Infine ho ricevuto una lettera. Discorsi peggiori di quelli di
Otto. In pratica, avevano dovuto dipingere il mio Fritz come
un pagliaccio, cos il mondo non avrebbe dimenticato le terribili
cose che sono successe. Hanno detto che senza un
Dussel di cui ridere, la gente non viene a vedere la commedia,
e non coglie l'importante messaggio che gli Hackett vogliono
trasmettere. Questo non lo capisco. Milioni di morti,
e a nessuno importa di loro a meno che non trasformino il
mio Fritz in un buffone? Si  riappoggiata allo schienale
della sedia. Mi perdoni, Mr. Wolfe. Sono troppo eccitabile.
Ma non  giusto. Che Otto Frank passi per un eroe agli occhi
del mondo e il mio Fritz sia lo zimbello di tutti.  per
questo che sono qui. Per sentire Otto Frank che ammette la
verit.
Sono rimasto seduto a guardarla. Oggi portava il consunto
vestito blu che alternava a quello marrone. Mi chiedevo
dove avesse trovato i soldi per il viaggio. Non erano quelli
della pensione di Pfeffer, avrei scommesso. Li aveva avuti in
prestito da amici? Aveva impegnato dei gioielli? Non ne portava
nessuno a parte una semplice fede d'oro.
 venuta fin qui solo per questo?
Lei ha raddrizzato le spalle e alzato il mento. Non le pare
abbastanza? Le sembra poco sentire la verit detta ad alta
voce, vedere riscattato il nome del mio caro marito, vedergli
restituiti il rispetto e il diritto a essere ricordato com'era?
Si  chinata di nuovo verso di me, con uno sguardo di fuoco.
Mi dica, Mr. Wolfe, se fosse qualcuno che ama, se fosse suo
padre e non mio marito, non avrebbe attraversato mezzo
mondo, non avrebbe mosso cieli e terra per riparare al torto?
Alzandomi ho sbattuto al tavolo. L'acqua nei bicchieri ha
sciabordato. Dobbiamo affrettarci, ho detto. Se non vogliamo
perdere la sessione pomeridiana.
Ogni due o tre giorni mi inventavo una nuova propriet,
lontana, che volevo andare a vedere. Era la scusa per allontanarmi
dall'ufficio.
Sicuro che vada tutto bene socio? mi ha domandato
Harry una sera in cui l'ho chiamato al telefono.
Certo, gli ho risposto, ma se vuoi andare tu, fai pure.
Se non ti fidi del mio giudizio.
Non mi ha lasciato finire. Come immaginavo. Tuttavia cominciavo
a chiedermi quanto sarebbe andato avanti il processo.
Era la fine della seconda settimana e nessuno aveva
ancora affrontato la vera questione. Io e Charlotte stavamo
seduti vicini ad aspettare che Meyer Levin, l'uomo che parlava
con la vera voce di Anne Frank, dichiarasse che Fritz
Pfeffer non era uno sciocco e che mio padre non era un ladro.
Pi passavano i giorni, pi fortemente dubitavo della
mia memoria. Se mio padre lo ricordavo coi baffi e mia madre
non la ricordavo proprio, forse sbagliavo anche sulla faccenda
del pane, nonostante avessi riletto il diario. Forse Anne
nel diario non aveva scritto nulla sul furto, ma era stato
Otto a ricordarlo agli sceneggiatori. Ho affrontato l'argomento
a pranzo con Charlotte.
Mi chiedevo, ho cominciato, se la commedia non
rende giustizia a suo marito, forse non ne rende neanche agli
altri.
Lei ha annuito e mi ha posato le unghie rosse sul braccio.
Lei  un uomo molto intelligente, Mr. Wolfe. La commedia
 una parodia. E il film pure. Ha presente la madre, non la signora
Frank, l'altra, Mrs. Van Pels, quella che chiamano
Mrs. Van Daan?
Ho annuito.
Era una donna deliziosa. E generosa. Al compleanno di
Miep, la segretaria di Mr. Frank che li aiutava a stare nascosti,
Mrs. Van Pels le ha dato un anello di onice con un diamante.
Miep non voleva accettarlo. Le aveva gi venduto la
pelliccia e sapeva che i soldi e le cose da vendere stavano per
finire. Ma la signora aveva insistito, dicendo che volevano
darle qualcosa per dimostrare la loro gratitudine.
Mi ero dimenticato dell'anello. Ho rivisto i miei genitori
che passavano in rassegna i gioielli di mia madre rimasti.
Questo non era abbastanza bello. Questo era troppo bello e
ci avremmo potuto mangiare per settimane. Alla fine avevano
deciso per l'anello che mio padre le aveva regalato qualche
anno prima per un anniversario. A mia madre spiaceva
separarsene per il valore affettivo, ma mio padre aveva detto
che questo lo rendeva ancora pi prezioso agli occhi di
Miep.
E il marito? Mr. van Daan?
Intende Mr. van Pels. Un gran gentiluomo. Ha guardato
dietro di me, come se il passato fosse appena oltre le
mie spalle, e la bocca si  piegata in un sorriso nostalgico.
Quindi sapeva di piacere a mio padre.  tornata a guardare
me. Non ho mai visto un naso cos raffinato. Si  chiusa
una narice con l'indice. Non c'era spezie che non riconoscesse.
Qualunque odore sentisse, ti sapeva dire cos'era.
Paprika, timo, rosmarino, cardamomo, qualunque spezia, per
quanto esotica. Lui la conosceva. Era molto sensibile. Non
aveva niente a che fare con lo zoticone della commedia.
Mi ero dimenticato anche dell'odorato. C'era qualcosa
che ricordavo?
E nonostante questo, cos sensibile e raffinato, rubava il
pane agli altri.
Lei ha scosso la testa. Impossibile.
Vuole dire che non  vero nemmeno questo?
Se lo sono inventato, come le cose su mio marito.
Come fa a esserne certa? Lei non c'era.
Conoscevo Mr. van Pels. Non avrebbe mai fatto una cosa
simile. E se l'avesse fatta, mio marito me l'avrebbe scritto.
Ecco un'altra verit che il processo dovrebbe rendere pubblica.
Ma nonostante le deposizioni andassero avanti, nessuno
aveva ancora nominato mio padre e il marito di Charlotte.
Non avevano menzionato neppure la questione dei nomi falsi.
Un rabbino americano che aveva passato gli anni della
guerra in una sinagoga vicino a Hollywood si era lamentato
del fatto che la commedia che Otto aveva autorizzato non
fosse abbastanza ebrea. Uno studioso aveva dichiarato che,
secondo alcuni calcoli matematici, meno del venti per cento
del diario di Anne riguardava gli ebrei. Accuse e contraccuse
che rimbalzavano sfrigolando nell'aula rovente. Adulti che
alzavano la voce per mettere le parole che volevano sentire
in bocca a una ragazzina morta. Ma non un passo verso la verit.
Quando sono giunti all'arringa finale, ho capito che dovevo
agire. Non avrei fatto una piazzata. Volevo solo dire le
cose come stavano. Volevo spiegare che Anne era una bambina.
A volte credeva, a volte dubitava. Un giorno pensava
che la gente fosse buona, il giorno dopo odiava tutti, inclusi
i genitori e la sorella, anzi specialmente i genitori e la sorella.
Era una ragazzina che scriveva in un diario che le avevano
regalato al compleanno e che quando lo spazio era finito scarabocchiava
qualunque pezzo di carta le capitasse tra le mani.
E volevo dir loro che mio padre non solo non aveva rubato
il pane, ma aveva preso degli accordi col macellaio prima
che andassimo nel nascondiglio per far s che desse la carne a
Miep senza tessera e senza far domande, e per fare in modo
che tutti nell'alloggio potessimo mangiare. Volevo chiarire
che mia madre non era una civetta svergognata ma una donna
di gran cuore, che preparava le babka con amore e regalava
gioielli carichi di significato. Volevo suggerire di mettere
fine alla discussione circa quello che Anne credeva o meno
perch era solo una ragazzina e per lo pi in condizioni di
grave disagio, ed esortarli a considerare quello che i miei genitori
avevano fatto, per capire chi erano veramente.
Mi sono alzato. Ho guardato dritto il giudice, e ho subito
avvertito dei visi che si giravano verso di me. Onde di attenzione
che si propagavano dal sassolino di verit che stavo
per lanciare.
Vostro onore, ho detto. Vedete, non sono stato irrispettoso.
Il giudice ha abbassato il martelletto. Ho sentito la parola
ordine.
Vostro onore, ho ripetuto. Vorrei solo...
Tutti i presenti in aula si sono girati verso di me, curiosi di
sapere chi disturbava. Tranne che non stavo disturbando. Se
il giudice avesse smesso di battere quel martelletto avrei fatto
la mia dichiarazione calmo, ragionevole, rispettoso, e mi
sarei riseduto.
Vostro onore, ho urlato, visto che non avevo altra scelta.
Con la coda dell'occhio ho visto avvicinarsi le guardie.
Non c'era molto tempo.
Ho una dichiarazione da fare, ho cominciato. Accanto
a me, ho sentito Charlotte che si faceva piccola piccola. Ho
cercato di aggrapparmi a lei. Avremmo costituito un fronte
unito. Avremmo reso giustizia a mio padre e a suo marito in
un colpo solo. Ma una delle guardie si  intromessa tra noi e
un'altra mi ha afferrato dalla fila dietro.
Non capisce, ho urlato al giudice.
Le guardie mi stavano trascinando fuori dalla fila.
Sono Peter van Pels, ho insistito, mentre mi accompagnavano
lungo il corridoio. Lei  Charlotte Pfeffer, e io sono
Peter van Pels. Mi sono attaccato all'ultima fila di panche.
Non mi sarei lasciato buttare fuori dall'aula. Dovevano
starmi a sentire.
Diglielo, Charlotte, ho supplicato, ma lei scuoteva la
testa.
Diglielo, Otto! Ma Otto era sparito in mezzo ai suoi
avvocati difensori.
Le guardie mi hanno staccato dalla panca. Di' loro la verit
su mio padre, ho implorato, mentre mi trascinavano
fuori di peso.
Una delle guardie mi teneva un braccio stretto attorno al
collo. Sono Peter van Pels. Una presa d'acciaio.
Si  avvicinata un'altra guardia, cercando di tenermi le
braccia ferme lungo i fianchi. Ho liberato il braccio destro.
Sono Peter van Pels, l'ho avvertito, facendo partire un
pugno verso la sua mascella. Ho sentito qualcosa di duro
nello stomaco. Sono Peter van Pels, ho confidato al pavimento
di marmo quando mi  venuto incontro.
Chi diavolo  Peter van Pels? ho sentito chiedere da
una guardia un attimo prima di sbattere la testa per terra.

 stato picchiato dalle SS e si  ripromesso di vendicare
la morte dei suoi congiunti e le sue sofferenze
(...) Sapeva di un tedesco che viveva solo. Gli si
 avvicinato di nascosto e l'ha preso a pugni ma
non si sentiva soddisfatto. Ha trovato un'ascia e ha
ucciso l'uomo a sangue freddo. Ha descritto l'omicidio
nei dettagli dichiarando che solo dopo aver
visto quel corpo a pezzi si  sentito meglio ed  andato
a casa (...) Da allora, mai il suo comportamento
ha dato segno di istinti omicidi.
Rapporto psichiatrico dal campo dispersi
di Fohrenwald, squadra 106.


Capitolo 18.

E rieccomi nello studio del dottor Gabor. Stavolta senza ragione.
Non avevo perso la voce. La mia vista era dodici decimi.
L'unico sintomo era un accesso di franchezza. La verit
mi aveva fatto finire dallo psichiatra. Sapevo che era quello
che dicevano sempre i pazienti, ma nel mio caso era proprio
cos.
Quando Madeleine mi era venuta a prendere dopo l'incidente
in tribunale, la polizia le aveva detto che avevo interrotto
il processo insistendo di essere Peter van Pels. Aveva
avuto un moto di stizza in quel momento, la mia brava mogliettina.
Be' che c' di male?  Peter van Pels.
Questo non significa che deve urlarlo in una corte di
giustizia dello Stato di New York, signora.
In macchina, andando a casa, mi aveva detto che dovevo
tornare dal dottor Gabor. Lui o uno come lui.
Oh ma non c' nessuno come lui, avevo risposto io.
Volevo dimostrarle di non aver perso il senso dell'umorismo.
Lei aveva cominciato a piangere. Se rifiuti di farti aiutare,
Peter, prendo i bambini e me ne vado. Te lo giuro, stavolta
dico sul serio.
Le ho creduto. Il ricordo del ragazzo per cui mi aveva
scambiato era svanito. Le aspettative che aveva su di me erano
sfiorite. Le avevo risposto che prendere un appuntamento
con lui sarebbe stata la prima cosa che avrei fatto il mattino
dopo. Non avevo neanche precisato che erano soldi buttati
via. Non avevo niente che non andava, io. Era Otto che
era malato, e lo scrittore pazzo che credeva di parlare con la
voce di Anne, e il resto del mondo. Ma ero troppo stanco
per discutere. Mi facevano ancora male i muscoli per la scaramuccia
con le guardie. E avevo mal di testa. Era pi facile
cedere. Avevo sentito le parole salirmi in petto. Ti devo dire
una cosa... riguardo a quando ero ad Amsterdam... ad Auschwitz...
alla mia circoncisione. Gli occhi che non voleva
chiudere avrebbero perduto la loro innocenza. La paura le
avrebbe offuscato la vista. Mi ero ricordato della vergogna
sul viso di Abigail quando l'avevo sorpresa a guardarmi il
numero sul braccio. Ero stato zitto. Mi ero comportato da
irresponsabile in tribunale, ma non avevo perso del tutto il
senso del decoro.
Diversamente dal mio amico coi capelli rossi, il dottor Gabor
non si ricordava bene chi fossi. Ho dovuto rinfrescargli
la memoria. Era seduto a esaminare una cartella piena di carte
mentre io aspettavo dall'altra parte della scrivania, ancora
invasa dagli attrezzi del mestiere, dai simboli primitivi e da
quei tristi martiri di Calais. Niente era cambiato in quello
studio, a parte il dottore. Sembrava pi florido che mai, ma
poteva essere per la tinta color mogano sulla faccia e sulle
mani.
 stato a sud? gli ho chiesto mentre dava un'occhiata
agli appunti che aveva scritto anni prima.
Mhm, mhm, ha risposto.
Ha chiuso la cartella e si  appoggiato alla sedia, mi ha fissato
con quello sguardo vacuo da gufo e mi ha chiesto cosa
mi avesse riportato da lui.
Avevo deciso. Stavolta gli avrei detto la verit. Non era
uno che dovevo proteggere. Gli avrei detto tutto, o quasi.
C'era una cosa che non potevo confessargli. Ero un cittadino
americano, un pilastro della comunit, ma ci non significava
che non potessi essere deportato o estradato.
Ho cominciato col ragazzo del diario.
Mi crede? gli ho chiesto quando ha finito di scrivere
tutto.
Perch non dovrei?
Otto Frank non mi ha creduto. O almeno ha finto di
non credermi. Gli ho raccontato della lettera che gli avevo
scritto e della risposta dei suoi avvocati.
Forse non sta fingendo. Dopo la guerra, quando ha visto
che il suo nome non era nella lista dei sopravvissuti, ha concluso
che era morto. Ha vissuto con quel dispiacere tanti anni.
Potrebbe essere troppo doloroso per lui lasciare spazio
alla speranza.
Se gli dispiace tanto, perch ha denigrato la memoria di
mio padre? Ha paura di credere che sono vivo.
Ricorda precisamente tutto quello che accadde e quando?
Ho pensato ai capelli biondi di mia madre e ai baffi di mio
padre. Ricordo le cose importanti.
Lui ha guardato la cartella che aveva lasciato aperta sulla
scrivania. Suo padre  morto ad Auschwitz, giusto?
Ne abbiamo gi parlato.
Nella selezione, quella prima notte sulla banchina del
treno?
Ho annuito.
Ha frugato tra i fogli nella cartelletta. Erano pieni di scarabocchi.
Aveva una scrittura confusa come il suo studio.
Poi  morto di nuovo alcuni mesi dopo, quando ha visto
che lo caricavano su un camion e lo portavano via insieme ad
altri uomini, e poi ha riconosciuto i suoi vestiti sul camion
quando  tornato indietro vuoto.
Non ricordavo di avergli detto n l'una n l'altra cosa,
sebbene le rammentassi entrambe.
Non sto cercando di coglierla in fallo, Mr. van Pels.
Queste morti sono entrambe reali nella sua mente.
Nella mia mente. Avrei potuto ucciderlo per questo.
Mio padre  morto e lei mi dice che non importa come
l'ho ucciso?
Come l'ha ucciso?
Come l'hanno ucciso.
Lui mi ha fissato con uno sguardo idiota.
Non sono un assassino.
Mai detto che lo sia.
Quella sera alla stalla  stata un'anomalia.
Ha atteso.
Era subito dopo la guerra. Avevamo ancora fame, per
Dio. Pensi quanto era vicina la fine della guerra.
Ha continuato a fissarmi.
Volevamo solo divertirci un po'. E prenderci una piccola
rivincita.
Rivincita?
Vendicarci. Diavolo, ce lo meritavamo, dopo quello che
avevamo passato. E anche lui se lo meritava. La guerra era finita
e improvvisamente era diventato un contadino innocente.
Come se non avesse mai sentito nominare le SS. Come se
non avesse avuto quel maledetto tatuaggio a provarlo. Il tatuaggio
e quegli occhi minuscoli e crudeli e quel grugno al
posto del naso.
Ha avuto una specie di disputa con un soldato delle
SS?
Quel bastardo ha avuto quello che si  meritato.
Mi racconti.
Pensavo che non me l'avrebbe mai chiesto.
Gli altri ne avevano abbastanza. Dai, avevano detto. Ci
siamo divertiti. Avevamo pestato dei tedeschi. Preso un po'
di soldi. Ma io non riuscivo a fermarmi. Sentivo ancora i
morsi della fame. Pestare dei tedeschi, rompere un po' di finestre,
prendere degli stivali e una bottiglia di whisky, rubare
dei soldi. Briciole di vendetta. Io volevo un banchetto. E
sapevo dove trovarlo. Tutti sapevano del contadino, di quello
che aveva fatto durante la guerra, di quello che aspettava
di ricominciare a fare.
La porta della stalla era aperta. Come se non bastasse,
quel figlio di puttana era un pessimo contadino.
Il puzzo di animali, di letame, di piscio, di sudore e di alcol
mi aveva fatto restare senza fiato. Mancava solo l'odore
della paura. Il contadino era incosciente. Io ero impavido.
Avevo sentito dei topi che scappavano. Avevo fatto un altro
passo. Una bestia aveva sbuffato. Una zampata per terra.
Il russare tagliava l'aria fetida. Al buio gli oggetti avevano
cominciato a prendere forma. Avevo riconosciuto un naso,
una gamba, un mucchio di luridi vestiti, un'ascia. I vestiti si
alzavano e si abbassavano al ritmo del suo respiro. Il manico
dell'ascia mi calzava perfettamente in mano, neanche fosse
stato su misura.
Avevo sollevato l'ascia con tutte e due le mani, ma era cos
pesante che si era abbassata da sola. Il sangue era schizzato
al chiaro di luna. L'avevo sollevata di nuovo ed era calata su
quel corpo una seconda volta, una terza, finch avevo smesso
di contare. Avevo lasciato l'ascia in cima al mucchio di vestiti,
in una pozza nera di sangue. Ci ero scivolato in mezzo
con gli stivali che avevo rubato quando avevo cominciato a
correre.
Terminato il racconto ho preso il fazzoletto e mi sono
tamponato il viso. Grondavo sudore come quando avevo l'ascia
in mano. Gabor era appoggiato allo schienale della sedia,
inespressivo come un baccal.
Quindi  andato nella stalla e ha ucciso il bastardo delle
SS con un'ascia. Buon per lei. Se l'ha fatto davvero.
Cosa intende dire, se l'ho fatto davvero? Gliel'ho appena
detto. Non l'ho mai detto a nessun altro nella mia vita.
Mai a nessun altro? Nemmeno a quelli con cui era quella
sera?
Gliel'ho detto, loro ne avevano abbastanza e se ne sono
andati.
E al campo dispersi? Non ne ha parlato durante il test
psicologico?
 impazzito? Pensa che sarei arrivato qui se glielo avessi
detto?
Quindi nessuno poteva rubarle la sua storia?
Cosa intende, rubarmi la mia storia?
Si  raddrizzato, si  alzato ed  andato a uno schedario all'angolo.
Dandomi le spalle, ha aperto un cassetto e ha cominciato
a cercare. Era proprio un figlio di puttana. Gli confessavo
una cosa che non avevo mai detto ad anima viva.
Ammettevo di essere un assassino. E lui decideva di cercare
qualcosa nello schedario.
 tornato alla scrivania con una busta in mano. L'ha aperta,
ha frugato tra i fogli che conteneva e me ne ha passato
uno.
Cos'?
Perch non legge?
Mi scusi dottore, ma non sono venuto qui per leggere
dei problemi degli altri.
Credo che lo trover interessante.
Ho preso il foglio e ho cominciato a leggere. Non c'era bisogno
di andare oltre i primi paragrafi. Come ha fatto?
Come ho fatto a fare cosa?
A scrivere la mia storia con le mie precise parole mentre
gliela stavo raccontando. Sapevo che non era andata cos,
ma volevo prendere tempo.
Non  la sua storia, Mr. van Pels, o meglio lo , ma non 
lei che ha ucciso l'uomo alla stalla.
Avevo ancora in mano il foglio. L'ho posato sulla scrivania.
Perch pensa di essere stato mandato da me quella prima
volta, quando ha perso la voce?
I medici non riuscivano a trovare niente. Mi avevano
detto che uno psichiatra era la mia unica speranza.
S ma ci sono molti psichiatri. Perch io?
Non avevo voglia di andare fino a New York.
Non sono l'unico psichiatra in New Jersey.
Stavolta non ho risposto.
Non le hanno detto nient'altro di me?
Non che io ricordi.
Quindi non sapeva che lavoro coi sopravvissuti dei campi
di concentramento?
Non ho niente in comune con questa gente. Loro hanno
paura. Vivono nel passato. Io l'ho lasciato alle spalle.
Avete questa storia in comune. Il foglio che ha appena
letto  una registrazione di un colloquio in un campo dispersi.
Okay, quindi non sono l'unico che ha ammazzato un bastardo
nazista in una stalla.
Questo forse  vero. Sono successe molte pi cose di
quel genere di quelle che vogliamo ammettere. Magari lei 
uno degli assassini, ma non credo. Non mi chieda perch. 
solo una sensazione.
Non pensavo che gli psichiatri avessero delle sensazioni.
Le sensazioni sono tutto quello che abbiamo, Mr. van
Pels. Ma quello che sono veramente curioso di capire  perch
 cos determinato a credersi uno degli assassini.
Io lo ricordo cos. Lo sogno persino.
Ho aspettato che ricominciasse a frugare in quella maledetta
cartella, e mi rinfacciasse d'avergli detto che non sognavo.
Se l'avesse fatto mi sarei alzato e me ne sarei andato.
Avrei gi dovuto farlo. Confessavo il peggior crimine che
avessi mai commesso e lui mi diceva che non ero stato io.
Si ricorda di averlo ucciso perch voleva ucciderlo. Lei e
molti altri. E quando uno l'ha fatto,  come se l'aveste fatto
tutti.
Un minyan di vendetta.
Lui ha piegato la testa perplesso, come se lo avessi sorpreso.
Aveva detto di non conoscere la sua religione.
 inevitabile sentire una cosa qui e una l.
Mentre chiudevo la portiera dell'auto, sapevo che andavo
cercando guai. In quelle strade piene di buche, fiancheggiate
da edifici barcollanti deturpati dalla rabbia, una Cadillac era
un invito al furto.
Gli uomini stavano gi piegando gli scialli della preghiera
e slacciandosi i filatteri quando sono arrivato. Non mi dispiaceva
essermi perso le preghiere.
Il rosso mi  venuto incontro. Sono passati anni e non ti
sei mai fatto vedere. Adesso sei sempre qui. Stai pensando di
riconvertirti? Non  una cattiva idea. Ne abbiamo sei milioni
da rimpiazzare.
Ho tre figli.
Mazel tov. Li stai tirando su come ebrei?
Ho scosso la testa in segno di diniego.
Non lo pensavo infatti.  scivolato in una delle panche
e si  messo a sedere aiutandosi con le mani appoggiate allo
schienale della panca davanti. Ha serrato la mascella per lo
sforzo. A rincorrermi per il corridoio era veloce, ma a piegare
la schiena faceva una fatica tremenda. Ecco un altro motivo
per cui evitavo quelli come lui. Non mi piaceva ricordarmi
del dolore. Non volevo sapere cosa l'aveva causato. Nonostante
questo, mi sono seduto accanto a lui.
Scommetto che tua moglie non  ebrea.
S, lo .
Si  girato verso di me, aggrottando le pallide sopracciglia.
Questa non l'ho capita. Fai l'impossibile per essere un
gentile, e poi sposi un'ebrea? Non potevi trovarti una bella
cristiana?
Mi sono innamorato di mia moglie.
Lui ha alzato gli occhi al cielo. Abbiamo un romantico.
Poi mi ha guardato.  la donna della tua vita. Non hai
mai guardato nessun'altra?
Stavo per sposare sua sorella. Non sapevo perch
gliel'avevo detto. Non ci avevo pi pensato nemmeno io.
Credi che sia una coincidenza? Tutte le ragazze che te lo
fanno venire duro - perdona il mio linguaggio in sinagoga -
guarda caso sono ebree? E cos' successo poi con sua sorella?
Ha detto che non poteva sposare un gentile.
Se non lo stessi sentendo con le mie orecchie, non ti
crederei. Castigo divino, lo definirei se credessi in Dio,
cosa in cui non credo, proprio come te.
Non credi in Dio?
Dopo quello che  successo?
Allora cosa ci fai qui?
Te l'ho gi detto. Qualcuno ci deve venire.
Perch?
Quante volte devo spiegartelo? Caino. Il tninyan. La
stessa ragione per cui vieni tu.
Io sono venuto perch... mi sono interrotto. Non avevo
idea del perch fossi l.
S?
Gli ho raccontato della notte alla stalla e quello che avevo
creduto in tutti quegli anni e di Gabor. Lui ha ascoltato impassibile.
E allora?
Non sei sorpreso?
Cosa c' da sorprendersi?
Il ricordo  cos vivido. Persino nei sogni.
Sogni. Ha scosso le spalle ossute. Se qualcuno inventasse
un modo per liberarsi dei sogni come si pu liberarsi di
questi, ha indicato il numero sul braccio, farebbe fortuna.
 per quello che sei andato dallo strizzacervelli, facevi
brutti sogni?
Non solo quello. Gli ho raccontato del processo, di
quando avevo urlato la verit, e confessato a tutti chi ero.
Nessuno mi ha creduto.
Fingi per anni di essere qualcun altro, adesso nessuno
crede che sei tu, e ti offendi.
Non m'importa che mi credano o meno. Ma potrei ucciderli
per quello che hanno fatto a mio padre.
Di nuovo un assassino.
Hanno fatto credere a mia moglie che mio padre mi rubava
il pane di bocca.
Forse se non avessi raccontato tante bugie a tua moglie
non farebbe cos fatica a distinguere la verit dalle bugie.
Cosa ti fa pensare che abbia mentito a mia moglie?
Mi ha fatto quel suo sorriso giallo. Sa che vieni qui?
Ho scosso la testa in segno di diniego.
Sa che sei ebreo?
Non ho risposto.
Le hai detto quello che hai detto a me adesso e allo psichiatra
e a tutti quegli estranei in tribunale?
Devo proteggerla. Lei e i miei figli.
Su questo non si discute. Scommetto che li fai vivere bene.
Ci provo.
Una bella casa.
Abbastanza bella, s.
Pareti ricoperte con la tappezzeria. Elettrodomestici
nuovi. Un frigo stracolmo di cibo, scommetto.
Non ho risposto.
Dimmi, hai messo molti specchi nella tua bella casa?
Era dunque qui che voleva arrivare. Intendi come faccio
a guardarmi allo specchio quando mento sull'essere ebreo?
Ancora con questa storia dell'ebreo. Se la met della
gente che dice di esserlo passasse la met del tempo che passi
tu a preoccuparsene, questo posto sarebbe pieno tutte le
mattine. Non sto dicendo che devi andare in giro con la stella
di David sul braccio. Ne abbiamo avuto abbastanza dai
nazisti. Sto parlando di essere un mensch. Sai cos' un mesch?
Un uomo.
Un po' di pi di un uomo. Una persona onesta. Leale.
Affidabile.
Quindi?
Quindi, se fossi in te, se fossi cos preoccupato della memoria
di mio padre, dimenticherei Otto Frank e andrei a casa
a guardarmi in uno di quegli specchi in quella bella casa
che hai costruito per tenere tutti al sicuro.

Credo che il plauso mondiale ricevuto dalla sua
storia non si possa spiegare senza riconoscere in
esso il desiderio di dimenticare le camere a gas e il
tentativo di farlo glorificando la capacit di reagire
in un mondo estremamente privato, delicato e sensibile,
e di aggrapparsi quanto possibile a quelle
che erano le attivit giornaliere, anche se circondati
da un turbine pronto a inghiottire chiunque da
un momento all'altro.
Bruno Bettelheim, The Ignored Lesson
of Anne Frank, in Anne Frank:
Reflections on Her Life and Legacy, a cura
di Hyman A. Enzer e Sandra Solotaroff-Enzer.


Capitolo 19.

Avrei voluto poter dire che avevo seguito il suo consiglio,
che ero andato a casa e avevo detto a Madeleine chi ero e
dov'ero stato. Che avevo preso i bambini in braccio e avevo
chiesto loro cosa faceva novantanove volte click e una volta
clack e, quando avevano rinunciato, avevo detto che era un
centopiedi con una gamba di legno, che avevo raccontato
quanto mi faceva ridere mio padre con quella barzelletta
quando avevo la loro et. Avrei voluto dir loro che il nonno
era un tipo collerico ma era un brav'uomo e non un ladro.
Che a volte mi vergognavo di mia madre, come succedeva a
tutti i ragazzi, ma le volevo bene e avrei dato qualunque cosa
per non aver litigato con lei la sera prima che arrivasse la
Grne Polizei. Che a volte incolpavo ancora mio padre per
non averci portato via in tempo, e odiavo me stesso per essere
riuscito a salvarmi. Forse i miei figli sarebbero stati meglio
se avessi detto loro la verit. Forse Madeleine avrebbe smesso
di minacciare il divorzio. O forse non avrebbe fatto alcuna
differenza. Ci sarebbero stati comunque milioni di morti,
e io sarei stato ancora vivo. Mio padre sarebbe stato mandato
lo stesso dalla parte sbagliata nella selezione, o portato via
con un gruppo d'altri uomini qualche mese dopo. Non ero
ancora sicuro di quale fosse la versione giusta. In entrambi i
casi, il fatto che non avessi tentato di impedirlo sarebbe rimasto.
Ma non avevo detto nulla, e Madeleine non mi aveva
lasciato, e i miei figli erano cresciuti non tanto pi felici o infelici
degli altri.
Avevamo messo una piscina dietro quella casa su cui il
rosso aveva ironizzato, ci avevamo aggiunto un gazebo e poi
avevamo venduto la casa e ci eravamo spostati in una casa
pi grande che era stata costruita prima della guerra con
quei materiali solidi e l'eccellente manodopera che non si
trovavano pi. Abigail si era fatta arrestare a una marcia contro
la guerra. Betsy era emersa dalle rovine della nuova Volvo
di Madeleine con soltanto un dito rotto, grazie a Dio. E
dopo quattro anni di ottimi voti, David quasi non si diplomava
alla scuola privata che frequentava, perch lui e due
amici erano andati a ginnastica nudi. In confronto a quello
che era successo ad altri ragazzi del quartiere - problemi di
droga, culti satanici, due morti per guida in stato d'ebbrezza
- io ero fortunato. Madeleine aveva ripreso l'universit per
prendere la laurea in Letteratura, aveva trovato un lavoro
nella scuola da cui David veniva quasi espulso e aveva cominciato
a riempire la casa ormai vuota di fiori. Penso che
mia moglie fosse felice.
La guerra era storia vecchia, cos vecchia che alcuni dicevano
che l'Olocausto non c'era mai stato. E se l'Olocausto
non c'era stato, Anne non aveva scritto il diario. Era una bufala,
insistevano quelli che lo rinnegavano. Anne e Peter non
erano nomi ebrei. Negli anni Quaranta non c'erano inchiostro
e penna disponibili. Era scritto troppo bene per essere
opera di una ragazzina, le intuizioni e le emozioni erano
troppo profonde. Il diario l'aveva scritto Meyer Levin, sostenevano.
Povero Levin, del resto aveva sempre dichiarato di
parlare con la vera voce di Anne. Ma io avevo continuato a
tacere. Altri pi autorevoli di me si erano fatti sentire. Otto
aveva fatto causa ad alcuni di quei nuovi nazisti e aveva vinto,
ma questo non li aveva fermati.
L'Istituto olandese di documentazione sulla guerra aveva
pubblicato quella che avevano chiamato un'edizione critica
del diario, completo di analisi di esperti grafologi, storici e
studiosi, ma gli attacchi continuavano. A cosa potevano servire
le proteste di un comune uomo d'affari americano che
per coincidenza si chiamava come quel ragazzo morto tanti
anni prima?
La mattina del 21 agosto 1980 sono sceso e ho trovato il
caff che filtrava, il pane che tostava e il giornale al mio posto
a tavola, come sempre. Mi sono seduto e ho aperto il Times.
Madeleine mi ha versato il caff. Avevo gi mangiato il
toast e stavo finendo la seconda tazza di caff quando ho visto
i necrologi.
OTTO FRANK
PADRE DI ANNE
MORTO A 91 ANNI
Ho posato il giornale e sono rimasto a fissare il titolo accanto
all'immagine di quel viso familiare, grinzoso come un
tronco d'albero. Non ho potuto evitare di fare i calcoli. Mio
padre era morto a quarantasei anni. Era pi giovane di me
adesso. Un altro anno, e Otto sarebbe vissuto esattamente il
doppio. Sei volte quanto era vissuta la figlia. Ma aveva tenuto
viva la sua memoria. L'aveva lucidata fino a farla brillare
come un faro. Qualunque cosa avesse fatto a mio padre, a
Pfeffer e agli altri, non aveva deluso Anne. Questo glielo dovevo
concedere.
Avevo invitato Madeleine ad Amsterdam. Volevo che ci fosse
anche lei. Ma se si rifiutava di assentarsi da scuola, occupazione
con cui dopotutto non pagava le bollette, come poteva
aspettarsi che mollassi tutto nel periodo in cui ero pi
occupato? Cos ci ero venuto da solo.
Ero curioso di vedere com'era cambiata la citt, anche se
non avevo nessuna intenzione di tornare al 263 di
Prinsengracht. Era l'unico motivo per cui non mi dispiaceva che
Madeleine non fosse venuta con me. Avrebbe insistito per
andare alla Casa di Anne Frank, come la chiamavano adesso.
Era l'attrazione principale della citt, e lei non se la sarebbe
persa per nulla al mondo.
Probabilmente era il fuso orario. Non mi sarei mai perso
se non fossi stato ottenebrato. Non conoscevo pi la citt,
d'accordo, ma avevo un grande senso dell'orientamento.
Negli anni, durante i viaggi con Madeleine, avevo percorso
citt straniere e strade di campagna senza segnalazioni senza
mai perdermi. Ma mi ero perso quel pomeriggio, finendo
proprio di fronte al 263 di Prinsengracht.
Mi sono seduto su una panchina davanti alla Casa a studiare
la piccola mappa che mi aveva dato il concierge dell'albergo
quando ero uscito. I canali sembravano ordinati nastri
blu stesi sulla citt color carne. I numerini ai margini della
mappa indicavano i ristoranti, gli alberghi e i locali notturni
pieni di donne poco vestite. Alcuni simboli segnalavano i
luoghi d'interesse. Al posto della Casa di Anne Frank c'era
un tempietto greco. Ho alzato lo sguardo verso l'edificio.
L'avevano restaurato bene, troppo bene. La porta nera lucida
era fresca di pittura. Le cornici delle finestre a cui non ci
potevamo avvicinare per paura che qualcuno fuori ci vedesse non erano pi marce. Dietro la casa, i rami nudi dell'ippocastano
si stagliavano nel cielo bianco invernale. Ai miei
tempi l'albero non si vedeva da qui, o forse non avevo mai
avuto modo di vederlo da questa posizione. Mi sono rimesso
la mappa in tasca e ho attraversato il canale. Non mi ero perso,
ovviamente. Avevo passato una mezza dozzina di segnali
che indicavano quella direzione.
Come descrivere la sensazione di entrare nell'alloggio? Il
mio passato era dappertutto, e da nessuna parte. Era incastrato
come terra tra le assi di legno del pavimento, lisciate
dai milioni di piedi che ci erano passati sopra. Mi guardava
dalla mappa su cui avevamo seguito l'avanzata degli alleati,
che erano arrivati troppo tardi per mia madre e per mio padre
e per Anne e Margot e la signora Frank e Pfeffer. Mi faceva
l'occhiolino dalle tende diafane dipinte di figure indistinte
come se la Grne Polizei stesse conducendo gli ebrei a
passo di marcia verso la morte nella strada sotto le finestre.
Un tocco da maestri, quello. Stava accucciato di sopra dove
avevo ballato con mia madre in una danza di amore e rabbia
che aveva fatto perdere l'equilibrio a tutti e due. Bolliva nella
soffocante bara di una camera da letto in cui ero stato
sdraiato con lo stomaco che si fletteva come un muscolo per
la fame e la mente che progettava vendetta contro l'uomo
che mi aveva mandato a letto senza cena e ci aveva fatto fare
quella fine. Era tutto l, ma pi piccolo, ovviamente, come
visto dalla parte sbagliata del cannocchiale. Tutto molto fedele,
le foto dei divi sul muro dove c'era stato il letto di Anne,
il bollitore sul fornello, l'asciugamano accanto al lavandino.
Otto aveva avuto un bel po' di tempo per disporre tutto
fin nei minimi dettagli prima di morire. Ed era tutto sbagliato.
Era sbagliato come invece i miei ricordi di quegli anni,
anche quando ricordavo male, erano giusti. Al posto del silenzio
che osservavamo c'era il rumore di scarpe proveniente
da decine di nazioni diverse, un mormorio di scusi e grazie
nelle lingue pi disparate e il sussurro rispettoso dello stupore
e dello sbigottimento. Questa gente non sapeva cosa significava
sussurrare, perch non poteva immaginare il danno
che un rumore avrebbe potuto fare. E al posto della puzza
della paura c'era l'odore del sudore. Era tutto perfettamente
pianificato ed espertamente studiato, ma niente era
vero. Niente era brutto come lo ricordavo.
Sono uscito dall'edificio e sono rimasto un attimo fermo
con la Casa alle spalle per orientarmi. Calava la sera. Avevo
dimenticato come scendeva in fretta il buio ad Amsterdam,
d'inverno. Attraverso il canale untuoso soffiava un vento
freddo. Gli ultimi turisti mi sono passati accanto parlando finalmente
a voce alta e sollevati di essere riusciti a scappare.
Ho girato a sinistra e ho ripreso la Prinsengracht. Appena
girato l'angolo davanti alla Westerkerk, le campane hanno
cominciato a suonare. Nell'alloggio il suono era stato assordante
fino a quando avevano fuso le campane, ma il silenzio
era stato peggio. Qui in strada, il riverbero scuoteva appena
l'aria. Il venditore di aringhe stava chiudendo il chiosco ma
il fiorista, il giornalaio e il tabaccaio stavano ancora facendo
affari. I ciclisti pedalavano verso casa con le valigette, la spesa
e i bambini nel cestino attaccato al manubrio e sulla ruota
dietro. Erano vestiti meglio di come ricordavo, e c'erano pi
donne. Allora, le donne erano a casa a preparare la cena.
Dovevo avere dieci o undici ani. Dieci, penso, perch 
una sera d'estate, e compir undici anni in autunno. Io e mio
padre stiamo tornando all'appartamento dove mia madre sta
svuotando le valigie con le poche cose che siamo riusciti a
portarci dietro da Osnabruck. Mio padre  ottimista. Ha lasciato
al confine la paura e l'indecisione a causa delle quali
mi aveva trattato male sul treno.  olandese di nascita. Questo
 un ritorno a casa. Abbiamo lasciato la Germania e il
nuovo ordine alle spalle. I tedeschi riacquisteranno la ragione
prima o poi. Intanto, noi staremo qui ad Amsterdam. Saremo
al sicuro qui. Nell'ultima guerra, l'Olanda  rimasta
neutrale.
Mentre io e mio padre aspettiamo che cambi la luce, lui si
tocca una tasca, poi l'altra, cercando le sigarette. Un attimo,
mi dice mentre va al chiosco. Lo seguo, sperando che
mi compri una caramella, sapendo che  una speranza impossibile.
Stiamo andando a casa per cena.
Al chiosco, prende il pacchetto di sigarette dal bottegaio,
lo apre, si infila una sigaretta in bocca e la accende. Solo
adesso prende il resto dal vassoio di metallo. Sta per infilare
le monete in tasca quando sembra ripensarci e ritira fuori la
mano con le monete nel palmo. La speranza vola. Si avvicina
al fiorista.
Che ne dici, Peter, gigli o tulipani? Non suggerisce garofani.
Quelli sono per il compleanno di mia madre. Questa
 un'occasione unica. Non nomina neppure le rose. Costano
troppo. Anche se le cose si risistemeranno presto, sfuggire
alle mani dei nazisti costa caro. Ma chi se ne importa delle
rose, quando ci sono questi gigli che brillano alla luce del
crepuscolo e questi tulipani che bruciano come fuoco?
Quando riprendiamo la via verso casa tiene il mento pi
alto e la schiena pi dritta. Si riaggiusta il cappello sulle ventitr.
 di nuovo un uomo, l'uomo che non vedo da tanto
tempo. Riesco appena a tenergli il passo. Mi sono dimenticato
della caramella. Dei compagni di scuola che mi chiamano
uccisore di Cristo. Cerco di tenere il passo di mio padre che
si affretta nella rosea sera di Amsterdam per correre da mia
madre, che aprir la porta dell'appartamento ripulito e profumante
di zuppa e vedr il marito e il figlio con un mazzo di
tulipani scarlatti per lei.
Un tipo mi ha sfiorato la spalla e si  scusato, ma
improvvisamente mi sono accorto che i passanti mi guardavano e
subito distoglievano lo sguardo, imbarazzati ma non sorpresi.
Eravamo a un tiro di schioppo dalla Casa di Anne Frank.
I turisti che piangevano non erano rari. Ma io non piangevo
per quello che avevo appena visto. Piangevo per l'ingenuit
di quel padre che tornava dalla moglie con dei fiori, per la
speranza di quella donna che aveva ripulito il nuovo appartamento
per cominciare una nuova vita, per il bambino che
pensava di essere al sicuro. Piangevo per un mondo che aveva
visto arrivare la guerra, che aveva temuto il peggio, ma
che non aveva idea di quanto potesse essere terribile quel
peggio. Piangevo per un'umanit che non aveva sentito dei
campi di concentramento, delle docce che spruzzavano
morte, dei camini che emettevano ceneri umane e degli esperimenti
medici su persone a cui la sorte aveva dato i capelli
rossi o bambini che per caso erano nati gemelli. Piangevo
per il paradiso che avevo cercato di creare per mia moglie,
per i miei figli e per me stesso, e per il mio fallimento.
Man mano i singhiozzi hanno preso il posto delle lacrime
silenziose. E con la gente intorno che si girava a guardare,
perch era pi di quello a cui era abituata, ho pianto per aver
ucciso i miei genitori una seconda volta, col mio silenzio.
 buffo in quanti modi diversi la gente reagisca scoprendo
di essere stata presa in giro. Mia moglie, l'unica a parte i miei
figli che aveva diritto a prenderla come un fatto personale,
invece si  sentita sollevata. Sapeva che le bugie non avevano
niente a che fare con lei. Era felice di sapere che non nascondevo
niente di peggio. Non le ho chiesto cosa intendesse dire.
Avevo pi presenti di lei i crimini che avrei potuto commettere.
Neanche i miei figli mi hanno biasimato. Diversamente
dalla madre, per, non hanno capito il motivo per cui l'avevo taciuto per tutti quegli anni. Forse non avevo fallito a proteggerli,
dopotutto.
Mi ha sorpreso la foga con cui si sono dedicati al loro
nuovo passato. Abigail ha avuto il primo figlio, il mio primo
nipote, quella primavera, e l'ha chiamato Herman, con una
"n" sola. Due anni dopo ha chiamato la figlia Augusta, come
mia madre. Ero compiaciuto. Quattro anni dopo, Betsy ha
chiamato il primo figlio Peter. Non ha cambiato il nome da
sposata - non ho capito perch, ma lei ha detto che la laurea
in Medicina era a nome van Pels e visto che il marito non
aveva niente da ridire, perch avrei dovuto averlo io? - quindi
il bambino si chiama Peter van Pels Gallagher. Come aveva
detto l'ufficiale di dogana, un bel nome americano.
Il mio socio Harry  stato contentissimo. Non aveva mai
capito come mai andassimo tanto d'accordo. Il fatto che fossi
ebreo ha rinnovato la sua fede nell'idea che ci sia un ordine
nell'universo.
Le reazioni degli altri sono state pi discrete. Non che sia
andato in giro a mettere gli annunci, ma in qualche modo la
notizia  circolata. O forse l'ho solo immaginato. Forse vedevo
una differenza negli sguardi e nei modi altrui perch me
l'aspettavo. L'abitudine a dividere il mondo in due non muore
facilmente. Certo George Johnson ha continuato a trattare
con me con la stessa finta amicizia professionale.
Quella che ha preso peggio la notizia  stata mia cognata.
Non  riuscita a perdonarmi quel peccato mortale. Come
avevo imparato anni prima, forse non poteva amare un gentile,
ma sicuramente non poteva non odiare un ebreo che
passava dall'altra parte. Mi ha accusato di aver rinnegato me
stesso. Di essere un antisemita. Sembrava Meyer Levin
quando inveiva contro Otto.
Madeleine mi ha difeso davanti alla sorella. Una lite cos
tremenda che non si sono sentite per dieci giorni, che per
loro era un record assoluto. Madeleine insisteva sul fatto che
Susannah era arrabbiata perch, se glielo avessi detto trentatr
anni prima, io avrei sposato lei. Era una versione lusinghiera
ma non molto convincente. Susannah era felice con
Norman. E sicuramente sapeva che c'era stato un periodo in
cui la sorella era infelice con me. Ma forse mia moglie aveva
capito qualcosa. L'idea che Susannah potesse essere innamorata
di me era forse pi assurda di quella che aveva trovato
Dio in sei milioni di lenzuoli funebri? L'ipotesi che mi serbasse
rancore era forse pi inverosimile del fatto che si accollasse
sofferenze che non aveva mai sperimentato di persone
con cui non aveva mai sentito nessun legame finch non
erano morte? Non la biasimavo perch aveva abbracciato la
fede, era solo quel suo portare la croce gialla per conto d'altri
che deploravo. Ma a lei non ho detto niente di tutto questo.
Era la sorella di Madeleine, e diversamente dal resto della
famiglia di mia moglie che litigava e si riconciliava cos facilmente,
io sapevo che non sempre c'era tempo sufficiente
per fare ammenda.

C' niente che dobbiamo fare per pagare il fatto
di essere vivi?
Meyer Levin, citato in The Stolen Legacy
of Anne Frank: Meyer Levin, Lillian Hellman
and th Staging of th Diary, di Ralph Melnick.
...
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...
Epilogo.
...
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...
Stavolta c' anche Madeleine. Speravo di poter portare tutta la famiglia, proprio per quello ho programmato il viaggio per l'estate, ma i miei figli hanno la loro vita. Persino i nipoti hanno la loro vita. I pi giovani vanno a giocare a tennis e recitano a teatro o, nel caso dell'ultima figlia di Abigail, Amanda, fanno la dieta. Non concepisco un campeggio estivo, e per di pi estremamente costoso, dedito alla fame, ma so che devo tenere la bocca chiusa. La pi grande viaggia con gli
amici. Cos io e Madeleine siamo venuti ad Amsterdam da soli, e la prima volta in cui lei  entrata nella Casa al 263 di Prinsengraght, era accanto a me. Dopo, ci siamo seduti su una panchina sul canale.
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L'ippocastano  cresciuto ancora dopo la mia ultima visita. Le foglie marroni si tengono strette ai rami, anche se  solola fine di agosto. Un'ondata punitiva di caldo ha fatto seccare l'Europa occidentale come creta, e uno scandalo umano sta spazzando la Francia. Non volendo rinunciare alle vacanze estive, le famiglie lasciano i genitori anziani e non autosufficienti da soli a Parigi. I titoli denunciano vecchietti uccisi dal caldo e trovati morti nei loro appartamenti mentre
i figli e i nipoti saltellano sulle spiagge del Mediterraneo e si rinfrescano nei laghi alpini. Mi dispiace per quegli anziani, che probabilmente non sono pi vecchi di me, ma mi preoccupo per i loro nipoti. Non hanno idea di cosa li aspetta.
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Sono passate le cinque e il sole intorbidisce la superficie dei canali coi suoi riflessi dorati. Secondo la guida, i canali non sono cos puliti da anni. La citt tutta si sta depurando. Le prostitute rimangono nelle vetrine, o almeno nei quartieri deputati. Si pu passeggiare per interi isolati senza venire accostati da qualcuno ansioso di venderti della droga. Sta tornando com'era una volta, mi ha detto il ragazzo del concierge stamattina.  troppo giovane per sapere com'era una
volta, ma non gliel'ho detto. Ho confessato tutto a mia moglie e ai bambini, ai loro familiari e al mio socio, ma non vedo perch dovrei dirlo anche agli estranei.
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In questi giorni le vittime dell'Olocausto, cos ci chiamano, sono delle celebrit. L'ho letto su un giornale dopo che  uscito Shindler's List. Alcuni di noi, anche se io non sono tra loro, sono ricordati su delle specie di schede anagrafiche che i visitatori del museo dell'Olocausto di Washington, D.C., possono prendere entrando alla mostra. Lo so perch mio nipote Peter me ne ha riportata una quando ci  stato. Mi aspettavo una cosa tipo certificato d'identit in vece del passaporto, ma il mio certificato elencava solo i fatti nudi e crudi, non metteva nemmeno la religione.
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Al contrario, questa scheda racconta una storia. Questo tizio era figlio unico di genitori ebrei... suo padre era un commerciante... fino alla guerra la comunit
ebraica era la terza della Germania per numero... ha frequentato una scuola cattolica...  emigrato negli Stati Uniti... Il ragazzo della scheda di Peter  sopravvissuto, ma molte delle schede, la maggior parte, raccontano la storia di un defunto. All'interno c' una strana frase. Questa  la storia di una persona realmente vissuta al tempo dell'Olocausto. Perch precisarlo?
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Non fraintendetemi. Sono a favore del museo, anche se non andr a visitarlo. Qualcuno deve pur assicurarsi che i bambini sappiano cos' successo, che gli adulti ricordino e che gli studenti studino e che gli studiosi cerchino di dare un senso a una cosa che senso non ha. Mio figlio David insegna storia in un'universit del New England e usa spesso gli archivi. Ma qualcosa di quella scheda anagrafica che i turisti prendono in mano entrando al museo e poi buttano nel primo cestino quando escono mi offende.  una commedia. Come quella sentimentale di mia cognata che si dichiara vittima per procura.
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Madeleine, sulla panchina accanto a me, mi chiede se sono pronto per tornare in albergo. Le dico di s e ci aiutiamo a vicenda ad alzarci. Riattraversando il ponte sul canale e la piazza di fronte alla chiesa, le campane della Westerkerk rintoccano. Stiamo passando vicino alla statua adesso. Non la guardo. Non ci assomiglia nemmeno.  una pessima imitazione di una ballerina di Degas. Persino Madeleine, che non sa com'era, se non per aver visto alcune foto sui libri, sui giornalie sulle sciarpe di seta che vendono come souvenir, l'ha trovata kitsch. Non vorrei guardarla, ma passandoci vicino, la testa si gira da sola. Poi mi accorgo che non  la statua ad attirare la mia attenzione, ma il movimento attorno a essa.
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Una bambina di forse otto anni, pi piccola di Anne ma pi robusta - lei non ha mai patito la fame,  cresciuta a pizza, gelati e Big Mac, anche se non sembra americana - tiene la mano bronzea della statua, con la coda bionda posata sulla testa di Anne e un sorrisone pieno d'orgoglio. Lacheln, urla un uomo alle mie spalle, nonostante manchi poco che alla bambina si strappi la faccia a furia di sorridere.
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Lacheln, ripete una voce femminile. Mi giro e vedo una coppia, il volto del padre seminascosto dalla macchina fotografica digitale, la madre con un sorriso ampio come quello della figlia. Madeleine mi prende il braccio e riprendiamo il cammino. Il mio carattere si  ammorbidito con l'et, e dopo la confessione. Non perdo pi le staffe senza motivo. Ma ancora non si fida di me, specie in queste situazioni.  solo una statua, mi dice, cercando di trascinarmi via.
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Ha ragione, ovviamente.  solo un tributo. Non  veramente lei, bench in un certo senso, nella sua capacit di riassumere ed espurgare la memoria, sia ancora di pi di lei. Mi lascio condurre da Madeleine, ma non posso fare a meno di girarmi a guardare quei genitori che fotografano la figlia appoggiata alla statua di una bambina ebrea. Non  colpa loro. Sembrano giovani, pi giovani dei miei figli. I loro genitori probabilmente non erano ancora nati quando mi ero rifugiato nel nascondiglio. Ma non riesco a trattenermi. Capisco bene l'assurdit di quello che sto per dire, ne riconosco l'ironia. Chi  in difetto qui, io o questa famiglia tedesca?
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Ma tutti hanno un po' di colpa.
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Allontanandomi, dico a voce abbastanza alta perch il tedesco con la macchina fotografica, quell'ignorante della moglie e la figlia ignara possano sentirmi; abbastanza acuta perch i commercianti dei chioschi e la gente che compra i fiori e persino alcuni ciclisti che aspettano il verde al semaforo girino tutti quanti la testa; abbastanza rabbiosa da farmi tremare il petto:
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MIO DIO, NON HANNO MEMORIA?
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Nell'inverno del 1994, visitando la Casa di Anne Frank, sono stata attirata dall'osservazione di una guida secondo cui
esistono verbali che documentano il destino di tutti gli inquilini dell'alloggio segreto tranne che di Peter van Daan,
come l'aveva chiamato lei, attenendosi ai nomi che usava Anne Frank nel diario. Se il giovane non era morto insieme
agli altri, ho pensato, cosa poteva essergli successo?
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Quando ho cominciato le ricerche per questo libro ho scoperto che molti storici ritengono che Peter van Pels, il suo vero nome, sia morto durante la marcia forzata da Auschwitz a Mauthausen nel maggio del 1945, tre giorni prima che il campo venisse liberato. Ma ormai Peter van Pels viveva dentro di me da qualche anno.
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Questo romanzo racconta la vita di Peter come io ho immaginato si sarebbe svolta se fosse vissuto.  basato su quello che sappiamo di lui, della sua famiglia, di Fritz Pfeffer e degli altri inquilini dell'alloggio segreto, e sui fatti accaduti dopo la pubblicazione del diario, sul film e sulla commedia tratti da esso e sulla causa che lo riguardava. Non c' bisogno di dire che ho inventato le lettere che Peter ha ricevuto dall'avvocato di Otto Frank e da Meyer Levin.
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Sono grata per l'aiuto ricevuto per le mie ricerche al Museo di Anne Frank di Amsterdam, al Fondo Anne Frank di Basilea, alla Societ Storica dello Stato del Wisconsin, alle Collezioni Speciali dell'universit di Boston, al Museo dell'Olocausto degli Stati Uniti, alla New York Public Library for th Performing Arts, alla Dorot Jewish Division della New York Public Library, e a tutto lo staff della New York Society Library.
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Tra le tantissime persone che mi hanno messo a disposizione il loro tempo, la loro competenza e i loro ricordi, sono particolarmente in debito con Liza Bennet, Greg Gallagher, Nancy Hathaway, Nimet Habachy, Joan Leiman, Ralph Melnick, Arthur Rosenblatt, Fred Smoler, Michael Schwartz, Sharon Stein e Marie Stress. Voglio anche ringraziare Richard Snow e Fred Alien, eccellenti redattori e buoni amici, che hanno tolto tempo al proprio lavoro per leggere e commentare il mio.
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E sono ancora una volta particolarmente grata al mio editor Starling Lawrence per avermi spronata ad andare avanti, per avermi guidata e per aver fatto entrambe le cose con gentilezza e acume; alla mia agente Emma Sweeney per il suo infaticabile sostegno e per le sue profonde e stimolanti intuizioni; e a mio marito Stephen Reibel, che mi ha presentato Peter.
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FINE.